LA VERGOGNA DI OXFORD - DOPO LA DENUNCIA DI IONE WELLS, LA RAGAZZA CHE HA RACCONTATO DI AVER SUBITO UN TENTATIVO DI STUPRO, ALTRE 50 STUDENTESSE VENGONO ALLO SCOPERTO E RACCONTANO IL MACHISMO VIOLENTO DI OXFORD

Fabio Cavalera per il “Corriere della Sera”

 

la lettera di ione wells la lettera di ione wells

E adesso sono cinquanta. Ragazze e donne pronte a raccontare pubblicamente, sui social network e sui giornali, la violenza, l’abuso, l’umiliazione che hanno subìto. Il dramma non va vissuto tacendo. Condividere significa ribellarsi, sensibilizzare, ribaltare la convinzione ancora diffusa per cui è colpevole chi subisce e non chi assale.

 

ione wellsione wells

Questo è l’effetto della sfida di Ione Wells, la studentessa che ha scritto sul giornale degli universitari di Oxford una «lettera al mio aggressore», la confessione che rimuove il senso della vergogna, spezza il silenzio delle vittime, stimola a reagire e serve a comprendere quanto l’arroganza fisica del maschio molestatore sia viltà e debolezza.

 

È un caso di coraggio. Ed è una nuova forma di giustizia, non unicamente da tribunale ma più profonda perché coinvolge un modo di pensare che non è confinato alle sacche dell’ignoranza. Un diciassettenne (ora in carcere e sarà processato) si è avventato sulla studentessa ventenne di Oxford che aveva finito di lavorare in un bar di Camden a Londra, sbattendola a terra, cercando di violentarla, ritenendosi padrone invincibile. La grettezza culturale secondo cui una donna in minigonna e sola «se le va a cercare» è la protezione vigliacca dei vigliacchi. Quanti, purtroppo, ragionano così. Ma il delinquente di Camden è stato sconfitto. E con lui i codardi del «se la va a cercare».

oxford   campagna contro la violenza sulle donneoxford campagna contro la violenza sulle donne

 

Ione Wells, rinunciando al sacrosanto diritto all’anonimato, il 24 aprile ha pubblicato su «Cherwell», il quotidiano dell’università, la «lettera al mio aggressore». È uscita dal limbo della mortificazione psicologica che costringe a tenere segreta la ferita. E, ora con lei, alzano la voce le altre donne e ragazze della campagna #not guilty (non colpevole) partita sui social network e rimbalzata sul giornale universitario.

 

Il presunto maschio forte e dominante diventa piccolo-piccolo, nullità come tutti quelli che scherzano e infieriscono. Scrive Ione: «Sono sicura che ricorderai le bombe del 7 luglio. Sono sicura che ricorderai come i terroristi non vinsero in quanto i londinesi tornarono in metropolitana il giorno dopo.

 

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Tu hai compiuto il tuo attacco ma ora io riprendo la mia metropolitana. Io non conosco niente di te ma so questo: tu non hai attaccato soltanto me quella notte. Io sono una figlia, un’amica, una fidanzata, una studentessa, una cugina, una nipote, una vicina, sono una dipendente che serve il caffè. Tutte le persone che formano con me queste relazioni sono la mia comunità e aggredendo me hai aggredito ognuna di loro. La mia comunità non si sentirà insicura tornando a casa la notte. Noi prenderemo l’ultimo treno e cammineremo da sole perché non ci sottometteremo al pensiero che siamo in pericolo comportandoci così. Continueremo a stare unite, come un’armata, quando uno dei suoi membri è minacciato e questa è una battaglia che non vincerai».

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Era già accaduto un anno fa. A Cambridge, all’università di Cambridge, Francesca Ebel infranse la regola del silenzio ed espose il suo incubo. Aveva 17 anni, aveva bevuto, si era addormentata e l’avevano stuprata. «Voglio che si sappia. Lo stupro non è confinato agli angoli poveri e sudici del globo, esiste qui, proprio qui, in una delle istituzioni accademiche leader nel mondo». Francesca Ebel scagliò il primo sasso: le ricerche avevano evidenziato che l’88% degli abusi sessuali a Cambridge non era denunciato.

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Sia per la paura delle vittime. Sia, soprattutto, perché costrette dalla brutale e selvaggia idea del «se lo vanno a cercare» che accomuna aggressori e loro indiretti complici, persino in luoghi di insospettabile «progresso», come Oxford e Cambridge.

 

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Le parole di Francesca, di Ione e delle cinquanta ragazze che si espongono con le loro terribili storie smascherano ora lo stereotipo dell’arrogante e violento sessismo che non è di un singolo aggressore ma anche di chi inventa subdole giustificazioni. E si nasconde ovunque.

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