angelo burzi

“ANGELO BURZI SI SENTIVA IL PROTAGONISTA DEL PROCESSO DI KAFKA” – GLI AMICI DELL’EX ASSESSORE DELLA REGIONE PIEMONTE MORTO SUICIDA RICORDANO IL CALVARIO DECENNALE NEI TRIBUNALI: "CREDEVA NELLA GIUSTIZIA E NELLA PROPRIA INNOCENZA. LE SPESE CHE GLI FURONO CONTESTATE LE RITENEVA RICONDUCIBILI ALL’ATTIVITA’ POLITICA. ERA INTRANSIGENTE CON SE’ STESSO E CON GLI ALTRI" - LA NOTA DEL PROCURATORE GENERALE SALUZZO DOPO IL SUICIDIO: "NO A SPECULAZIONI POLITICHE, BURZI NON FU PERSEGUITATO DAI GIUDICI”

M.Ner. per il Corriere della Sera

 

angelo burzi

Ci sono alcuni esponenti politici (anche passati), scrive il procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, «che hanno ritenuto di utilizzare la morte di un uomo per accuse del tutto false e contraddette dai fatti».

 

La morte è quella di Angelo Burzi, 73 anni, l'ex consigliere e assessore regionale del Piemonte, suicidatosi la notte di Natale nel suo appartamento nel centro di Torino, dieci giorni dopo la condanna (a tre anni) nell'Appello bis del processo Rimborsopoli, sull'utilizzo dei fondi per il funzionamento dei gruppi consigliari. Una vicenda giudiziaria citata in una delle tre lettere lasciate a moglie, figlie e amici politici.

 

 Alcuni dei quali hanno poi attaccato l'operato dei magistrati, etichettando il caso che aveva coinvolto Burzi come «processo politico» o «persecuzione giudiziaria», a causa di «gente» che «amministra la giustizia solo per combattere nemici politici». È così che Saluzzo ha scritto un comunicato di quasi due pagine, difendendo quei colleghi che, ieri mattina al palagiustizia, si sentivano sotto accusa.

 

Nonostante, il giorno prima, avesse voluto evitare qualsiasi polemica, vista la tragedia, «un evento di fronte al quale esprimo tristezza e umana condivisione dei sentimenti di dolore di chi gli era vicino».

francesco saluzzo procuratore generale di torino

 

Dopodiché, con «garbo» formale, è passato a una durissima replica sostanziale, davanti ad «affermazioni inaccettabili», che «gettano discredito» e che «potrebbero costituire anche vilipendio dell'ordine giudiziario». Primo: «I magistrati non hanno "nemici" (neppure "amici") e per quanto riguarda le Procure del mio distretto (e quella di Torino, in primo luogo) e la Procura generale, l'affermazione, oltre che "destabilizzante" e irricevibile, è ampiamente contraddetta dal fatto che indagini e processi hanno riguardato, negli anni, esponenti politici di differenti versanti».

 

Morale: «Non c'è nulla di più lontano dal vero», sostenere che la Procura ordinaria e quella generale «avrebbero trattato situazioni identiche in modo differente, a seconda del diverso colore politico».

 

Postilla: «Poi, certo, deve anche essere accettata la voce e la mano pesante della legge (di quelle leggi scritte dalle stesse persone che oggi additano "lo scandalo") quando le regole vengono violate». Come era stato per Burzi - spiega Saluzzo -, condannato in Appello e, precedentemente, uscito dal secondo filone di Rimborsopoli con un patteggiamento a un anno e due mesi, diventato definitivo il 23 gennaio 2020.

