la tragedia del volo mh17 della malaysia airlines

L’UCRAINA ACCUSA MOSCA DI INQUINARE LE PROVE SULL’ABBATTIMENTO DEL VOLO DELLA MALAYSIA AIRLINES - TRA I ROTTAMI SI AGGIRANO GLI SCIACALLI: COSA AVVIENE DEI CORPI IN DECOMPOSIZIONE E CHE FINE HA FATTO LA SCATOLA NERA?

Lorenzo Cremonesi per il “Corriere della Sera”

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All’ultimo posto di blocco dell’esercito regolare ucraino, arrivando da Kiev, un soldato fa il puntiglioso. Vuole capire quando scadrà il visto di entrata sul passaporto. Poi sbotta rancoroso: «Perché voi italiani venite da noi senza problemi, ma per noi ucraini è così difficile venire in Italia?». In teoria il suo governo sta dalla nostra parte, chiede il pieno accesso degli stranieri ai resti dell’aereo della Malaysia Airlines abbattuto giovedì pomeriggio. Le polemiche stanno salendo.

 

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È vero che ora si aggirano sciacalli tra i rottami? Cosa avviene dei corpi in decomposizione ancora nei campi e tra i rottami? E la scatola nera, che fine ha fatto? L’Ucraina accusa Mosca di annacquare le prove, di limitare il movimento ai 28 osservatori dell’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa (Osce), di non cooperare con l’inchiesta per nascondere le sue responsabilità. Eppure questo soldatino capriccioso fa perdere tempo a suo piacere, detta le sue regole.

 

Stessa scena una ventina di chilometri più avanti, ma questa volta il posto di blocco è dei ribelli filorussi. Lo si capisce subito dalle giacche trasandate, la barba sfatta, le scarpe rotte. Non a caso a Kiev li definiscono «lumpenproletariat», sottoproletari, ma con il Kalashnikov e pronti a usarlo senza troppi problemi. Uno dei sergenti locali ce l’ha con gli osservatori internazionali e i giornalisti.

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«Siete tutti al servizio degli americani, della Cnn . E non vi facciamo passare. Avete con voi un regolare permesso da giornalisti?», chiede dunque duro. Sembra la fine del lungo viaggio. Prima in treno da Kiev, poi oltre 300 chilometri in auto su strade sconnesse, semideserte, facendo la gimcana su viottoli secondari per evitare le zone dei combattimenti e raggiungere la città quasi vuota di Donetsk.

 

Lui sa benissimo che per oggi non faremo in tempo ad avere alcun visto, non ha neppure idea su dove dovremmo rivolgerci. Pure, mentre ancora discutiamo arriva un tizio altrettanto trasandato che si presenta come «maggiore». «Italiani? Ma allora non ci sono problemi. Gli italiani sono i meno ostili tra gli europei. Come sta Berlusconi?», esclama sorridente. Inutile stare a spiegargli degli ultimi sviluppi della politica di casa nostra. Un grazie e subito via verso Grabovo, il villaggio della tragedia.

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Qui la situazione è diversa. Si viaggia per straducole sconnesse, lungo i centri minerari tradizionali dell’Ucraina sovietica, montagne immense di resti di carbone, vecchie stelle rosse di latta all’entrata di mastodontici e rugginosi impianti che sembrano riesumati da un libro di A.J.Cronin. Anche nei villaggetti il tempo pare essersi fermato ad almeno sei decadi fa: galline per la strada, recinti di legno, tetti triangolari, non si vede un palazzo che superi i tre piani, la natura sta lentamente riprendendo il sopravvento in questa remota provincia spopolata dell’Europa orientale.

 

Ad una svolta, dopo un viottolo sconvolto da pozzanghere profonde, ecco apparire il villaggio di Grabovo, con alla sua periferia una serie di catapecchie di legno tutte uguali che sembrano un kolkhoz abbandonato. Al bosco fitto si sostituiscono campi coltivati dalla terra scura, ubertosa. Si vede come un ampio avvallamento e in mezzo compare la parte posteriore dell’aereo con metà della coda rivolta verso il cielo. Subito cerchiamo di capire. Davvero qui c’è il tentativo metodico di occultare le prove che inchiodano i responsabili?

