IL CINEPANETTONE AFRICANO: NATALE IN CONGO - ANCORA BLOCCATE IN AFRICA LE FAMIGLIE ITALIANE CON BIMBI ADOTTIVI - SCARICABARILE TRA KYENGE E ALFANO

1. ‘IL NOSTRO NATALE DA PRIGIONIERI IN CONGO'
Grazia Longo per ‘La Stampa'

Chi ha disegnato insieme ai bambini un Babbo Natale sul cartoncino rosso. Chi intrattiene i bambini cercando nel web video con abeti illuminati e strenne natalizie. Ma pochi, per non dire nessuno, festeggerà la festa più attesa dell'anno intorno a un albero di Natale decorato.

«Al supermercato ce n'è uno piccolino, ma costa troppo caro e sinceramente con tutte le spese che stiamo sostenendo, non ce lo possiamo permettere». C'è Natale e Natale, e quello delle 24 coppie di italiani trattenuti nella Repubblica democratica del Congo insieme ai loro figli adottati non prevede né cenoni, né panettoni e spumanti. «Solo tanta ansia e tanta paura che ci facciano tornare a casa senza i nostri i figli», prosegue Francesca Morandin, 33 anni, ricercatrice «precaria» di Biologia all'Università di Padova, che con una mano tiene il telefonino e con l'altra accarezza il suo bimbo «che ha 14 mesi ma pesa quanto uno di 7 tanto è denutrito. E come non bastasse fatichiamo a fargli scendere la febbre e a farlo guarire dalla scabbia».

Un Natale povero di tradizione e di regali ma ricco di amore. «Cercheremo di organizzarci con le altre famiglie, ma non saremo in tanti perché non viviamo tutti nello stesso posto. Noi che siamo venuti in Congo con l'associazione Aibi siamo sistemati in un residence: 6 coppie in tutto, le altre stanno in altri piccoli appartamenti o in albergo. Incontrarsi non è facile, tanto più che tre giorni dopo l'arrivo ci hanno ritirato il passaporto e il visto è scaduto».

Unica cosa positiva è che negli alloggi del residence c'è la cucina e «così possiamo preparare noi, ma non sarà certo un pranzo di Natale sontuoso. Siamo felici lo stesso, anzi per certi versi più dell'anno scorso perché allora io e mio marito Marco eravamo soli, senza nostro figlio. Certo avevamo sperato per lui un Natale diverso e anche i nostri genitori avrebbero tanto desiderato coccolarsi il nipotino a casa nostra, a Treviso».

Natale sarà «un giorno come un altro» anche per Paola e Corrado Nota, torinesi, arrivati a Kinshasa insieme all'altro figlio, di 9 anni. «Qui ci aspettava il nostro bimbo africano di 7 anni - spiega Paola - , adesso mentre io sto parlando con lei al telefono sono entrambi fuori a giocare insieme al papà. Ma quanto potrà durare? Il nostro bambino più grande deve comunque rientrare in Italia per la scuola: qui sta facendo i compiti e le sue maestre sono deliziose, le abbiamo sentite più volte al telefono e non vedono l'ora che il loro alunno torni a scuola.

Qui intanto dobbiamo fare i conti con le paure dei piccini: non creda che non capiscano, sono bambini ma percepiscono le nostre apprensioni. Avevamo immaginato un Natale sotto la neve e soprattutto con la gioia di essere tutti uniti e sereni. E invece io e mio marito siamo ancora qui ignari di quando e come avverrà il rimpatrio». Per motivi di lavoro e per riportare a scuola il figlio più grande, Corrado Nota partirà subito dopo Natale. Ma non ha il passaporto, dovrà usufruire di un'autorizzazione speciale del nostro ambasciatore in Congo.

Anche Paola racconta dell'inopportunità di acquistare l'albero di Natale in Congo: «Costa troppo e noi certo non ci eravamo portati gli addobbi natalizi, convinti di ripartire al più presto con i nostri figli».

E infine, di nuovo Marco e Francesca Morandin che concludono con una richiesta: «Si parla tanto del Natale come occasione per compiere una buona azione. Speriamo che dall'Italia arrivi una soluzione definitiva per noi e le altre coppie adottive. Ecco, questo sarebbe sicuramente il regalo di Natale più bello per i nostri figli».


