CHIAMATELA IKEO - COME FANNO ‘’CORRIERE’’ E ‘’REPUBBLICA’’ AD ACCORGERSI SOLO OGGI DELLE VERSIONI DEFEMMINILIZZATE DEI CATALOGHI IKEA PER L'ARABIA TANTO DA SPARARE PERSINO LE FOTO IN COPERTINA? - LA COSA ERA NOTA DA TEMPO, COME DIMOSTRA UN ARTICOLO SCRITTO NELL'AGOSTO DEL 2010 DA TOMMASO LABRANCA SU “FILM TV”…

1- MAIL
Caro Dago,

sono davvero allibito da certi comportamenti della stampa italiana. Come fanno Corriere e Repubblica ad accorgersi solo oggi delle versioni defemminilizzate dei cataloghi Ikea per l'Arabia tanto da sparare persino le foto in copertina? La cosa era nota da tempo, come dimostra quanto avevo scritto nell'agosto del 2010 nella mia rubrica Collateral su FilmTv.
Non hanno davvero nient'altro da raccontare?
Saluti
Tommaso Labranca

2- PIÙ CHE IKEA, IKEO
Francesca Caferri per "la Repubblica"

È il marchio svedese più famoso del mondo e non è nuovo alle polemiche: sopravvissuto alle accuse di simpatie naziste rivolte al fondatore, Ingvar Kamprad, alle ire dei sindacati e delle organizzazioni per la difesa dei diritti dell'uomo, che l'hanno a più riprese accusata di sfruttare bambini e detenuti politici, Ikea rischia ora di scivolare sulla buccia di banana dei suoi clienti numero uno: le donne.

Ad innescare le polemiche è stata la diffusione delle immagini del catalogo riservato all'Arabia Saudita: dal libretto, che normalmente è uguale in tutto il mondo, sono state cancellate le immagini femminili, per non urtare la sensibilità del pubblico del Paese più conservatore del mondo, l'unico dove le donne non possono guidare, sono obbligate a coprirsi da capo a piedi con lunghe vesti nere quando escono di casa e non possono viaggiare senza il permesso scritto di un uomo.

Le foto incriminate sono state diffuse ieri dal giornale svedese Metro. In una si vedono una mamma e il suo bambino lavarsi i denti davanti allo specchio: entrambi indossano dei castissimi pigiami, larghi e a maniche lunghe. Nulla di cui scandalizzarsi dunque, ma nella versione saudita il bambino è rimasto solo di fronte al lavandino. Scena simile in una foto che pubblicizza divani: nel catalogo internazionale ci sono donne sedute sulle poltrone, in quello saudita restano solo gli uomini. E ancora, dalle pagine che pubblicizzano i cuscini è sparita la donna che li ravviva.

Il catalogo di Ikea ogni anno è pubblicato in 200 milioni di esemplari diffusi in 62 paesi del mondo, di solito senza differenze se non linguistiche. Contiene centinaia di scatti e quelli coinvolti della polemica di queste ore sono pochi, ma nella progressista Svezia sono bastati per fare scalpore: il ministro per il Commercio Ewa Bjorling ha duramente criticato il gruppo, sostenendo che non si può e non si deve «rimuovere le donne dalla realtà». E Ikea per bocca della portavoce Ylva Magnusson è stata costretta a fare pubblica ammenda: «Ci scusiamo - ha detto - avremmo dovuto reagire prima ad un comportamento che è in contrasto con i nostri valori».

C'è però da dubitare che le scuse bastino a placare le ire delle saudite: «È inaccettabile - commenta per tutte al telefono da Gedda Reem Asaad, professore di Economia all'università Al Hikma e fondatrice della campagna che ha portato le donne a lavorare nei negozi di biancheria intima saudita dopo anni di bando - non avevano nessun bisogno di fare una cosa simile per fare affari in Arabia Saudita. Ikea si è piegata per sciovinismo e ci delude molto: l'80% dei suoi clienti in Arabia Saudita sono donne, è stata il primo gruppo nel Paese ad avere donne speaker per i loro annunci pubblicitari e ha donne che lavorano negli uffici che non sono a contatto diretto con il pubblico». Come a dire che non finisce qui.

3- CATALOGHI
Tommaso Labranca per FilmTv

Molti hanno un livre de chevet. È quel volume cui si è particolarmente legati, tanto da tenerlo sempre sul comodino (chevet), così da rileggerne qualche passo prima di addormentarsi. Io invece ho un livre des chevets. Vorrei fermarmi qui, a questo è gioco di parole talmente sottile che, (di)spiegandolo, non può che svanire, come quando si dispiega un origami.

