“METODO ANTONVENETA” PER PARMALAT? STAVOLTA LA PRESUNTA “CRESTA” L’HANNO FATTA I FRANCESI

Giorgio Meletti per "Il Fatto Quotidiano"

Non è un caso se dopo il crack da 14 miliardi di Calisto Tanzi la Parmalat è nuovamente al centro di un caso giudiziario. L'istinto dei soliti noti di fare strame degli interessi delle aziende e dei loro azionisti di minoranza appare insopprimibile.

Partiamo dalla fine. La Consob, che vigila sulla correttezza dei mercati, ha ordinato alla Parmalat di rendere pubblico il decreto con cui (non ieri ma tre mesi fa) il tribunale di Parma ha sospeso il consigliere d'amministrazione Antonio Sala.

Nei prossimi giorni toccherà all'assemblea degli azionisti esprimersi sulla sua sostituzione o conferma. La Parmalat ha fatto sapere che i piccoli azionisti che volessero leggere le 54 pagine del provvedimento devono andare nella sede della società a Collecchio. Un ostruzionismo risibile, che comunque chi fosse interessato può aggirare andandosi a leggere il documento su ilfattoquotidiano.it .

Colpisce che stavolta uno dei tipici comportamenti che tengono lontani dall'Italia i capitali stranieri è ispirato dal gruppo francese Lactalis, che controlla Parmalat con l'83 per cento delle azioni. L'Italia non è un terreno minato per gli investitori stranieri, a condizione che sappiano muoversi con disinvoltura e qualificate consulenze, nel verminaio dei conflitti d'interesse tipico del capitalismo all'italiana.

E adesso facciamo un salto all'inizio della storia, alla primavera del 2011. Il commissario Enrico Bondi ha rimesso in sesto la Parmalat, e facendo una guerra senza quartiere alle grandi banche ritenute complici di Tanzi (tra esse le maggiori banche italiane) ha messo in cassa un tesoro di circa 1,5 miliardi di euro.

Ha affidato al giovane Giovanni Monti il compito di investire questo capitale nel cosiddetto business development, ma il figlio di Supermario in due anni non ha trovato, all'apparenza, idee brillanti per utilizzare il tesoretto.

Così Parmalat fa gola a molti, perché è piena di soldi in un momento di crisi economica già drammatica. Si fa avanti la Lactalis che comincia a rastrellare azioni attraverso Patrizia Micucci, responsabile italiana delle acquisizioni per la banca francese Socgen. Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti cerca di fermare i francesi e si ipotizza la fatidica cordata italiana.

Scende in campo la banca Intesa Sanpaolo, che si muove attraverso un alto dirigente, Fabio Canè. Canè e Micucci sono marito e moglie. Vince lei, offrendo a tre fondi stranieri, per un decisivo 15 per cento del capitale, un prezzo appena superiore a quello ipotizzato da Intesa. Intesa si ritira in buon ordine e Parmalat diventa francese.

Lactalis, appena completata l'acquisizione, cerca un buon utilizzo del tesoro custodito nelle casse di Collecchio. Quel miliardo e mezzo fa gola, visto che conquistare Parmalat la casa madre francese si è indebitata parecchio. L'idea è semplice e automatica: Parmalat comprerà dalla controllante Lactalis un'azienda americana, la Lag. È il momento magico del conflitto d'interessi, su cui si muoverà la Procura di Parma su denuncia di un'azionista di minoranza, il fondo americano Amber Capital.

I magistrati accertano - in mezzo a una miriade di conflitti d'interesse quasi comici per la loro sfrontatezza - che il consigliere Antonio Sala, importante dirigente del gruppo Lactalis, compie gravi irregolarità, occupandosi in modo insistente della fissazione del prezzo di Lag: spinge perchè il prezzo salga, e questo è nell'interesse di Lactalis ma contro quello di Parmalat.

A questo punto entra in gioco Mediobanca. L'istituto guidato da Alberto Nagel ha già lavorato per Lactalis, e gli ha prestato 400 milioni per comprare Parmalat. Deve avere indietro una prima rata di 94 milioni, che sarà pagata da Lactalis con i proventi della vendita di Lag a Parmalat.

Dovendo chiedere a un soggetto qualificato una fairness opinion sul giusto prezzo di Lag, proprio a Mediobanca dovevano chiederla ? Parmalat la chiede a Mediobanca. Ma i magistrati trovano le mail con cui i dirigenti di Mediobanca spiegano al numero uno Nagel che la Parmalat, attraverso Sala, insiste per pagare il prezzo più alto possibile.

Alla fine il prezzo è fissato a 904 milioni di euro. L'azione combinata di azionisti di minoranza e magistratura lo farà poi scendere di 130 milioni di euro. Per Nagel questa revisione era già prevista nella sua perizia, mentre i suoi estimatori sostengono che Lactalis premeva perché fissasse il prezzo ben sopra 1,2 miliardi.

Risultato: la Parmalat è stata spolpata, i suoi soldi sono stati usati per comprarla, e in questo girotondo da capogiro di conflitti d'interesse adesso troverete sicuramente qualche lungimirante offeso che vi spiegherà che i magistrati ostacolano il libero dispiegarsi delle forze del mercato.

 

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