donald trump usa house davos

IN ATTESA DI PRENDERSI LA GROENLANDIA, TRUMP SI È PRESO DAVOS – IL WORLD ECONOMIC FORUM SEMBRA UNA CONVENTION “MAGA”: GRAZIE AI BUONI UFFICI DI LARRY FLINK, GRANDE CAPO DEL FONDO BLACKROCK E VICEPRESIDENTE DEL FORUM (GESTISCE E INVESTE FONDI PER 14 MILA MILIARDI DI DOLLARI), TRUMP E GLI STATI UNITI MONOPOLIZZANO LA LOCALITÀ SVIZZERA E L’AGENDA DEGLI INCONTRI, CREANDO UN PROGRAMMA PARALLELO ALLA “US HOUSE”, LA “FILIALE” UFFICIALE DEL GOVERNO, CREATA IN UNA CHIESA SCONSACRATA - DOMINANO LE GRANDI AZIENDE AMERICANE (DA PALANTIR AI BIG DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, FINO AI FONDI) CHE SI PRENDONO TUTTO LO SPAZIO - LE BUONE NOTIZIE? SONO LONTANI I TEMPI IN CUI LA CINA DI XI JINPING LA FACEVA DA PADRONE E SONO SPARITI I TEMI WOKE DALL'AGENDA – I BIG DELLA FINANZA COCCOLANO TRUMP MA OSTEGGIANO IL SUO PIANO SULLA GROENLANDIA…

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FONTI, ZELENSKY PER OGGI NON È ATTESO A DAVOS

(ANSA) - Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky "Non arriverà oggi" al Forum economico mondiale, dove la delegazione ucraina aveva pubblicizzato un discorso al pubblico di Davos alle 14,30.

   

Lo riferiscono fonti diplomatiche secondo cui la decisione di non recarsi al Forum, dove è presente una folta delegazione statunitense con il presidente Usa Donald Trump oltre ai vertici della Nato e dell'Unione europea, sarebbe legata ai bombardamenti in corso in Ucraina.

 

CREMLINO, 'DMITRIEV PREVEDE INCONTRI CON RAPPRESENTANTI USA A DAVOS'

(ANSA) -  Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov ha confermato che l'inviato presidenziale Kirill Dmitriev che ora si trova a a Davos "prevede di incontrare alcuni rappresentanti della delegazione statunitense". Lo scrive l'agenzia Tass. Peskov non ha invece confermato le speculazioni dei media secondo cui Dmitriev a Davos potrebbe incontrare Trump.

 

donald trump in videocollegamento con davos 1

ORA L’AMERICA «INVADE» DAVOS

Estratto dell’articolo di Federico Fubini per il “Corriere della Sera”

 

[…] La figura decisiva di Davos quest’anno è […] Larry Fink, fondatore e amministratore delegato del colosso BlackRock che ormai gestisce e investe fondi per 14 mila miliardi di dollari, una cifra quasi pari al prodotto interno lordo dell’area euro.

 

È Larry Fink ad aver usato la sua infinita agenda del telefono per ridare a Davos quella rilevanza che, con la crisi della globalizzazione finanziaria e l’ascesa del protezionismo, stava un po’ perdendo.

 

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Fink ha convinto Trump a venire e Trump si presenterà con un’operazione di sistema: con sé porta il segretario al Tesoro Scott Bessent, probabilmente il segretario di Stato Marco Rubio, quello al Commercio Howard Lutnick e il suo negoziatore preferito Steve Witkoff, assieme al genero Jared Kushner.

 

In cambio di questo impegno, il presidente degli Stati Uniti prova a catturare l’agenda e in qualche modo Davos stessa. Per la prima volta gli Stati Uniti (con il cortese contributo delle sue grandi imprese) affittano in paese una chiesa sconsacrata e ne fanno una «US House» dove si svolgerà un secondo programma di conferenze parallelo al Forum: dallo Spazio caro a Elon Musk, agli stablecoin.

 

larry fink

Intanto nel programma ufficiale i temi di diversità, inclusione e gli altri punti dell’agenda «woke» di fatto escono dagli incontri principali.

 

Questa non è più la Davos in cui Greta Thunberg annunciava che «il mondo va a fuoco». Si parlerà molto di intelligenza artificiale, criptovalute, semiconduttori. Il programma per la prima volta offrirà ai titani di Wall Street — Jamie Dimon di JpMorgan e Ken Griffin di Citadel — un trattamento pari o superiore a quello garantito a vari capi di Stato e di governo: conferenza in solitudine su un grande palco.

 

Ma neanche Trump, con tutto il suo potere, potrà monopolizzare. E non solo perché, malgrado il basso profilo scelto dalla delegazione cinese, non mancano altri protagonisti delle tensioni di questi giorni: il francese Emmanuel Macron, il tedesco Friedrich Merz, l’ucraino Volodymyr Zelensky; quanto a Giorgia Meloni, non appare nel programma ma la comunicazione del Forum continua a darla presente.

