1- “IL MIO NON È UN ADDIO MA UN ARRIVEDERCI!” INGROIA IN PARTENZA PER IL GUATEMALA, SUL PALCO DEL TEATRO AMBRA, CON FLORES D’ARCAIS, CAMILLERI, TRAVAGLIO, RUOTOLO 2- “HO FRONTEGGIATO ATTACCHI PERSONALI, CAMPAGNE OFFENSIVE PROVENIENTI SIA DALLA MAFIA CHE DALLA POLITICA, QUASI AL LIMITE DELLA CACCIA ALL’UOMO. MA UN PAESE SENZA VERITÀ SUI MOMENTI CRUCIALI DELLA SUA STORIA NON È VERA DEMOCRAZIA” 3- IL “MARTIRE” DI PALERMO CONTINUERÀ A FAR SENTIRE LA SUA VOCE CON UN BLOG DI DENUNCIA SUL SITO DI MICROMEGA (CHE SI CHIAMERÀ “DALL’ESILIO”) E CON GLI ARTICOLI PER IL FATTO QUOTIDIANO (“LETTERE DAL GUATEMALA”, RISPONDE RIDENDO TRAVAGLIO) 4- UN INCAZZATO ANDREA CAMILLERI CARICA A TESTA BASSA NAPOLITANO: “LA SUA RISPOSTA AL TELEFONO AVREBBE DOVUTO ESSERE: “CARISSIMO, NON POSSO INTERVENIRE IN NESSUN MODO”. HO L’IMPRESSIONE CHE IL PRESIDENTE ABBIA UNA GRANDISSIMA PAURA”

Luciano Di Bacco per Dagospia
Francesco Persili per Dagospia

«Mi sono trovato a fronteggiare attacchi personali, vere e proprie campagne offensive provenienti sia dalla mafia che dalla politica...» C'è chi ha il libro (‘'Palermo'') di Antonio Ingroia aperto a pagina 18 e chi, come Flores D'Arcais, parla al telefono: tutti aspettano l'arrivo del magistrato siciliano.

«Nessuna fuga, non mi sono arreso». Alla vigilia della sua partenza per il Guatemala, il procuratore aggiunto di Palermo in versione no surrender racconta sul palco del teatro Ambra, alla Garbatella, «l'emozione e l'animo sereno» con cui ha affrontato la prima udienza preliminare del processo sulla trattativa Stato-mafia che ha messo sul banco degli imputati mafiosi, ex ministri, servitori dello Stato e rappresentanti delle istituzioni.

«Questa indagine - spiega Ingroia - è stata il massimo contributo che potessi dare all'accertamento della verità sulle stragi Falcone e Borsellino». A salutare il partigiano della Costituzione, c'è l'Italia che chiede «la rivoluzione della legalità». Accanto al direttore di Micromega, Paolo Flores D'Arcais, lo scrittore Andrea Camilleri, il vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e la punta di lancia del SanToro team, Sandro Ruotolo. Manca all'appello solo Furio Colombo impegnato alla Camera.

Ingroia ha deciso di accettare un incarico a tempo (fino a settembre 2013 ma rinnovabile) dall'Onu, si occuperà di mafia da una prospettiva più internazionale ma continuerà a far sentire la sua voce con un blog di denuncia sul sito di Micromega (che si chiamerà «Dall'esilio») e con gli articoli per Il Fatto Quotidiano («Lettere dal Guatemala», risponde ridendo Travaglio). Il magistrato siciliano sente di aver fatto tutto il possibile per l'indagine ma continuerà a far luce sulla stagione delle stragi e dei patti inconfessabili «con le mani un po' meno legate» ché «un Paese senza verità sui momenti cruciali della sua storia non è vera democrazia».

Ipocrisie, silenzi, depistaggi, papelli avvelenati, conflitti di attribuzione: «non è mai accaduto nemmeno ai tempi di Falcone e Borsellino, che nei confronti dei magistrati impegnati a lottare contro la mafia si scatenasse un tentativo di delegittimazione di questo tipo», afferma con compunzione giacobina, Flores D'Arcais.

Ci pensa Ingroia a ricordare come anche Falcone fu messo in discussione e additato come magistrato «carrierista che voleva costituire un centro di potere all'interno del pool antimafia» e la stessa cosa dissero di Paolo Borsellino, bollato come professionista dell'antimafia, «del quale dissero perfino che aveva chiesto il trasferimento a Marsala per andare a fare i bagni».

Ora come allora, non è cambiato nulla. «Il senso di isolamento dei magistrati è sempre lo stesso - prosegue Ingroia - il principio elementare di giustizia è negato da pezzi della classe dirigente che pretendono impunità e un trattamento differenziato».

