CAVOLETTI DA BRUXELLES PER GOOGLE - L’UE MINACCIA PROCEDURE SE IL MOTORE DI RICERCA NON FARÀ NUOVE CONCESSIONI (LEGGI SOLDI) - ALMUNIA ALZA LO SCONTRO: “GOOGLE PONE PROBLEMI ANCORA PIÙ SERI ALLA CONCORRENZA DI QUELLI CHE AVEVAMO CON MICROSOFT”

Arturo Zampaglione per “la Repubblica”

 

sede google mountain viewsede google mountain view

Alza la voce, Joaquin Almunia, lo sceriffo antitrust dell’Unione europea. Lancia una dura minaccia a Google e prospetta l’apertura di nuove procedure: se il motore di ricerca non farà presto nuove concessioni per risolvere il contenzioso con Bruxelles, saranno formalizzate le accuse per abuso di posizione dominante, con il rischio di multe fino a 5 miliardi di euro e di un penalizzante iter giudiziario.

 

Del resto, dice Almunia rivolgendosi ai parlamentari europei, «Google pone problemi ancora più seri per la concorrenza di quelli che avevamo una volta con Microsoft». E ricorda che la vertenza con la multinazionale fondata da Bill Gates durò 16 anni (e si concluse con 2,2 miliardi di multa).

 

JOAQUIN ALMUNIAJOAQUIN ALMUNIA

Queste dichiarazioni infuocate servono al commissario europeo alla Concorrenza per rispondere alle critiche, soprattutto tedesche, di essere stato troppo soft nei confronti di Google e di non essere riuscito a risolvere la questione dopo quattro anni di indagini e tre tentativi di accordo.

 

Anche l’ultimo compromesso, annunciato a febbraio e appoggiato all’inizio da Almunia, è naufragato tra le obiezioni delle aziende europee e di grandi editori come Axel Springer e Rupert Murdoch. Adesso la questione passa in eredità alla prossima Commissione Ue, e in particolare all’ex-ministro danese dell’Economia, Margarethe Vestager, che da novembre prenderà le redini dell’antitrust e già chiarisce che una delle sue priorità sarà la «equa concorrenza nell’economia digitale».

CHAD HURLEY E STEVE CHEN CHAD HURLEY E STEVE CHEN

 

Google è sotto inchiesta proprio per concorrenza sleale. I risultati delle ricerche sul suo motore — sostengono gli avversari e gli inquirenti di Bruxelles — favoriscono i “suoi” prodotti o servizi, invece di metterli tutti sullo stesso piano. E’ anche possibile, secondo Almunia, che la Ue apra inchieste parallele su altri business di Google: YouTube e il sistema operativo per smartphone Android.

 

Sullo sfondo delle inquietudini dell’Europa, dove la penetrazione del motore di ricerca di Mountain View è sul 90 per cento, quindi maggiore che negli Stati Uniti, ci sono anche le questioni di privacy e di sovranità. Secondo le rivelazioni di Edward Snowden, infatti, grazie alla collaborazione segreta di Google e degli altri giganti del web, l’intelligence americana ha avuto accesso alle mail e a dati riservati di cittadini europei.

 

ANDROID-GOOGLEANDROID-GOOGLE

In questo clima di crescente diffidenza, la Germania ha deciso di alzare il livello dello scontro. Heiko Maas, il ministro della Giustizia ai Angela Merkel, che si occupa anche di protezione dei consumatori, ha chiesto la settimana scorsa a Google di rivelare la sua “formula segreta”: cioè i dettagli dell’algoritmo con cui vengono classificati i risultati delle sue ricerche. E Maas non ha escluso un’altra misura estrema per contenere gli abusi di Google, già ipotizzata dall’europarlamentare Werner Langen: la frammentazione forzosa del gruppo in varie società distinte, sulla falsariga di quel che fecero gli Stati Uniti con il gigante delle telecomunicazioni At&t, in modo da attenuarne la forza monopolistica.

 

Per il momento Sergey Brin e Larry Page, i due giovani co-fondatori di Google, tacciono. Ma non c’è dubbio che il duello stia diventando più serrato, anche perché non riguarda solo le tentazioni monopolistiche della Silicon Valley, ma più in generale la volontà, da un lato e dall’altro dell’Atlantico, di impedire che la globalizzazione diventi un modo troppo comodo per le multinazionali per aggirare regolamenti e tasse.

larry page sergey brin - Fondatori di Googlelarry page sergey brin - Fondatori di Google

 

L’Ocse ha appena presentato un pacchetto di proposte per evitare che alcuni giganti, a cominciare proprio da Google o da Amazon, spostino i profitti nei paradisi fiscali per pagare meno tasse rispetto ai paesi dove svolgono le loro attività.

 

E lunedì notte la Casa Bianca ha imposto nuove regole per impedire o quanto meno scoraggiare le cosiddette “tax inversions”, cioè il sistema di elusione fiscale usato da molte aziende americane (ma anche dalla Fiat Chrysler): attraverso la fusione con aziende all’estero, trasferiscono la sede societaria in altri paesi dove si pagano meno tasse. «Dobbiamo impedire — ha commentato Barack Obama — che spostando la residenza solo sulla carta, queste aziende non paghino a casa loro la fetta di tasse che a loro spetta».

 

 

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