 

 

QUEI 10 ANNI NEI TRIBUNALI

MASSIMILIANO NEROZZI per il Corriere della Sera

 

angelo burzi

A volte Angelo si sentiva come Josef K., il protagonista del Processo di Kafka, racconta un amico. «Riteneva che le sue spese fossero riconducibili all'attività politica e per questo non concepiva le accuse». La pensò così il tribunale di Torino, con l'assoluzione del 7 ottobre 2016; non i giudici dei due appelli e, nel mezzo, quelli della Cassazione, che per Burzi avevano chiesto un ricalcolo della pena. Insomma, per chi lo conosce da anni, e per anni gli è stato al fianco, fu un calvario: «Non sono nella testa di Angelo - diceva ieri Gianluca Vignale, a lungo compagno di gruppo in consiglio regionale e ora capo di gabinetto del presidente Cirio - ma uno dei motivi o il motivo principale che l'ha portato a compiere un gesto così tragico è stato il percorso giudiziario fatto in questi anni». Per un motivo: «Credeva nella giustizia e si sentiva innocente».

 

Nel racconto di parte che sempre viene fuori dai ricordi dei famigliari, e dallo sfogo dei colleghi di partito, non ci sono dubbi, come dice a tutti anche la moglie, Giovanna Perino: «Ripeteva di essere innocente, e lo era. Invece l'hanno perseguitato, per dieci anni». Indagato nell'aprile 2013 nell'ambito di un'inchiesta della Guardia di finanza, coordinata dagli allora pm Giancarlo Avenati Bassi ed Enrica Gabetta, Burzi e altri consiglieri arrivarono al dibattimento di primo grado l'anno successivo, alla sentenza d'Appello nel luglio 2018, e alla fine del remake del secondo grado lo scorso 14 dicembre, dopo il rinvio della Cassazione.

 

angelo burzi

Una vicenda lunga, come troppo spesso impongono i tempi della giustizia, che inevitabilmente gli aveva incupito l'anima: «Mi sento oppresso da questa accusa», disse davanti al tribunale, durante l'esame da imputato. Perché, «sono orgoglioso di tutti gli anni di attività politica, ma non di questo episodio».

 

Non era ovviamente un'ammissione di responsabilità, ma l'esternazione di un disagio, per essere accusato di peculato: «Il peggio per una persona che fa parte delle istituzioni». Come conferma la moglie agli amici: «Era una delle cose che gli provocava più amarezza». Visto che ai suoi occhi, era tutto tragicamente semplice: «Quelle spese erano state fatte solo per attività politica». Con i mesi, che erano diventati anni, la frase si era trasformata in mantra, ricorda oggi Vignale, al suo fianco da consigliere fino al 2019: «Ne abbiamo parlato un sacco di volte, davvero tante».

 

Per un po', Vignale aveva condiviso con Burzi pure il percorso giudiziario, prima di essere assolto in abbreviato nel primo filone di Rimborsopoli ed essere archiviato nel secondo. «Angelo - spiega Vignale - riteneva che le sue spese fossero riconducibili all'attività politica.

 

burzi

Esistevano regolamenti consigliari, ora scritti in maniera più precisa, ma che all'epoca parlavano di spese di rappresentanza». Per come conosceva Burzi e per «la persona che Angelo era», Vignale non ha dubbi sulla ragione ultima del suicidio. «Lui era un tipo intransigente con sé stesso, ma anche con gli altri», e pure per questo non sempre risultava simpatico.

 

Però, «aveva il senso della politica, e sentiva la responsabilità di gestire le risorse pubbliche: per questo tutta la vicenda giudiziaria gli è pesata, tremendamente». Questa è però una versione della storia e di fronte all'altra, sottoscritta dai giudici, e da una sentenza nel nome del popolo italiano, Vignale è più cauto di alcuni ex colleghi di partito. Anche se ne comprende la rabbia: «Di fronte a una tragedia c'è un aspetto umano che non si può non comprendere, e per questo credo che vada sempre soppesato ciò che si dice su ciò che è avvenuto e sulla persona stessa». Come sospira un altro ex compagno in consiglio: «Non ci può non essere un moto d'animo, per chi ha vissuto le sofferenze di quella vicenda». O come ribadisce la moglie: «Era convinto di aver subito un'ingiustizia».

 

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