IL TRAMONTO DEI MAGNONI - SOPAF VERSO UN DISSESTO DA 100 MILIONI, E PER GLI EREDI DI GIULIANO MAGNONI E’ IL MOMENTO DELL’ADDIO - IMPARENTATI CON SINDONA, AMICI DI BERLUSCONI E DE BENEDETTI, SONO STATI PROTAGONISTI DELLE PIU’ IMPORTANTI (E CHIACCHIERATE) OPERAZIONI DELLA FINANZA ITALIANA, COMPRESA LA SCALATA DI COLANINNO A TELECOM E IL TENTATIVO DI “ASSALTO ALLA FIAT” - IL CRAC DI LEHMAN FU L’INIZIO DELLA FINE…

Vittorio Malagutti per Il Fatto Quotidiano


Una vita di corsa, all'avventura. Tra scalate in Borsa e miliardi, Bentley e belle donne, bancarotte e bancarottieri, ville da sogno, Wall Street, Caraibi e fiumi di champagne. Gran carriera quella dei Magnoni. Roba da film, tipo il Gordon Gekko di Oliver Stone ("l'avidità è buona", ricordate?). Un film cominciato in bianco e nero, quasi mezzo secolo fa, fianco a fianco con il finanziere, mafioso e assassino, Michele Sindona, di cui Giuliano Magnoni fu socio in affari. Dopo tanti anni rutilanti di profitti e successi, adesso scorrono i titoli di coda.

Siamo all'epilogo. Luci basse e niente annunci roboanti, questa volta. All'ultima puntata va in scena un possibile dissesto da 100 milioni e più. Con il solito contorno di piccoli azionisti spennati e le banche (Unicredit, Popolare Milano e Monte Paschi) tanto generose in passato che ora rischiano di contare perdite milionarie. Si chiama Sopaf, l'ostacolo che ha fatto inciampare Giorgio, Ruggero e Aldo Magnoni, tre degli otto eredi di Giuliano. Il più anziano tra loro, Piersandro, sposò la figlia di Sindona, con cui collaborò per un certo periodo.

Storie vecchie, quelle. Adesso è una piccola holding quotata in Borsa, la Sopaf, a proiettare una luce sinistra sulla famiglia. C'è poco da fare, ormai. Forse un concordato salverà la società dalla bancarotta. Resta lo strascico di una serie di affari sballati o più semplicemente sfortunati. Ultimo della serie l'investimento in Banca Network, piccolo istituto milanese finito in liquidazione senza neppure i soldi per rimborsare i correntisti. Il crac di questa banchetta ha dato il colpo di grazia ai bilanci di Sopaf, già pericolanti per via di una serie di operazioni immobiliari ben poco redditizie.

Giorgio Magnoni, il presidente di Sopaf, classe 1941, tipo brillante, un giovialone, dice che faranno "il possibile per evitare il crac". Bontà sua. Ma nella Milano degli affari e della Borsa, il nome dei Magnoni evoca ben altro, che una piccola holding ormai spiaggiata e senza vita. L'album dei ricordi è popolato di amici e soci famosi. Chiedete un po' a Roberto Colaninno chi mise in piedi quell'Oak fund con base alle Cayman, alimentato da capitali di provenienza mai del tutto chiarita, che partecipò alla scalata a Telecom benedetta da Massimo D'Alema?

Massì, proprio lui, Giorgio Magnoni. Il fondo delle Cayman, ma gestito via Lugano, era farina del suo sacco. E solo lui, Giorgio Magnoni, sa se davvero, come vuole una leggenda metropolitana al momento senza riscontri, se dietro l'Oak fund ci fossero davvero investitori targati Ds. All'epoca della scalata, correva l'anno 1999, Giorgio aveva una sponda in famiglia. Suo fratello Ruggero, di una decina d'anni più giovane, era uno dei manager più brillanti della Lehman, la banca d'affari Usa destinata a fare una brutta fine di lì a qualche anno.

All'epoca invece il Magnoni banchiere gestì da par suo per conto di Colaninno e dell'amico Chicco Gnutti da Brescia quella che venne definita la madre di tutte le scalate, l'attacco alla Telecom da 100mila miliardi di lire. Un fratello socio e l'altro consulente con la divisa di una banca. Come dire che l'uno poteva speculare con le notizie raccolte dall'altro. Qualcuno all'epoca eccepì che quel conflitto d'interessi non era proprio il massimo dell'eleganza. "Macché, tutto a posto", ripeteva Ruggero. Il quale, in effetti, si è dimostrato un fenomeno a districarsi tra interessi in conflitto tra loro.

Era l'unico banchiere, per dire, a vantare la stima e l'amicizia dei due arcinemici Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti. Mondadori e Telepiù per conto del Cavaliere. Olivetti e poi i telefonini Omnitel su incarico del presidente del gruppo L'espresso. Ecco alcuni dei dossier che Ruggero Magnoni si trovò a gestire negli anni Novanta. Fu un'idea sua, raccontano le cronache del tempo, anche quella di mettere i due rivali attorno allo stesso tavolo per lanciare una holding comune che investisse in aziende in difficoltà per rilanciarle. Non se ne fece niente.

Berlusconi, che inizialmente aveva dato la sua disponibilità, finì per tirarsi indietro. E c'è da scommettere che anche De Benedetti, irritato per le reazioni negative all'iniziativa all'interno del suo stesso gruppo, accolse con un certo sollievo la notizia. Poco male per il Magnoni della Lehman, grande amico tra gli altri di Rodolfo De Benedetti, il figlio di Carlo che guida la holding di famiglia Cir. Giusto in quegli anni, tra il 2003 e il 2005, Ruggero si mise in testa di tentare la scalata addirittura alla Fiat, all'epoca piena di debiti con i bilanci in rosso.

Era della partita anche Colaninno, che è socio dei Magnoni nella Immsi, la holding quotata in Borsa del presidente di Piaggio e di Alitalia. Magnoni però non aveva fatto i conti con l'orgoglio degli Agnelli, che riuscirono a montare un'operazione di Borsa (finita al centro di un processo per aggiotaggio) per respingere ogni possibile scalata. Bersaglio mancato, allora.

Il disastro, quello vero, doveva però arrivare da lì a qualche anno, quando la Lehman fece fallimento di fatto aprendo le porte allo sboom della finanza mondiale.
Ruggero ci rimise la poltrona e anche 25 milioni di euro investiti in azioni della banca fallita. Quella però "non è la parte preponderante del mio patrimonio", si è lasciato sfuggire in un'intervista il manager. Brillante. Come al solito.

 

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