Vorrei non dover illustrare a un popolo che ha fatto inglese alle medie quella differenza grammaticale tra libro da comodino e libro di comodini. Ai primi brividi autunnali, quando i cinefili si riversano a Venezia e i ragazzi paventano il ritorno a scuola, io fremo in attesa di una novità editoriale: il catalogo Ikea.

Solitamente nel giorno di uscita inforco la bicicletta e percorro i trenta chilometri di andata e ritorno che mi separano dal negozio Ikea di Carugate (alle porte della Brianza) per andare a conquistare la mia copia fresca di stampa senza emettere CO2.
Quest'anno però, sarà stata la mancanza di libri interessanti da leggere (Chiedi scusa, chiedi scusa di Elizabeth Kelly, edizioni Adelphi, è stata l'unica cosa appena segnalabile), non ho resistito e sono andato a vedermi online in anteprima il nuovo catalogo nella versione statunitense.

Diciamo che sono soddisfatto: dopo l'angosciosa fase dark-espressionista del 2009, con quegli ambienti tendenti al nero e pieni di orripilanti ragazzini emo, siamo tornati a una iconografia più tranquillizzante, a un esteso uso del colore reminiscente di tavolozze impressioniste. Sono sicuro che anche nella versione italiana i ragazzetti emo saranno stati prepensionati, poiché, al di là delle poche pagine finali, i cataloghi sono identici in tutto il mondo.

Me ne accorgo sfogliando elettronicamente le varie versioni che si trovano su Internet e mi perdo in un appassionante gioco di comparazione. Prima di tutto mi scandalizzo nel notare come, grazie alla moneta unica e alle diverse percentuali dell'IVA, lo stesso sgabello costi meno in Germania che in Spagna e ai madrileni converrebbe farsi quei cinquemila chilometri per risparmiare fino a un euro. Poi mi meraviglio di fronte ai menù del self service: quella pasta al pomodoro che credevamo una generosa concessione svedese al nostro gusto appare identica da Tel Aviv a Hong Kong. Gli stessi ingredienti. A cambiare sono soltanto gli alfabeti.

Eppure tra tutti i cataloghi una differenza c'è. Sfogliando la versione dell'Arabia Saudita provo una perdita di orientamento. Un rapido raffronto con la versione moscovita e mi rendo conto che tutte le foto sono ribaltate orizzontalmente. Per dare consistenza all'eleganza grafica, il senso di lettura delle immagini segue quello dell'alfabeto arabo, da destra a sinistra. Ma non è solo quello.

C'è anche un senso di vuoto, come quello che provo di fronte ai grandi metafisici, con quegli scenari urbani misteriosi perché svuotati di esseri umani. Mobili per strada, manichini, un cavallo, qualcosa che sembra una bambina... Ecco! Nel catalogo Ikea dell'Arabia Saudita manca la presenza umana, limitata a pochi uomini, al massimo in compagnia di pochi bambini, e sono del tutto bandite le figure femminili.

Nella pagina del pianificatore d'arredamento, in tutto il mondo un sosia di Marco Mengoni (twin set incluso) siede su un divano accanto a una giovane afroamericana e insieme sorridono mentre progettano la loro nuova cucina. Nel catalogo saudita lo pseudo-Mengoni siede solo sul divano, senza un sorriso.

Nella sezione cucine un uomo di mezza età serve a tavola alcune donne: si capisce che sono la moglie e le due figlie. La versione saudita è agghiacciante: stessa scena, stessi cibi, ma nessun commensale.

Persino nella doppia pagina che presenta i creatori dei prodotti più celebri sono stati tenuti solo i designer di sesso maschile, negando non solo il lavoro, ma persino l'esistenza delle donne progettiste.

Sono per natura attratto dalle cose banali, inutili. Ciò che le Belle Signore chiamano trash. Signore che come livre de chevet hanno un lacrimoso romanzetto-fuffa su donne islamiche vessate, scritto magari da una editor che abita a Manhattan, e che del Medio Oriente conoscono solo i resort di Sharm El Sheikh. Signore che dovrebbero cercare motivi di sdegno nelle pieghe più vere dell'esistenza, anche nei cataloghi dei mobilifici svedesi.

 

 

 

IKEA - CATALOGO RITOCCATO CON LA SPARIZIONE DELLA DONNAikeaIKEAikeaikea spot004ARTICOLO DI LABRANCA SU FM TV.mister ikea Corriereikea spot001

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