 

greta thunberg parla a davos

Trump però faticherà a dominare l’agenda anche in un altro senso: pochi sono con lui nello scontro con l’Europa sulla Groenlandia. Lo stesso Larry Fink, negli incontri preliminari di oggi, ha sottolineato un’infinità di volte l’importanza del dialogo.

 

Poi ha preso la parola, in un incontro privato fra notabili americani, il governatore (democratico) del Delaware Chris Coons. Sulla giacca aveva appuntata una bandiera della Danimarca.

 

Ha ricordato che suo padre ha combattuto nella Seconda guerra mondiale per la liberazione dell’Europa e che decine di soldati danesi sono morti in Afghanistan per gli Stati Uniti. «Che bisogno c’è di fare quello che stiamo facendo?» si è chiesto Coons. E hanno applaudito tutti, ma proprio tutti.

 

LA METAMORFOSI DI DAVOS DA CAPITALE GLOBALISTA A COLONIA DELL'IMPERO MAGA

Estratto dell’articolo di Filippo Santelli per “la Repubblica”

 

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La chiesetta evangelica, a Davos, è al centro del villaggio, proprio davanti all'entrata del centro congressi dove si tiene il World economic forum. Ogni anno aziende e governi si contendono l'affitto a suon di assegni milionari. Quest'anno è USA House, la casa degli Stati Uniti. Fuori, gonfaloni con l'aquila che squadra minacciosa i passanti.

 

Dentro, un programma di conversazioni sulla leadership americana con i tanti imprenditori, membri del Congresso e dell'amministrazione arrivati in Svizzera. Entra Scott Bessent, il segretario al Tesoro, al collo una sciarpa con una grande bandiera a stelle e strisce, e un passante grida: «U-S-A, U-S-A».

 

donald trump Larry Fink

Non è uno sberleffo: il forum di Davos, il summit delle elite globali e globaliste, del multilateralismo e del dialogo, quest'anno sembra essere davvero una colonia americana. Meglio: una colonia dell'impero MAGA.

 

Il programma ruota tutto attorno a Trump, il cui elicottero atterrerà domani. Sia l'agenda ufficiale, nella quale i temi più "woke" come la lotta al cambiamento climatico - tipici di un Forum sempre politicamente corretto - sono molto meno visibili; sia l'agenda parallela, il vero clou, che prevede annunci su Gaza e incontri sull'Ucraina con Zelensky e i leader europei.

 

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Incontri che saranno tesissimi, dopo la crisi transatlantica esplosa attorno alla Groenlandia. Ma pare comunque confermato il ricevimento finale tenuto da Trump con la first lady Melania, la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, l'uomo attraverso cui l'organizzazione del Forum ha corteggiato Donald per mesi.

 

[…]  Proprio di fronte alla chiesa c'è Palantir, il colosso della difesa di proprietà di Peter Thiel, grande sostenitore del persidente. A destra e a sinistra, in ordine sparso, i campioni dell'Intelligenza artificiale Microsoft, Meta, Amazon, Cisco e Anthropic, quelli delle cripto Circle o Coinbase, e chi ci mette i soldi, cioè Bank of America, Goldman Sachs e Blackrock, il cui capo Larry Fink è anche vicepresidente del Forum.

world economic forum davos

 

In mezzo, giusto un paio di rappresentanze di Emirati e Qatar, regimi in grandi affari con Washington. Pochissima Cina, raramente di profilo così basso qui. Il resto del mondo, relegato alla periferia del villaggio. Naturale domandarsi: è solo immagine Davos, oppure nel nuovo disordine trumpiano l'America sta davvero vincendo?

 

«In termini relativi sì», dice Eswar Prasad, professore di economia internazionale all'Università Cornell. «L'America è ancora un'economia molto dinamica e sembra risplendere perché il resto del mondo ha difficoltà: la Cina affronta problemi strutturali, l'Europa è frammentata. Ma Trump sta danneggiando le istituzioni che la rendono grande, e temo che lo splendore stia svanendo».

 

Un sondaggio dello European council on foreign relations mostra che la percezione degli Stati Uniti nel resto mondo è cambiata: li si ritiene ancora potenti, ma sempre meno cittadini li considerano un alleato e sempre di più "solo" un partner necessario.

 

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Necessario, però, resta la parola chiave. Di certo per il mondo del business: «La crisi dei dazi alla fine si è risolta con un compromesso, costoso ma accettabile: alzare il livello dello scontro rischia di farci più male», dice un manager italiano a registratore spento.

 

Il mantra dei capi azienda, nella Davos di Trump, è parlare il meno possibile di geopolitica o diritto internazionale, e concentrarsi su IA e altre opportunità di crescita. Accarezzare l'orso, che ha mostrato di poter prendere di mira anche le imprese americane quando non cooperano. E fare pressione sugli altri Paesi perché evitino escalation. […]

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