claudio martelli giovanni falcone

“DOPO LA BOCCIATURA A CONSIGLIERE ISTRUTTORE DI PALERMO, FALCONE DISSE AL CSM: 'MI AVETE CROCIFISSO, MI AVETE CONSEGNATO ALLA MAFIA'” - CLAUDIO MARTELLI SCODELLA UN LIBRO SUI VELENI, LE INVIDIE E LE GUERRE CONTRO IL GIUDICE, PRIMA DELLA STRAGE DI CAPACI: “C’ERA UNA STRATEGIA PER DISTRUGGERE IL SUO LAVORO DA PARTE DEL PARTITO DEL POTERE SICILIANO, DI CUI LA MAGISTRATURA ERA UNA COMPONENTE. E POI PEZZI DI POLITICA E DELL'IMPRENDITORIA - IL NEO-PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIULIANO AMATO MI DISSE CHE CRAXI, SEGRETARIO DEL MIO PARTITO, NON MI VOLEVA PIÙ ALLA GIUSTIZIA, OFFRENDOMI LA DIFESA. RISPOSI CHE O RIMANEVO LÌ O SAREI USCITO DAL GOVERNO. MI LASCIARONO DOV'ERO"

Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera"

 

claudio martelli 2

A bordo del piccolo aereo che li stava trasportando dall'altra parte del mondo, l'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli si era appena appisolato, quando fu svegliato dal respiro affannato e ansimante di Giovanni Falcone.

Lo vide paonazzo in volto e temé che si stesse sentendo male. «Tutto bene?», gli chiese preoccupato. «Sì sì, sto solo facendo esercizi», rispose il magistrato.

«Contraeva e rilasciava i vari muscoli del corpo, era il suo modo di tenersi in forma nella vita blindata che lo costringeva a muoversi poco e rinunciare allo sport; soprattutto il nuoto e il canottaggio, che amava moltissimo», ricorda Martelli, che a trent' anni dalla strage di Capaci ha scritto un libro, pubblicato da La nave di Teseo, dal titolo più che esplicito: Vita e persecuzione di Giovanni Falcone .

 

vita e persecuzione di giovanni falcone claudio martelli

Al magistrato che l'allora ministro socialista chiamò al suo fianco come direttore degli Affari penali, piaceva pure guidare la macchina. E così il 12 marzo 1992, giunto a Palermo subito dopo l'omicidio di Salvo Lima, si fermò in aeroporto ad aspettare Martelli, in arrivo dal Nord Italia. E salendo in macchina col ministro, si mise al volante: «Gli chiesi "ma perché?", e lui: "Tranquillo, è più sicuro". Allora, come per ripicca, mi sedetti dietro, e finì a ridere».

 

Il delitto Lima, invece, non faceva ridere Falcone. Per niente. L'assassinio del referente siciliano del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, molto chiacchierato per i presunti rapporti con la mafia, segnò l'inizio della stagione del fuoco mafioso dopo la sentenza della Cassazione che aveva confermato l'impianto del maxi-processo istruito proprio da Falcone e dal pool antimafia. «Dopo l'omicidio - racconta Martelli - mi disse con aria preoccupata: "Adesso può succedere di tutto". E in precedenza, quando gli avevo chiesto se Lima fosse mafioso come si vociferava, mi rispose: "Questo non posso dirlo. Aveva dei rapporti con la mafia di Bontate, ma non era un affiliato". Evidentemente era quanto gli aveva riferito Buscetta, e lui è sempre stato molto scrupoloso prima di trasformare le affermazioni in accuse».

claudio martelli giovanni falcone 5

 

In effetti, dopo la morte di Lima, trent' anni fa successe davvero di tutto. Compresa la strage di Capaci che uccise Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Ma prima dell'attentato mafioso, Falcone dovette subire attacchi e accuse dall'interno del mondo istituzionale. Cominciando proprio dalla magistratura che all'inizio del 1988, dopo la sentenza di primo grado del «maxi», gli negò la nomina a consigliere istruttore di Palermo.

 

claudio martelli giovanni falcone 4

«Fu una decisione gravissima - dice oggi Martelli - perché non si trattò solo di una bocciatura bensì di una retrocessione. Al suo posto fu scelto un magistrato più anziano, Antonino Meli, che non s' era mai occupato di mafia, con l'obiettivo di distruggere l'opera di Falcone, attraverso lo smembramento delle inchieste antimafia e la negazione della struttura unitaria e verticistica di Cosa nostra. Additando lui come un'anomalia da rimuovere. Non a caso, dopo la bocciatura, Falcone disse a chi l'aveva sostenuto inutilmente nel Csm: "Mi avete crocifisso, mi avete consegnato alla mafia"».

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Dietro quell'operazione, secondo l'ex ministro, non c'erano solo invidie e gelosie professionali per un magistrato ingiustamente accusato di arrivismo e protagonismo, ma una raffinata «strategia per distruggere il suo lavoro».

Da parte di chi? «Del partito del potere siciliano, di cui la magistratura era una componente. E poi pezzi di politica e dell'imprenditoria. Del resto, tutto comincia con il procuratore generale che nel 1982 va da Rocco Chinnici, allora capo di Falcone, per chiedergli di fermare quel giudice che metteva in pericolo l'economia locale. Bisognava mantenere il quieto vivere con la mafia. Ed è una cosa che io ho rivissuto nel 1992, prima e dopo la strage, quando sentivo dire: ma che pretesa è quella di fare la guerra alla mafia? Perché?».

 

claudio martelli giovanni falcone 2

Già. Perché Martelli chiamò Falcone al ministero e mise al primo posto della sua missione di Guardasigilli la battaglia contro le cosche? «Perché altrimenti non avrebbe avuto senso accettare di fare il ministro della Giustizia, ero già vice-presidente del Consiglio.

Falcone l'avevo conosciuto nel 1987 a Palermo, e decisi di averlo al mio fianco per far diventare la lotta alla mafia non un'emergenza bensì una regola. Attraverso leggi che codificassero l'esperienza che lui aveva maturato con le sue indagini. E Giovanni accettò».

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Il giudice ha pagato anche quella scelta, «nonostante la decisione della mafia di ucciderlo risalisse al periodo precedente. Ma pensavano che con il trasferimento a Roma se ne fossero liberati. Invece, come ha detto Totò Riina nei suoi dialoghi intercettati, li contrastava anche da lì. E più di prima». Ma anche a Roma, dove aveva creato la Procura nazionale antimafia e s' era candidato a guidarla, per tornare a fare indagini sulla mafia, Falcone trovò nuovi ostacoli nella sua stessa categoria. Il Consiglio superiore della magistratura si stava preparando a scegliere un altro nome per quel posto.

 

claudio martelli 1

La bomba di Capaci arrivò alla vigilia del voto, e dopo la strage - ricorda Martelli - ci fu chi immaginò una smobilitazione anche al governo: «La rimozione di Enzo Scotti da ministro dell'Interno da parte della Dc per me resta inspiegabile, e tentarono anche con me. Il neo-presidente del Consiglio Giuliano Amato mi disse che Craxi, segretario del mio partito, non mi voleva più alla Giustizia, offrendomi la Difesa. Risposi che o rimanevo lì o sarei uscito dal governo. Mi lasciarono dov' ero. Lo dovevo a Giovanni Falcone. In quel periodo al ministero l'ho visto felice, perché stava realizzando quello che pensava di dover fare. Per lo Stato».

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