LA CAPRIA RECENSISCE I “RITRATTI ITALIANI” DI ARBASINO - IN BARBA A PASOLINI, LA SODOMIA “COME DIVERTIMENTO E NON COME TORMENTO” - NEL CONTRASTO TRA CONSERVAZIONE E AVANGUARDIA L’IMPORTANZA DELLA “DOLCE VITA” DI FELLINI

ALBERTO ARBASINOALBERTO ARBASINO

Raffaele La Capria per il “Corriere della Sera”

 

Un tranquillo malinconico lungo addio mi è sembrato questo libro Ritratti italiani (Adelphi) di Alberto Arbasino, un addio agli amici di una volta, alla giovinezza passata con loro, ai luoghi e alle persone, ai libri più amati, ai momenti più belli della sua straordinaria formazione intellettuale, alla Dolce Vita e ai caffè di una Roma irrimediabilmente scomparsa. Un lungo sommesso addio.

 

Mai Arbasino era stato così affettivo, mai il suo sentimento era stato comunicato in modi così discreti e diretti, ed ecco perché ho letto questo libro con una certa commozione. Dopotutto abbiamo vissuto gli stessi anni, anche se lui è un po’ più giovane di me, e più volte le nostre vite si sono incrociate, abbiamo conosciuto le stesse persone e a quelle stesse persone siamo sopravvissuti, insomma sentivo leggendolo che questo libro riguarda in qualche modo anche me, il mio tempo, i miei ricordi. Ed ora vorrei darne soltanto qualche impressione di lettura.

alberto arbasinoalberto arbasino

 

Il libro è composto da una serie di ritratti in ordine alfabetico, a cominciare da Gianni Agnelli e a finire con Federico Zeri, ma indirettamente Arbasino propone un ripensamento sulla letteratura del suo tempo, soprattutto quella degli anni Cinquanta fino ai Settanta, che vide l’affermarsi del Gruppo 63 e dei fermenti innovativi della nuova avanguardia. Spesso i valori letterari accreditati vengono messi in discussione, ma, anche quando la polemica gli prende la mano, Arbasino fa sempre apparire uno scenario che non avevi previsto.

 

Scrive che «qualunque rievocazione dei nostri anni Cinquanta può confermare una larga prevalenza omosessuale nei diversi settori della vita culturale italiana, specialmente nel teatro e nel cinema». E altrove distingue tra quelli che vivevano la sodomia «come divertimento e non come tormento», ed è questa probabilmente la differenza che vuol suggerire tra lui e Pier Paolo Pasolini o Giovanni Testori.

Raffaele La Capria Raffaele La Capria

 

Non tutti i personaggi hanno in questo libro lo stesso trattamento, ci sono i preferiti, e sono Gadda, Longhi, Pasolini, Calvino, Parise, Manganelli, Testori, e ci sono quelli più riveriti e quelli meno. Moravia gli è simpatico, ha la sua stima, ma si sente che non fa parte dei suoi, e il ritratto a lui dedicato termina un po’ sbrigativamente così: «Morì in bagno. Ci mancherà moltissimo».

 

La sua cultura permette ad Arbasino di spaziare in tutti i campi con la stessa competenza e la stessa disinvoltura, musica, teatro, opera lirica, narrativa, critica letteraria. Aiutato da una memoria incredibile, che ha fatto bene a fermare prima nei suoi articoli poi nei suoi libri, salvandone così l’immediatezza, ricorda freneticamente nomi ed eventi memorabili per mondanità, successo e stranezze, ricorda pettegolezzi, feste e battute, come quella di Berenson a Longhi: «Che effetto le fa di essere il marito di un genio?», dove il genio era Anna Banti. Anche Arbasino, come dice di Leonor Fini, spesso si occupava di «futilità vertiginose», ma sono queste a dare ai suoi libri una specie di svagatezza molto piacevole.

Paolo Di Paolo Roberto Napoletano Raffaele La Capria Paolo Di Paolo Roberto Napoletano Raffaele La Capria

 

Nel ritratto dedicato a Federico Fellini è importante quello che dice su La dolce vita e sugli effetti che quel film ebbe sulla letteratura, perché la sua struttura a blocchi indicava una strada significativa per uno scrittore. Nel contrasto tra conservazione e avanguardia il film di Fellini dava una bella botta in favore dello sperimentalismo.

 

Tra i romanzi da lui preferiti Arbasino indica Musil e Broch, ma io mi domando se ancora lo pensa, perché ci sono capolavori meno noiosi e prolissi nella storia della letteratura, e sono quelli che oggi amiamo di più. Ma lui, Arbasino, scrive: «Ecco dunque l’opera aperta spalancarsi in tutte le sue direzioni, franano tutti i limiti tra realtà e immaginazione». Sono queste le teorie di quegli anni sul romanzo, che qui rivivono, sul romanzo e sull’impossibilità di scrivere un romanzo. Roba passata, ma questo è anche un libro di memoria, e riguarda appunto la memoria di anni e polemiche passate.

MICHELANGELO ANTONIONI MICHELANGELO ANTONIONI

 

Ritratti italiani è un libro di nostalgia non espressa, non esibita, ma che, tenuta fuori la porta, si infila a volte in certe frasette come «...ma a Villaleati in quella domenica ormai lontana come Via col vento », o nel bel ritratto di Giangiacomo Feltrinelli, un eroe della buona fede insidiata «dalle sinistre trame di personaggi togliattiani».

 

A volte invece un grido: «Ma cosa mi resta adesso? Parecchi ultimi ricordi molto tristi, e che mi piacciono pochissimo... e io mi sento molto solo». Sta parlando di tanti amici morti che sono diventati edizioni complete e del vuoto che si è fatto intorno a lui, insomma sta parlando della sua età avanzata, che fa di lui un sopravvissuto a tanti cari amici.

 

Goffredo ParisiGoffredo Parisi

Non è facile dare un’idea complessiva di un libro come Ritratti italiani , dove forse il ritratto più riuscito e più completo è proprio quello dello stesso Arbasino, uomo di multiforme ingegno e molto prestigiose amicizie, che sapeva trattare con tutti nel modo giusto e, conversando amabilmente, carpire il meglio della loro personalità.

 

Con alcuni era cattivello, come con Michelangelo Antonioni, che tratta con lo stile polemico dei suoi antichi compagni, quelli che definirono Giorgio Bassani e Carlo Cassola le «Liale» della letteratura del momento; con altri, come con Ennio Flaiano, era affettuoso, ne aveva capito la natura scontrosa e il dolore nascosto, e apprezzava la prosa diaristica dei suoi libri.

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Amava Giosetta Fioroni, con cui aveva allestito una Carmen di immaginose invenzioni, e moltissimo amava il suo compagno, Goffredo Parise, ne amava «la delicata prosa dove la grazia è stile che attenua il dolore» e «sembra scritta su seta». Proprio il contrario insomma di certi libri, come quelli complessi e «difficili» che lui aveva preferito all’inizio della sua prestigiosa avventura letteraria. 

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