2. IL RAGGIRO DI UN OMOSESSUALE E KINSHASA HA CHIUSO LE PORTE
Grazia Longo per ‘La Stampa'

È una storia che ha dell'incredibile. A rendere tale la vicenda delle 24 coppie di italiani bloccati, da oltre un mese, nella Repubblica democratica del Congo con i loro bambini appena adottati, non ci sono tanto i cavilli burocratici quanto i motivi che li hanno scatenati.

All'origine del divieto da parte del Congo a far partire genitori e figli adottati, con tutti i documenti in piena regola, c'è un retroscena che riguarda una coppia gay canadese. «Tutto è nato - racconta Marco Griffini, presidente dell'Aibi, l'Associazione amici dei bambini - dal fatto che un canadese mesi fa abbia adottato un bimbo congolese presentandosi alle autorità africane come un single.

Ma in realtà era un omosessuale che voleva allevare il piccolo con il suo compagno. Il Congo su questo tema non transige: vieta le adozioni alle coppie gay e indispettita dal reato ha chiuso, per un anno, le porte alle adozioni internazionali».

L'attuale intrigo diplomatico internazionale affonda, insomma, le sue radici nel timore che ha il Congo delle «seconde adozioni», una sorta di subadozione in barba alle sue leggi. Grazie alle sollecitazioni di associazioni che come l'Aibi assistono gli italiani nelle adozioni internazionali e dopo le opportune verifiche, la posizione del Congo sembrava tuttavia ammorbidita.

Una volta accertato che le coppie adottive italiane e non - ci sono anche belgi, francesi e statunitensi, in tutto 50 coppie - in lista d'attesa non erano omosessuali si è aperta una finestra. I nostri connazionali sono seguiti, oltre che dall'Aibi, anche dalle altre onlus «Enzo B» e «I Cinque Pani».

Il ministro per l'Integrazione Cecile Kyenge, congolese, è volata fino a Kinshasa ed è riuscita a strappare una concessione: le coppie e italiane con i dossier pronti prima del 25 settembre scorso, potevano andare ad abbracciare i bimbi adottati e accompagnarli in l'Italia. Ma purtroppo quella del ministro Kyenge è stata una vittoria a metà: le famiglie italiane sono sì potute arrivare in Congo, ma sono ancora lì. E oggi c'è pure il giallo di una «seconda lista» delle coppie adottive con nomi di italiani che non risultano nell'elenco ufficiale nelle mani dei congolesi.

Per non parlare poi del «mistero» di due coppie di nostri connazionali che sono riuscite a rientrare con i figli adottati. Le altre 24 sono ancora bloccate a Kinshasa, chi in ferie, chi in aspettativa o in attesa della «maternità», in hotel, a proprie spese, in attesa che la situazione si risolva. Intoppi burocratici stanno privando bambini soli, denutriti e spesso anche malati, del diritto ad essere amati e protetti. «E' una vergogna - tuona Marco Griffini - in Congo ci sono 4 milioni e mezzo di bambini abbandonati, 32 di loro sono stati già assegnati a coppie di nostri connazionali nel totale rispetto della normativa internazionale e invece c'è un divieto all'espatrio dei piccini».

Il presidente dell'Aibi, Griffini, non ha dubbi: «Se non interviene direttamente il premier Enrico Letta la situazione potrebbe precipitare. La ministra Kyenge non ci ha mai convocato. A questo punto spero che il presidente del Consiglio si rechi presto a Kinshasa. Se è andato a Varsavia in difesa dei tifosi laziali, può andare benissimo anche in Africa per aiutare quei poveri bambini che meritano una vita normale. Il premier belga sta facendo molte pressioni, anche noi italiani abbiamo bisogno di un'accelerazione».

L'altro ieri il ministro degli Esteri Emma Bonino, ha convocato alla Farnesina l'Ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo, Albert Tshiseleka Felha, per esprimergli lo sconcerto del governo italiano sul fatto che accordi verbali raggiunti a novembre tra le autorità congolesi e la Ministro Kyenge sono stati del tutto disattesi e per una situazione che resta «fortemente preoccupante».

 

 

LE COPPIE DI GENITORI ITALIANI BLOCCATI IN CONGOPROFUGHI CONGOLESI SUL CONFINE DI GOMA GUERRA IN CONGO GUERRA CIVILE IN CONGO Kyenge marito ital Emma Bonino images

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