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L’ISIS È IL ’68 DEI DISGRAZIATI - LO SCRITTORE ANGLO-PAKISTANO HANIF KUREISHI: “I GIOVANI SI UNISCONO AL CALIFFATO ATTIRATI DA IDEALI ROMANTICI, DESIDERIO D’AVVENTURA, SPERANZA DI CAMBIARE IL MONDO. DEVONO CAPIRE CHE E’ SOLO ILLUSIONE” (E MORTE)

Enrico Franceschini per “la Repubblica”

 

HANIF KUREISHI HANIF KUREISHI

Nessuno meglio di lui ha raccontato il disagio delle minoranze giovanili dentro le grandi capitali d’Occidente: Hanif Kureishi si è affermato vent’anni fa con un romanzo, Il Budda delle periferie, e un film, My beautiful laundrette , che oggi sembrano ancora attuali di fronte alle notizie dei musulmani britannici o di altri paesi in fuga verso la Siria allo scopo di arruolarsi nelle file del Califfato. E per il 60enne scrittore, sceneggiatore e regista inglese di origine pakistana la spiegazione è sempre la stessa.

 

«I giovani sono attirati da ideali romantici, desiderio d’avventura, speranza di cambiare il mondo», dice. «La risposta da dare all’estremismo dunque non è criminalizzare una religione o instaurare leggi speciali, ma proteggere la nostra società libera, democratica e multiculturale, affinché quei ragazzi si rendano conto che l’ideale del Califfato è solo una chimera».

 

Sta facendo le valigie per Venezia, dove parteciperà con un intervento e come “scrittore residente” a Incroci di Civiltà, il festival internazionale di letteratura che si apre domani: «Sto scrivendo un adattamento per la Bbc di un romanzo del 1959 su un insegnante nero in una scuola dell’East End di Londra, una storia di tensioni razziali e intolleranze culturali, di violenza e dialogo inter-etnico», dice prima di partire. «Come vede, i tempi cambiano ma i problemi restano in fondo gli stessi».

 

HANIF 
KUREISHI
HANIF KUREISHI

Il problema del giorno è il dibattito che infuria in Gran Bretagna e in Europa su nuove leggi speciali, più severe, per combattere il terrorismo islamico. Cosa ne pensa?

«Sarebbe molto triste se rinunciassimo alla nostra democrazia o vi ponessimo dei limiti, delle restrizioni, nel tentativo di difenderci dalla minaccia terroristica. Se ciò accadesse, vorrebbe dire che il terrore ha vinto la sua guerra, ha reso l’Occidente più simile a se stesso, ha cambiato la nostra natura civile, tollerante e democratica. Naturalmente abbiamo bisogno di sentirci sicuri e di essere protetti, ma sarebbe un triste giorno quello in cui abbandoniamo le libertà civili per farlo».

umm hussain al britani 2umm hussain al britani 2

 

Perché tanti giovani musulmani britannici ed europei vanno ad unirsi al Califfato Islamico in Siria, come le tre ragazzine scappate recentemente da Londra?

«I giovani sono sempre degli idealisti. Cambiano gli ideali, e dunque le circostanze, ma i giovani restano gli stessi. Desiderano grandi avventure, vogliono cambiare il mondo, sognano sfide romantiche. Quando ero giovane, a Londra molti miei amici erano maoisti, animati da un genuino fervore rivoluzionario, eccitati dall’idea di poter incidere sulla storia dell’umanità. In seguito abbiamo scoperto che quello di Mao in Cina non era un paradiso; e crescendo se ne sono convinti anche parecchi di quei miei amici.

 

junaid hussain 2junaid hussain 2

Con i giovani musulmani succede qualcosa di simile. Dobbiamo ricordarci che sono una esigua minoranza e che, oltre all’idealismo e al romanticismo, sono probabilmente persone più fragili, più sole, più frustrate della media. Questo spiega perché sono attirati dalla propaganda del Califfato».

 

A proposito di propaganda, c’è una disputa in corso in Inghilterra sul diritto dei predicatori islamici di fare discorsi nelle università. Alcuni vorrebbero metterli al bando per ragioni di sicurezza, altri difendono il diritto a diffondere idee, purché non incitino alla violenza, in nome della libertà di parola. Lei come la vede?

jihadisti isisjihadisti isis

«Non sono favorevole a dare a quei predicatori una tribuna da cui parlare nelle nostre università. Ho sentito i discorsi che fanno nelle moschee di Londra, dove parlano regolarmente, e non mi piacciono per nulla. Non li lascerei parlare, nelle università e forse neppure nelle moschee, così come non lascerei parlare un fascista che si esprima a favore del fascismo. Forse non incitano esplicitamente ad azioni violente, ma diffondono odio e intolleranza verso chi non la pensa come loro, mentre il nostro paese, e l’Europa tutta, crede nella pace, nella tolleranza, nel dialogo».

 

È una questione che riguarda solo una piccola fascia estremista o è un problema dell’Islam in quanto tale?

IRAQ - JIHADISTI DELL' ISISIRAQ - JIHADISTI DELL' ISIS

«Esistono tante forme di Islam quante ne esistono di capitalismo. Viviamo in un mondo sempre più multiculturale, è evidente che è questo il nostro destino, e non possiamo criminalizzare una parte. L’Islam sta attraversando una transizione. È sottoposto a tante tensioni: il caos in Medio Oriente e Nord Africa, le conseguenze della guerra in Iraq, la guerra civile in Siria, il post-colonialismo.

 

E il caos non aiuta mai a sviluppare democrazia e moderazione. Tuttavia la maggior parte dei musulmani che conosco qui in Inghilterra sono democratici e moderati quanto lo sarebbe il cristiano medio in Italia. Ci vuole del tempo e ci vuole stabilità perché questa sia la norma anche nel resto del mondo islamico».

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Come ha reagito davanti all’attacco contro la redazione di Charlie Hebdo a Parigi?

«Con un senso di amaro déjà vu. Avevo già visto qualcosa di simile nel 1989, con la fatwa contro Salman Rushdie. Le accuse erano le stesse. La differenza è che a Parigi hanno fatto una strage. C’è anche un’altra differenza, per conto mio, cioè che il libro per cui Rushdie fu messo sotto accusa, I versi satanici, era un romanzo molto serio, mentre le vignette di Charlie Hebdo a me non sembravano affatto umoristiche. Non mi piacevano, per dirla tutta. Ma naturalmente difendo il diritto di qualsiasi disegnatore di fare le vignette che vuole, anche le più offensive, anche quelle che a me non piacciono. Sono uno scrittore. La libertà di espressione per me è sacra».

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Si sente guardato diversamente, per il suo nome e il suo aspetto, nel clima che si è creato, nel quale un non bianco può venire automaticamente discriminato o sospettato?

«Non ho sentito discriminazioni simili nei miei confronti. Ma io sono fortunato. Passo la maggior parte del mio tempo a Londra, che a dispetto delle tensioni e delle polemiche su immigrazione e islamismo rimane un paradiso multiculturale. Londra è un luogo meraviglioso, liberato e tollerante di ogni diversità, e per questo dinamico, creativo, eccitante. Il modello da continuare a difendere per il mondo di oggi e per quello di domani».

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