giovanni lo porto

CADUTI SOTTO IL FUOCO AMICO - IN UN RAID USA È RIMASTO UCCISO GIOVANNI LO PORTO, L'ITALIANO RAPITO TRA PAKISTAN E AFGHANISTAN PIÙ DI TRE ANNI FA - LO PORTO È MORTO A GENNAIO, MA LA CASA BIANCA LO RIVELA SOLO OGGI

GIOVANNI LO PORTO   GIOVANNI LO PORTO

1. CASA BIANCA, LO PORTO UCCISO IN UN RAID USA A GENNAIO

 (ANSA) - L'ostaggio italiano Giovanni Lo Porto, scomparso nel gennaio 2012, è rimasto ucciso nel corso di un raid americano contro al Qaida nel gennaio scorso, al confine tra Pakistan e Afghanistan. Lo rende noto la Casa Bianca. Nell'operazione è rimasto ucciso anche un ostaggio americano, Warren Weinstein.

 

 

2. "DA TRE ANNI NESSUNA NOTIZIA DI GIOVANNI LO PORTO"

Daniele Mastrogiacomo per "la Repubblica" del 18 gennaio 2015

 

Sono esattamente tre anni che non si hanno più notizie di Giovanni Lo Porto. Assieme a padre Paolo Dall'Oglio sono gli ultimi due italiani ancora prigionieri di bande di sequestratori.  Del gesuita romano, rifondatore del monastero cattolico siriano Mar Musa, a nord di Damasco, le poche informazioni che filtrano periodicamente sostengono sia rinchiuso in una delle tante prigioni del Califfato nero ad al-Raqqa; sul giovane e brillante operatore umanitario palermitano si riesce a sapere pochissimo.

 

GIOVANNI LO PORTO  GIOVANNI LO PORTO

Una grande esperienza alle spalle, con missioni in Centro Africa, Haiti e due volte in Pakistan, Giovanni, 39 anni, Giancarlo per gli amici e i familiari, non ha mai dato alcun segno da quando quattro uomini armati, il 19 gennaio del 2012, lo hanno portato via, insieme con il collega tedesco Bernd Muehlenbeck, 59 anni, dal compound di Multan: una città di un milione e cinquecento mila abitanti del Punjab, nel nord del Pakistan a cavallo del confine con l'Afghanistan.  Entrambi lavoravano per la ong tedesca "Wel Hunger Hilfe", nell'ambito di un progetto finanziato dall'Ue per soccorrere la popolazione del Pakistan sconvolta da un violento terremoto a cui era seguita un'alluvione.

 

L'unico segnale indiretto dell'esistenza in vita di Giovanni Lo Porto risale all'ottobre del 2012 quando venne postato sul web un video nel quale Muehlenbeck sosteneva che entrambi erano in pericolo di vita e chiedeva un intervento urgente per ottenere la loro liberazione. Un video breve e drammatico nel quale il giovane cooperante italiano non appariva né veniva menzionato. Ma il fatto che l'ostaggio usasse il plurale fu considerata una prova dell'esistenza in vita di Giovanni.

 

GIOVANNI LO PORTO GIOVANNI LO PORTO

Da quel momento sull'intera vicenda è calato il silenzio. I familiari, gente umile e senza molti contatti con il mondo della cooperazione, ha sempre scelto la linea del silenzio, incoraggiata tra l'altro dall'Unità di crisi della Farnesina. Solo alcuni colleghi di Giovanni si sono attivati per rompere uno stallo che non sembrava produrre qualche risultato. Ma lo hanno fatto con cautela, quasi pudore, rispettando quella volontà della famiglia che non volevano certo infrangere. Scegliere come agire, quando e in che modo, non è facile. Soprattutto se si tratta di un sequestro avvenuto in un'area complessa come il nord del Pakistan.

