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“CAN YAMAN È INADATTO AL RUOLO NEL NUOVO ‘SANDOKAN’” - ALDO GRASSO AZZANNA L’ATTORE PROTAGONISTA DELLA NUOVA SERIE DI RAI1 CHE HA FATTO INCETTA DI ASCOLTI: “NON SI PUÒ SCEGLIERE UN ATTORE COSÌ IMPACCIATO, COSÌ POCO ESPRESSIVO. IL REGISTA GLI DEVE AVER DETTO: 'FA LA TIGRE DELLA MALESIA'. E LUI, COME I BAMBINI, PER TUTTA LA DURATA DELL’AZIONE FA LA TIGRE’”- ALBERTO MATTIOLI: “È UN 'PIRATI DEI CARAIBI IN SALSA WOKE'. L’EROINA È FEMMINISTA, ECOLOGISTA, ANTICOLONIALISTA, AMICHEVOLISSIMA CON I BUONI SELVAGGI E INSOMMA ULTRA-SUPER-PERBENISTA. CAN YAMAN HA DUE ESPRESSIONI: CON E SENZA TURBANTE…” - VIDEO

1. YAMAN, NUOVO SANDOKAN: INADATTO AL RUOLO, FA SOLO LA TIGRE

Estratto dell'articolo di Aldo Grasso per il "Corriere della Sera"

 

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Ma perché Can Yaman? A cinquant’anni dalla celebre serie Rai che lo rese «immortale», torna «Sandokan» […]

 

Il nuovo «Sandokan» vive su una contraddizione insanabile: di fronte a un impegno produttivo di Lux Vide di grande levatura internazionale, non si può scegliere un attore così impacciato, così poco espressivo (nonostante la bellezza instagrammabile), così inadatto al ruolo. Il regista gli deve aver detto: «Mi raccomando fa la tigre della Malesia». E lui, come i bambini, per tutta la durata dell’azione fa la tigre, non so se della Malesia o di altro Paese.

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Se viene meno l’attore principale è difficile poi tenere in piedi il resto della costruzione. Anche Alessandro Preziosi, nelle vesti di Yanez, è sempre sopra le righe, fa persino le faccine.

 

[…] Rispetto alla versione di Sergio Sollima del 1976, questa voleva essere più al passo con i tempi, forse più ambigua, cercando quell’introspezione dei personaggi che nel racconto epico di solito non c’è.

 

La ricerca di una maggiore complessità nei rapporti emotivi e di potere deve però fare i conti con gli interpreti. Non basta citare Shakespeare per essere un bravo attore.

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2. SANDOKAN, LIBIAMO AL TRIONFO AUDITEL. IL DEBUTTO DELLA FICTION NAZIONALPOP TRA SVARIONI E OVVIETÀ

Estratto dell’articolo di Alberto Mattioli per www.quotidiano.net

 

Sì, c’è anche la tigre sventrata "in volo": alla fine della prima puntata. Perché è chiaro a tutti, compreso a chi l’ha perpetrato, che il principale rivale di questo nuovo Sandokan di mamma Rai, al debutto lunedì sera (5 milioni e 700 mila spettatori, share quasi al 34%), è quello vecchio.

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[…] In questa nuova versione invece il protagonista è il bonazzo turco Can Yaman, pettinato come Bedi e doppiato da Adriano Giannini, che dispone soltanto di due espressioni: con il turbante e senza.

 

La perla di Labuan, Alanah Bloor, è peperina ma un po’ slavata, Alessandro Preziosi-Yanez la butta sull’ironia ma a Philippe Leroy per realizzarla bastava alzare un sopracciglio, e il malvagio sultano del Brunei sfoggia più giri di perle della Regina Margherita.

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I gioielli etnici sono forse la cosa migliore: Sandokan ne indossa tanti che sembra una sciura milanese della Ztl che è andata in India a cercare sé stessa e ha trovato della bellissima bigiotteria.

 

Non male anche gli interni del consolato britannico, un "early victorian" coloniale molto ben illuminato.

 

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Però nessun soldato con un fucile al fianco saluta portando la mano alla visiera, si fa il presentat-arm!, suvvia, e in una festa che si svolge nel 1841 suona un po’ strano che l’orchestrina strimpelli il brindisi della Traviata, che è del ’53 (comunque, l’opera preferita di Queen Victoria e dei vittoriani tutti era I Puritani di Bellini, gli sceneggiatori prendano nota per il prossimo sequel). Carina invece la citazione di Via col vento, con la Slavata che si lamenta del "maledetto corsetto", anche se Vivien Leigh era un’altra cosa, signora mia.

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C’è il guaio del politicamente corretto, che ovviamente nel 1976 non si poneva, dunque altre nostalgie. Una mia amica intelligente quindi perfida ha definito questa serie “dei Pirati dei Caraibi in salsa woke", e così è.

 

L’eroina, oltre a non voler assolutamente andare a Londra a spassarsela fra teatri e shopping […] è femminista, ecologista, anticolonialista, amichevolissima con i buoni selvaggi e insomma ultra-super-perbenista: Rousseau al Club Mediterranee.

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Ripete due volte in due puntate che detesta la caccia, però poi ci va. I poveri indigeni sono schiavizzati nelle miniere di antimonio che serve per la rivoluzione industriale, e il governatore inglese teorizza il libero mercato come legge divina ben prima di Margaret Thatcher: per Raiuno, siamo dalle parti della sinistra extraparlamentare.

 

Resta però il solito problema di queste fiction nazionalpop. Tutto è troppo didascalico, telefonato, evidente: la televisione è davvero l’ovvio del popolo.

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E aggiungete pure che l’esotismo non funziona più, perché anche a Sarawak ormai ci vanno le comitive organizzate […]

Cinquant’anni fa, potevano sembrare luoghi ancora misteriosi e affascinanti, e figuriamoci all’epoca di Salgari; adesso, sembra sempre che stia per sbucarci Licia Colò.

 

[…] Ma poiché i tinelli italiani l’hanno plebiscitato, ci sono 5 milioni e 700 mila ragioni a favore di Can e degli altri Can (per la tigre, però, spiace: in fin dei conti, è un gatto, sia pure taglia XXL).

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