COMMISSARIATO FACEBOOK - QUANDO I SOCIAL NETWORK SI TRASFORMANO IN TRIBUNALI DELL’ASSURDO - SPARITE DA FB LE FOTO-ACCUSE DELLA EX DI MASSIMO DI CATALDO

1. CASO DI CATALDO, SPARITE DA FACEBOOK LE FOTO-ACCUSE DELLA EX DEL CANTANTE
Corriere.it

Non ci sono più su Facebook le foto del volto tumefatto di Anna Laura Millacci, quelle che la stessa donna aveva pubblicato venerdì scorso sul suo profilo come testimonianza delle presunte percosse ricevute dall'ex compagno, il cantante Massimo Di Cataldo. Le istantanee, tra le quali anche quella del presunto feto abortito dalla donna in seguito alla violenza subita, avevano fatto presto il giro del web e della stampa nazionale, suscitando polemiche e reazioni pro e contro la decisione di pubblicarle sul social network.

NESSUNA DENUNCIA - La donna aveva sostenuto di non voler denunciare Di Cataldo e di aver messo online gli scatti per convincere parenti e amici che non credevano ai racconti delle violenze da lei subite. Il cantante, da parte sua, si difende e nega tutto: «Sto già prendendo provvedimenti legali per la grave accusa che ho subito. Ora il mio lavoro, seppur compromesso da questa imbarazzante vicenda, viene dopo, prima c'è la mia dignità di uomo. La verità verrà a galla».

2. FACE-COURT: QUANDO I SOCIAL NETWORK SI TRASFORMANO IN TRIBUNALI DELL'ASSURDO
Gabriele Romagnoli per "La Repubblica"

C'è qualcosa di improprio nel "casoDiCataldo". È la trasformazione del social network, sistema di comunicazione, in social police department e, addirittura, social tribunal, sistema di indagine e giudizio. Lì la ex compagna del cantante ha depositato la notizia di reato e lì si stanno svolgendo inchieste parallele ed emettendo giudizi sommari.

Con la sua capacità di fagocitare ogni cosa, la rete ha già spostato il dibattito attorno al centro di gravità permanente del proprio ombelico: da «questo delitto è realmente avvenuto?» a «è lecito sporgere denuncia nella piazza elettronica?».

Per non farci travolgere dalla sua velocità, torniamo al punto di partenza.
La vittima di quello che dobbiamo, per civiltà, definire un reato presunto, sceglie di denunciarlo in modo irrituale. Dirà poi che intendeva semplicemente dare la propria versione a una sfera di amici e conoscenti, ma è evidente che la pur declinante notorietà del presunto aggressore avrebbe fatto il resto.

Silvia Caramazza, la donna uccisa e messa nel congelatore a Bologna aveva postato nel suo oscuro blog accuse piene di presagi contro il fidanzato e nessuno le ha notate. Nel caso della ex di un cantante i gradi di separazione dalla bolla mediatica sono nulli. Esistono l'isola dei famosi e la terra de noantri. Paghiamo le bollette per tenere le luci accese in mezzo al mare.

Noi sappiamo quanto sia penoso e frustrante fare una denuncia nei modi prescritti dalla legge. Occorre recarsi nelle sedi preposte, scontrarsi con casi di ignavia, magari essere oggetto di qualche domanda che è in realtà una insinuazione: «Perché non è venuta subito?», «Ma lei che cosa aveva fatto?».

Ci sono le attese, i «le faremo sapere», gli sguardi indebiti e i tempi lunghi. Talora perfino un retaggio del passato chiamato discrezione. E la concreta possibilità di non avere mai giustizia.

Il commissariato Facebook evita tutto questo, ma dalla sua porta di servizio entrano spifferi di altra natura.

L'accusa va per direttissima. Le prove vengono raccolte ed esibite in tempo quasi reale, poi esposte davanti a una giuria popolare in senso lato, troppo lato. La reazione della piazza elettronica al "caso Di Cataldo" è esemplare.

Nel giro di poche ore sulla pagina del cantante compaiono più di duemila messaggi il cui tono è quasi univoco. La rete oscilla tra i due poli più estremi del rapporto tra esseri umani: ammirazione o esecrazione. Se possibile prima una poi l'altra. C'è un piacere perverso nel decretare FI-NI-TA la carriera di qualcuno che forse già non l'aveva più.

Si sprecano le minacce di ritorsione. Per curiosità sono risalito alla pagina di un tizio che voleva vendicare la donna di Di Cataldo. Era piena di messaggi della sua, di «ex», che gli rinfacciava abusi o vigliaccherie. Poi, inevitabilmente, il flusso elettronico ha imboccato una svolta. È bastato un seme isolato per far crescere la pianta del dubbio e trasformarlo in certezza di segno opposto.

Le teorie del complotto su Internet si applicano a qualsiasi vicenda: dagli attacchi dell'11 settembre a questa faida familiare. Il tasso di credibilità è lo stesso: pressoché zero. La rete ci ha dato inattese verità e gattini in barattolo. Lo strumento per discernere le une dagli altri non si vende nei negozi di elettronica, sta già gratuitamente nella scatola cranica, ma occorre accenderlo.

È facile passare per retrogradi quando si critica il magico mondo dischiuso dalla rete. Ma c'è un concetto che va difeso a oltranza: quello di filtro. Nell'informazione come nella denuncia. La frase stampata sulla prima pagina del "New York Times": «Notizie che vale la pena stampare», resta sacrosanta. E qualcuno, competente, decida che cosa è qualificato per la definizione. Miliardi di tweet e post di milioni di persone hanno creato nella rete una immensa piantagione di loglio. Lo stesso vale per le denunce.

Occorre frenare quelle infondate e non può essere un qualunque internauta a decretare se una fotografia è fasulla, una circostanza plausibile, un dolore autentico.

Un tema attuale e importante come la violenza sulle donne viene svilito se affrontato nello stesso ambito in cui circolano falsi profili e di conseguenza parole attribuibili a nessuno. Le percosse non sono pettegolezzi.

Né si possono emettere sentenze alla velocità di un clic, anche quando un atto e il suo presunto autore appaiono, con tutta evidenza, spregevoli. O dovremo rassegnarci a vivere in un Paese dove le sentenze, quelle vere e proprie, sono considerate alla stregua dell'opinione di un esaltato pieno di pregiudizi affetto da grafomania. C'è differenza. Deve esserci.

Dopodiché, mentre scrivevo al tavolo di un bar, mi è passata davanti una donna con una maglietta verde e una scritta gialla: «Sono meglio su Facebook».
Non vale la pena stampare i commenti.

 

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