IL DESTINO STORTO DI DARIO - LA VITTIMA ITALIANA DEL TRENO MALEDETTO MORTO PER AMORE

Alberto Mattioli per LaStampa.it

È morto perché voleva rivedere una ragazza e perché ha perso l'aereo. Mai tragedia ha avuto cause così banali. I casi della vita, si dirà. Piuttosto, una vita che finisce per caso. In quella roulette russa che è stato il deragliamento del treno a Santiago de Compostela, con circa una possibilità su due che aveva chi era a bordo di salvarsi, è capitato anche questo. È la vicenda di Dario Lombardo, 25 anni, l'unico italiano fra le vittime.

Finché non è finita, quella di Dario è stata una storia senza storia. I genitori, siciliani di origine, sono emigrati in Baviera dove hanno un ristorante. Dario è cresciuto in Germania, poi è rientrato nel paese dei suoi, Forza D'Agrò, provincia di Messina, dove viveva con i nonni e una zia, presidentessa del Consiglio comunale. Studiava Lettere a Catania e ormai era prossimo alla laurea.

Un paio di settimane fa, un soggiorno a Santiago, per quindici giorni, per uno dei soliti scambi di studenti. Qui Dario conosce e si innamora di una ragazza ucraina. Le vacanze di lui sono già fissate, in Germania per rivedere i genitori. È lei a insistere perché Dario, prima della Baviera, passi da Santiago. Lui si organizza.

Mercoledì, altro colpo del destino. Atterrato in ritardo dall'Italia all'aeroporto di Madrid, Lombardo perde il volo per Santiago. Non vuole fare aspettare gli amici con cui si era trovato così bene, magari soprattutto un'amica, e allora sale sul primo treno. È il maledetto convoglio Alvia 141, alta velocità da Madrid a Ferrol.

Dario è al telefono con la ragazza alle 20.41, quando il macchinista dell'Ave, il Pendolino spagnolo, perde la testa e imbocca ai 190 all'ora una curva pericolosa dove il limite di velocità è 80. L'urto è di una violenza surreale. Le carrozze si trasformano in un incubo di fuoco, fumo, sangue e lamiere contorte. Una schizza tanto in alto da superare le barriere e schiantarsi oltre la massicciata.

Gli amici alla stazione non vedono arrivare Dario. Mentre si susseguono le prime notizie su quel che è successo a quattro chilometri da lì, la sorpresa diventa paura e la paura angoscia. Di Dario non c'è traccia, né fra gli scampati né fra i feriti che riempiono gli ospedali della città.
Vengono allertati i genitori in Germania. Prima arriva il padre accompagnato da un amico tedesco, poi la madre del fratello di Dario.

E qui inizia un'altalena della speranza, quasi peggiore della certezza del lutto. Le autorità spagnole vogliono che l'identificazione delle vittime sia certificata dall'esame del Dna. Quello dei genitori viene quindi prelevato e spedito a Madrid per l'analisi in un centro specializzato. L'attesa del verdetto è durissima.

Man mano che i morti vengono identificati con certezza, si svuota il Cersia, il centro di accoglienza allestito per i familiari, e si riempie di gente disperata il palazzetto dello sport trasformato in obitorio. Il Cersia è stato poi chiuso ieri a metà pomeriggio, quando ormai soltanto tre delle ottanta vittime non avevano un nome. Poi su Dario non c'è stato più dubbio ed è morta anche l'ultimissima speranza.

I genitori sono assistiti dal viceconsole onorario d'Italia alla Coruna, Francesco Milani, e da Pablo de Aguilar del Consolato di Madrid. Sono pietrificati dal dolore e non vogliono parlare. E per dire cosa, poi? Distrutta anche la ragazza ucraina che, pare, ha voluto incontrare la madre di Dario.

Di lui, tutti parlano bene e, lo si capisce subito, non solo perché non c'è più. A Forza d'Agrò l'angoscia è palpabile. Il sindaco, Fabio Di Cara, che è stato il primo a informare del nome della vittima italiano «bruciando» le prudenze della Farnesina, annuncia il lutto cittadino: «È una notizia tragica che ci sconvolge e che non avremmo mai voluto ricevere».

Dario era un bel ragazzo, alto, bruno. Vegano, credente. Su un social network, si racconta così: «Sono un ragazzo solare, attivo e molto sportivo... ho vissuto per 14 anni all'estero e per questo parlo tre lingue: italiano, inglese e tedesco». Hobby: nuoto e calcio, professione «agricoltore», in realtà studente.

Infatti come tutti gli studenti di oggi, Dario aveva una pagina Facebook. L'ultimo messaggio è datato martedì, il giorno prima della partenza per Santiago. È esultante ma, a rileggerlo dopo quel che è successo, straziante: «Non ascolto il passato e non guardo il futuro... Mi sento vivo.

Mi esalto nel presente, provo gioia come un bambino quando noto un fiore... Sorrido perché sono l'artefice della mia vita... Sorrido perché sono io a scegliere il mondo che voglio... Essere... Ogni istante lucido e conscio per sentire il silenzio della mente, lì dove gli altri non arrivano... Per sentire col cuore e tutti i sensi, le meraviglie donateci da Madre natura». Bellissimo e terribile. Come dice Ceronetti, l'ultimo dei saggi: l'uomo è un'anima che trascina un cadavere.

 

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