MARPIONNATE - CHIEDERE A MARCHIONNE QUANTO PRENDE DI STIPENDIO UN OPERAIO CINESE, PENSANDO DI AVER COSÌ CONCEPITO UNA DOMANDA INTELLIGENTE O POLEMICA, FRANCAMENTE CI PARE UNA GRANDE PIRLATA. ANZI UN ASSIST ALLA ARROGANZA DI MARCHIONNE. “MA A VOI DE IL FATTO CHI VI PAGA PER VIAGGIARE FINO IN CINA A FARE QUESTE DOMANDE?” - SOLO UN IDIOTA PRODURREBBE AUTO IN ITALIA - DI GAMMA MEDIO BASSA - PER ESPORTARLE IN CINA….

1- MARPIONNATE
Bankomat per Dagospia

Il Fatto e' uno dei pochi giornali italiani che da tempo ha scoperto il bluff Marchionne, insieme a Dagobankomat, denunciando le balle e l'arroganza che spesso contraddistinguono le dichiarazioni del manager Fiat. Quello che, pagato e tanto per produrre e vendere auto, senza riuscirci più di tanto, passa spesso il tempo spiegando a noi come si deve vivere ed impostare la societa'.

Oggi bisogna dire che la conferenza stampa cinese, organizzata per presentare la nuova Viaggio e lo stabilimento Fiat in Cina che la produrrà', ha ancora una volta messo a nudo carattere e cultura di Marchionne.

Gli amici del Fatto - riportiamo il pezzo sul giornale di oggi - non ce ne vogliano, ma va prima osservato come il chiedere a Marchionne quanto prende di stipendio un operaio cinese, pensando di aver così concepito una domanda intelligente o polemica, francamente ci pare una grande pirlata. Anzi un assist alla arroganza di Marchionne.

Scusate giornalisti cari del Fatto, ma a ben vedere pare normale che per produrre un'auto pensata per quei mercati si paghino lavoratori cinesi in uno stabilimento ad hoc cinese, operai e fattori di produzione che ovviamente costano meno e costano in linea con quei mercati. Solo un idiota produrrebbe auto in Italia - di gamma medio bassa - per esportarle in Cina.

Sicche' il guru italo canadese si e' infilzato il reporter del Fatto, al quale comunque va la nostra simpatia, chiedendogli davanti a tutti con la famosa cortesia Fiat se i giornalisti del suo giornale sono pagati apposta per andare fino in Cina per fare al Sire del Lingotto simile domande.

Ma, caro Marchionne, potremmo sommessamente rivolgere noi una domanda? Quanto costa alla Fiat, in auto prestate e viaggi organizzati per i giornalisti, tenere alta un'immagine da grande azienda seria, povera vittima solo dei cattivi politici e dei sindacati italiani? Forse la risposta giusta era: "Dott Marchionne, normalmente pagate voi e bene perche' stuoli di giornalisti vengano a leggere le vostre veline dell'ufficio stampa".

Amici del Fatto, disertate le prossime conferenze stampa di Marchionne, anche se paga la Fiat.

2- IN "VIAGGIO" CON MARPIONNE
Simone Pieranni per Il Fatto

Ma a voi de Il Fatto Quotidiano chi vi paga per viaggiare fino in Cina a fare queste domande?". Decide di andare dritto al punto Sergio Marchionne al termine della conferenza stampa di ieri, in occasione della presentazione del primo impianto Fiat a Changsha, Cina centrale.

Nell'amena cittadina cinese (per modo di dire, visto che si tratta di una città fabbrica di circa 7 milioni di abitanti), in una delle città di seconda fascia che il governo cinese sta cercando di aiutare con investimenti e sostegni a imprese straniere, la Fiat ha presentato il suo nuovo modello: la Viaggio (Fei Xiang in cinese, ovvero volare, con un tono un po' epico e letterario).

Poco lirico - invece - è sembrato Marchionne, a dire il vero, forse stanco e annoiato da una presentazione della nuova vettura durante la quale hanno parlato vari segretari, responsabili e funzionari del Partito (comunista) e dopo che nella sua introduzione ha dovuto salutare anche "i rispettabili leader". Lui, che leader deve sentirsi di sicuro.

La domanda cui ha fatto riferimento l'amministratore delegato della Fiat-Chrysler era molto semplice: dopo averci mostrato l'impianto, aver annunciato che verrà prodotta un'auto che sarà venduta a circa 130 mila yuan (16mila euro), a Marchionne è stato chiesto quanto vengono pagati gli operai dello stabilimento.

La risposta è stata "non lo so". Strano o quanto meno bizzarro lo scarso interesse di Marchionne nei confronti dei salari dei "suoi" lavoratori. Incalzato, ha infine detto che un operaio cinese prende cinque volte meno di un operaio italiano. Da altre fonti, interne all'azienda, si è infine scoperto che un operaio cinese impiegato dalla Fiat guadagna circa 2mila yuan, al cambio attuale circa 250 euro al mese.

"Sono domande tipiche di giornalisti italiani", ha replicato in conferenza stampa l'ad Fiat, come se il tema del lavoro non fosse un ambito spinoso anche in Cina (basti pensare agli scioperi e alle proteste nel 2011 e nel 2012 in alcune zone del paese). Nell'impianto al momento lavorano 1.840 persone, di cui 300 italiane: secondo lo staff della Fiat il personale dovrebbe arrivare a breve a 3.300 unità.

Marchionne ha poi sorvolato anche su un altro punto, ovvero l'impegno concreto del governo centrale, più volte ringraziato nel corso dello speech dell'amministratore delegato Fiat, nel sostenere l'investimento cinese della casa automobilistica. Senza tenere presente che, contrariamente a quanto annunciato in precedenza, lo stesso Marchionne ha confermato che la produzione cinese non sarà limitata al mercato locale.

L'impianto di Changsha produrrà una macchina, la Viaggio, destinata alla middle class cinese, di cui si proveranno a vendere nel 2013 100mila esemplari. Per la Fiat si tratta di un investimento tardivo - su questo Marchionne ha fatto ricadere su di sé la responsabilità - in un mercato in cui i tedeschi stracciano l'Italia: nel 2011 la Fiat ha venduto un migliaio di auto, la Volskwagen oltre due milioni. Conseguenze di una presenza in Cina fin da tempi immemori.

Naturalmente durante la conferenza stampa non sono mancati i riferimenti alle questioni italiane - in particolare alla vicenda di Pomigliano e i suoi acerrimi nemici della Fiom - che tanto hanno fatto discutere. Marchionne ha infatti definito "folcloristiche" le norme italiane: "Il nostro paese - ha detto - ha un livello di complessità nell'ambito delle questioni industriali che non esiste in altre giurisdizioni.

Le implicazioni di questa decisione sulla situazione del business sono abbastanza drastiche, perché tutto diventa tipicamente italiano e quindi molto difficile da gestire. Allo stesso tempo, nei miei viaggi in Cina, negli Usa o altrove non vedo nessuno veramente interessato a questa decisione, non c'è nessuno che fa la fila per venire a investire in Italia. Non credo che cambierà nulla, si renderà solo tutto più complesso".

 

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