Quello che Antonino Caponnetto considerava «l'ultimo cucciolo» del pool Antimafia conosce gli effetti della «disinformazione massiccia» così come non trascura l'importanza della cosiddetta società civile che non è solo la grande mobilitazione civica delle primavere di Palermo ma anche quella del comitato di cittadini del suo quartiere che chiedevano al prefetto del capoluogo siciliano di far rimuovere il divieto di sosta istituito per tutelare l'incolumità del magistrato e dei suoi familiari oppure quella della direttrice della scuola materna che lo pregò di non accompagnare più suo figlio a scuola perché gli altri genitori si preoccupavano che i loro figli potessero rimanere impressionati dalla scorta.

Ingroia rivive gli attacchi e le strategie di delegittimazione, ricorda anche le campagne di stampa, «quasi al limite della caccia all'uomo», come scrive nel suo libro, con il florilegio di accuse nei confronti del magistrato che fa politica («il peggior insulto che si possa rivolgere ad un magistrato è quello di accusarlo di non essere imparziale»). Ne ha dubitato Pierluigi Battista dalle colonne del Corriere della Sera quando criticò la partecipazione del pm palermitano e di Scarpinato ad un forum di presentazione del Fatto.

Dopo le critiche nei confronti della «controriforma» della giustizia di Berlusconi ed essere sceso in piazza per difendere la Costituzione nel marzo 2011, Ferrara lo accusò di fare comizi invocando un intervento del capo dello Stato in quanto capo del Csm. E quando il partigiano della Costituzione e socio onorario dell'Anpi salì sul palco del congresso dei Comunisti italiani, i sospetti di una imminente discesa in campo si mescolarono agli editoriali di fuoco, con il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, che lanciava il suo j'accuse: «Ingroia andrebbe allontanato dalla magistratura e da subito».

Una canea mediatica che può riattizzarsi adesso con la sentenza della Corte Costituzionale («un verdetto già scritto», per l'ex presidente emerito Gustavo Zagrebelsky) sul conflitto di attribuzione sollevato davanti alla Consulta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nei confronti dei pm di Palermo per le telefonate fra il capo dello Stato e l'ex ministro Mancino finite nelle intercettazioni.

«Abbiamo fatto di tutto perché nulla uscisse, e nulla è uscito, fino a quando non siamo stati costretti a rivelare che le telefonate erano 4», Ingroia confessa la sua amarezza e parla di indagine tabù («questa è la prima volta che vengono giudicati uomini della mafia che hanno ricattato lo Stato, uomini dello Stato che hanno agevolato la mafia ed ex ministri che avrebbero mentito su ciò che stava accadendo dietro le quinte nel momento in cui si stava trattando una nuova pax. È questo il tabù? Credo che, in parte, sia così»).

«Si vuole una magistratura addomesticata», Andrea Camilleri carica a testa bassa i parlamentari collusi chiamati a legiferare («come se Dracula fosse a capo dei donatori di sangue») e Napolitano («la sua risposta al telefono avrebbe dovuto essere: "Carissimo, non posso intervenire in nessun modo". Ho l'impressione che il presidente abbia una grandissima paura: teme lo scardinamento delle istituzioni e una perdita ulteriore di credibilità del Paese»). Lo scrittore siciliano invoca il presidente-partigiano Pertini e una autentica rivoluzione morale: «se oltre i cervelli perdiamo anche i magistrati migliori, restiamo con le pezze al culo».

Ma si può vincere ancora la mafia impegnando le forze migliori delle istituzioni, come ammoniva Falcone? Camilleri guarda al risultato delle elezioni in Sicilia e saluta con soddisfazione la vittoria di Crocetta. «Una bandiera dell'antimafia, un uomo coraggioso. Chi ha votato Crocetta, ha scelto la strada giusta, spero sia contagiosa».

Non vede una Sicilia «rassegnata» ma «una terra che si risveglia e pretende qualcosa di nuovo e diverso», Ingroia commenta con Dagospia il voto siciliano che investe la politica di un disagio (l'astensione al 53 per cento) e di una rinnovata speranza. Beppe Grillo? «Nel voto che ha premiato il M5S non c'è antipolitica ma richiesta di una politica nuova».

Se in questa politica nuova ci sarà posto anche per Ingroia è ancora presto per dirlo. «Il mio non è un addio ma un arrivederci», precisa, a scanso di equivoci, il magistrato che, per adesso, vola in Guatemala. Tanto, come ricorda Travaglio, «i tempi della giustizia in Italia sono tali che, dopo aver risolto i problemi del Guatemala, Ingroia tornerà, di sicuro, in tempo per il dibattimento». Sempre che la speranza di qualcosa di nuovo e diverso non lo spinga a tornare prima.

 

 

sandro ruotolo travaglio ingroia palco paolo flores arcais antonino ingroia teatro IL BACIO TRA INGROIA E CAMILLERI ANDREA CAMILLERI IL LIBRO DI ANTONINO INGROIA IL PUBBLICO DEL DIBATTITO TRA INGROIA FLORES DARCAIS CAMILLERI INGROIA PAOLO FLORES DARCAIS ANDREA CAMILLERI INGROIA TRAVAGLIO INGROIA AUTOGRAFA IL SUO LIBRO

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