 

GIOVANNI LO PORTOGIOVANNI LO PORTO

La liberazione di Bernd Muehlenbeck, avvenuta nell'ottobre del 2014, ha tuttavia riacceso le speranze. L'uomo è stato abbandonato in una moschea di Kabul e consegnato dai mediatori ai servizi segreti tedeschi. Questo fa supporre che Lo Porto si trovi in Afghanistan. Ma dal cooperante tedesco non sono arrivate informazioni utili. Change. org ha lanciato una nuova campagna per la sua liberazione con la raccolta di firme sulla rete. Ma ogni tentativo di illuminare il buco nero che avvolge Giovanni si scontra con un muro di ipotesi, bisbigli, speranze.

 

L'Unità di crisi della Farnesina chiede ancora pazienza. Ma non lascia filtrare alcun commento. "Tutto questo", ci dice Andrea Parisi, anche lui ex cooperante del Cesvi, una ong di Bergamo, " lascia perplessi. Il silenzio a volte aiuta. Ma il buio così intenso rischia di essere controproducente. La cosa che colpisce di più in questa vicenda è che le poche notizie ottenute in questi tre anni sono sempre state incoraggianti. Nulla di decisivo. Ma niente di allarmante".

 

WAZIRISTAN WAZIRISTAN

Andrea conosce Giovanni; conosce soprattutto l'area e l'ambiente dove entrambi lavoravano. Ricorda che la città di Multan non era considerata pericolosa, a differenza di Peshawar, il Baluchistan, la stessa Karachi. Le misure di sicurezza erano efficaci ma non ossessive. "Fu proprio Giovanni", ci racconta oggi, " a passarmi le consegne. All'epoca era logistico del Cesvi in Pakistan, l'ong che stava per lasciare. Aveva una grande preparazione, anche sul piano delle sicurezza.

 

Quando ritornò, questa volta per conto della "Welt Hunger Hilfe", vivevamo a un chilometro di distanza. Il loro sequestro fece scalpore perché non c'erano stati segnali di nuove tensioni o minacce nei confronti dei cooperanti stranieri. Gli stessi servizi segreti pachistani rimasero sorpresi. Due funzionari venivano a trovarci ogni due settimane per sapere se c'erano dei problemi e non abbiamo mai dovuto denunciare allarmi".

 

TERRORISTA AL QAEDA TERRORISTA AL QAEDA

Perché questo sequestro? Andrea non se lo spiega. Ricorda però molto bene di essere andato il giorno dopo a fare un sopralluogo nel compound di Lo Porto. C'era una cooperante tedesca che non era stata portata via. I rapitori, disse la donna, erano molto determinati. Veri professionisti. Nessuna violenza, ordini secchi e precisi. Chiesero dei soldi. Ma era una scusa. La donna salì al piano di sopra della casa per prenderli. Ma quando tornò erano già andati via con Giovanni e il suo collega tedesco.

 

"Due giorni dopo", racconta Andrea Parisi, "venne anche uno dei capi dei servizi segreti pachistani. Si guardò in giro, con superficialità. Aveva già chiaro chi fosse stato. Era scuro in volto. Sembrava quasi umiliato da quell'azione. I sequestratori avevano beffato la sicurezza e quel funzionario la considerava una vera sfida. Del resto, i quattro uomini si erano mossi con disinvoltura; avevano anche lasciato dei segnali: un cellulare, delle siringhe con ancora dentro del narcotico da usare per sedare gli ostaggi. Volevano far sapere chi erano. Ma l'intelligence, almeno ufficialmente, ha sempre negato di sapere chi fossero".

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Il mistero continua. Tra l'angoscia della famiglia e quella degli amici. Giovanni Lo Porto e padre Paolo Dall'Oglio sono cittadini italiani. Riportarli a casa, come Greta e Vanessa, è un imperativo per il nostro governo. Ottenere un segnale sulle loro condizioni è un dovere. Soprattutto adesso. Per chiudere definitivamente questo cerchio di dolore e sofferenza e restituire alla vita due prigionieri di quella galassia fatta di banditi e jihadisti.

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