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Ma, come già ai posti di blocco, l’impressione è che vi sia soprattutto confusione, inadeguatezza, ordini contradditori, catene di comando praticamente inesistenti e tante iniziative prese sul momento da capi e capetti frastornati di fronte a una tragedia molto, ma molto più grande di loro. Dai villaggi vicini sono stati portati gruppi di volontari.

 

Quanti? «In questo momento sono oltre 200, più altrettanti tra pompieri e agenti della sicurezza civile. In tutto 400 uomini impegnati nella ricerca dei corpi e delle cose», risponde un graduato nella divisa nera di quello che chiamano il «Ministero delle situazioni straordinarie» (Msc).

 

Due giorni fa qualcuno si aggirava tra i rottami fumanti con fragili sacchi di plastica bianca. Ora non c’è più fumo e sembrano un po’ meglio organizzati. I sacchi sono di plastica nera molto più robusta. I civili segnano i luoghi dove individuano resti umani fissando un bastone nel terreno con un nastrino di pezza colorata sulla cima. Poi tocca agli agenti in stivaloni e uniforme nero recuperarli con barelle di tela insanguinata. In alcuni punti l’olezzo dolciastro della decomposizione è nauseante. I villaggi e le miniere della zona mandano drappelli di gente già inquadrata che lavora poco, poi siede nell’erba e dice di «attendere ordini».

 

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L’Unione Sovietica si è dissolta quasi un quarto di secolo fa, ma da queste parti sembra restare ancora ben radicata. «Abbiamo trovato tanti cavi e componenti elettriche. Ma nessun corpo», dice Alexander Siesonov, minatore di 54 anni. Ci sono anche donne, saranno una ventina, arrivate con un minibus color panna sporca da Shaktiorsk, una quindicina di chilometri da qui.

 

Ci avviciniamo ad un’ambulanza della Msc, due uomini sui trent’anni stanno consultandosi. «Laggiù, dopo il campo arato, vicino agli alberi c’è il cadavere ancora intatto di un bambino. Invece nella zona a sinistra del torrente c’è quello di una donna giovane. Dobbiamo tornare indietro verso le case. Mi dicono esserci altri resti non identificati», si parlano facendo ampi gesti con le braccia. Cosa fate per prevenire gli sciacalli? Chiediamo a bruciapelo. Loro non si scompongono.

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«Noi non ne abbiamo visti. Nessuno li ha visti», replicano poi con aria gelida. Ma l’area è vasta decine di chilometri quadrati. A tre chilometri da loro abbiamo visto recuperare poco dopo il cadavere di un uomo calvo che stava riverso a trecento metri dalla carrozzabile. Chi può dire che qualcuno non abbia preso borse, carte di credito, portafogli tutto attorno?

 

Anche lui è stato chiuso nel sacco di plastica nero e aggiunto a quelli raccolti nei cassoni di due camion militari. Alcuni sembrano pesanti, altri contengono solo leggeri brandelli di carne, resti minuscoli di ciò che sino a poco fa era un essere umano. In serata a Donetsk i rappresentanti dell’Osce tengono una nuova conferenza stampa dove rettificano un poco le critiche rispetto a due giorni fa. Venerdì sera infatti se l’erano presa con i miliziani filorussi per aver «pesantemente limitato il loro lavoro».

 

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Ora invece dichiarano: «Oggi abbiamo avuto la possibilità di vedere un poco di più e in una scena più larga. Abbiamo potuto parlare con chi sta svolgendo le operazioni di recupero e con gli abitanti della zona». Ma i dubbi restano. In questo caos apparentemente disorganizzato qualcuno con le idee ben chiare su cosa fare sparire invece potrebbe ben esserci.

 

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E potrebbe mirare non ai corpi, non al denaro o alle carte di credito, bensì alla scatola nera, o ai resti del missile assassino, oppure ancora ai rottami della fusoliera dove ha impattato. Dove sono? Tra i girasoli carbonizzati, le divisioni ideologiche, gli echi della guerra locale e le sue ripercussioni su scala internazionale, una risposta chiara sembra impossibile da trovare

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