franceschini

LA TERRA DEI CACHI - IL MINISTRO FRANCESCHINI HA DEFINITO “UNA FIGURACCIA DELL’ITALIA” LA DECISIONE DEL TAR CHE HA ANNULLATO LA NOMINA DI CINQUE STRANIERI A DIRETTORI DI MUSEO - MA IL TRIBUNALE HA SOLO APPLICATO UN DECRETO DEL 2001, DI CUI PROPRIO FU RESPONSABILE PROPRIO SU-DARIO

Giorgio Gandola per “la Verità”

 

FRANCESCHINIFRANCESCHINI

«C'è chi fa parte del problema, chi della soluzione e chi del paesaggio». Frase da duro, frase da Bob De Niro superbandito in Ronin nel descrivere le tipologie umane. Ecco, in questo scenario il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, farebbe parte del paesaggio, come quelle statue e quei propilei che dovrebbe proteggere dal degrado e dai vandali. E dovrebbe rilanciare a beneficio della cultura, del turismo, del Paese.

 

Oggi il ministro - pur nella sua moderazione postdemocristiana - è furibondo per colpa del Tar del Lazio che gli ha bocciato una legge modernissima, perfino lungimirante (la Art bonus del 2014), azzerando la nomina dei direttori stranieri di grandi musei italiani. Motivo: «Potevano essere solo italiani».

 

FRANCESCHINI DELRIOFRANCESCHINI DELRIO

Franceschini non accetta il provincialismo della sentenza, è esterrefatto, chiama in causa l' Europa, la libertà di lavoro all' interno dei confini continentali. Parla di «figuraccia dell' Italia», minaccia «un ricorso al Consiglio di Stato». Viene ovviamente spalleggiato dall' ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi: «No a una repubblica fondata su cavilli e ricorsi. Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar».

 

De Niro non avrebbe fatto sconti: paesaggio anche lui, indistinta brughiera maremmana. Perché scavando dietro la legge si scopre che il Tar del Lazio non avrebbe potuto fare diversamente, se non azzerare il ruolo dei responsabili stranieri (in tutto sono sette) e in generale quelli dei musei archeologici di Taranto, Napoli e Reggio Calabria, oltre a quelli del Palazzo Ducale di Mantova e della Galleria Estense di Modena per altri difetti di forma come la selezione dei candidati e gli orali a porte chiuse.

FRANCESCHINI 2FRANCESCHINI 2

 

LE INDICAZIONI DEL CODICE

Nel caso del no agli stranieri, i giudici hanno semplicemente aperto il file dei codici, hanno letto il comma 1 dell' articolo 38 del decreto legge 165 del 2001 e hanno agito di conseguenza. Il passaggio è chiaro: «I cittadini degli Stati membri dell' Unione europea possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri ovvero non attengono alla tutela dell' interesse nazionale».

 

Scolpito nella pietra, non si poteva. Non senza eliminare, cambiare, edulcorare quel comma. Ma perché accusiamo il ministro di essere stato solo parte del paesaggio? Perché quel decreto del 2001 fu approvato su proposta del governo di Giuliano Amato e del ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini. Il sottosegretario alla Presidenza con delega per le Riforme e la Funzione pubblica - vale a dire colui che quella legge aveva sulla scrivania e contribuì a perfezionare - era un giovane politico (41 anni) della Margherita proveniente da Ferrara, dal grande senso istituzionale ma evidentemente già dalla memoria traballante: Dario Franceschini.

 

FRANCESCHINI E ANDREOTTI AI TEMPI DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANAFRANCESCHINI E ANDREOTTI AI TEMPI DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

La vicenda diventa freudiana perché in definitiva il ministro di oggi, criticando aspramente il Tar, non fa altro che mandare a quel paese sé stesso. È naturale che un uomo politico non possa conoscere a memoria le leggi che propone, sostiene e approva, ma in questo caso il paradosso è troppo evidente per rimanere marginale. La figuraccia di cui parla Franceschini non l' ha fatta solo il Paese, ma l' ha fatta soprattutto lui. E questo assunto lascia aperta una domanda poco ingenua e molto retorica: chi lo ha esposto a un simile scivolone? È sicuro che al ministero in questo momento qualcuno se la ride, convinto di avere commesso il delitto perfetto.

FRANCESCHINIFRANCESCHINI

 

E l' intera vicenda è indicativa del potere di controllo, interdizione, resistenza passiva che gli uffici retti dai grand commis dello Stato hanno nei confronti dei politici, soprattutto quando si parla di riforme. È infatti inconcepibile che, nell' atto di stilare un decreto sull' apertura a direttori stranieri, gli esperti legislativi dei decreti museali non fossero al corrente dell' esistenza del micidiale e ostativo comma 1.

 

ESPORTIAMO TALENTI

In Europa non funziona così, e l' ingresso di teste e idee fresche nel polveroso sistema italiano non può che aiutare la nostra cultura a fare un salto di qualità. Dimostrato anche dai numeri: gli introiti di quei musei sono aumentati del 27% in due anni, da quando la legge Art Bonus è in vigore.

 

FRANCESCHINIFRANCESCHINI

La pratica dei direttori stranieri è un non problema in tutto il mondo. Un esempio: fino a un mese fa la direttrice marketing del Louvre era la bergamasca Claudia Ferrazzi. Tosta, dinamica. Ha lasciato non per impedimenti formali o improbabili bocciature, ma per entrare nel pool dei consiglieri del presidente Emmanuel Macron, settore cultura.

 

Anche in Italia la faccenda illuminata dal Tar e dai pasticci di Franceschini sembrava aria fritta. Il direttore della Pinacoteca di Brera a Milano, James Bradburne, canadese naturalizzato britannico, era stato a lungo direttore generale di Palazzo Strozzi a Firenze.

Con responsabilità di primo piano e senza la lunga ombra del comma 1 sulla testa.

 

«So bene che le sentenze vanno rispettate e contrastate nelle sedi proprie; sono un avvocato e un politico di una certa esperienza», ha detto Dario Franceschini al culmine della sua stizzita reazione. Evidentemente non basta. Nella giungla vietnamita dei ministeri meglio avere anche i calzoni di latta e una memoria di ferro.

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