LA MAMMA È SEMPRE LA MAMMA - LA SIGNORA CUTRÌ AL FIGLIO EVASO: “SCAPPA MIMMO, NON TI CONSEGNARE. O TUO FRATELLO È MORTO PER NIENTE” - LUI ORA SI TROVEREBBE NASCOSTO IN CALABRIA

1. APPELLO CHOC DELLA MADRE ALL'EVASO: «RISPETTA TUO FRATELLO E SCAPPA»
Andrea Galli per www.corriere.it

Nel soggiorno ci sono un pianoforte, un enorme specchio, un televisore al plasma ancor più grande e un divano a elle sopra cui la signora Antonella, malata di diabete, sta un po' seduta e po' semisdraiata, il giaccone tirato fino al collo, le ciabatte ai piedi e i piedi nelle calze di lana, il posacenere in una mano e le sigarette Multifilter rosse nell'altra, il cagnolino accucciato sul pavimento di cotto.

In cucina un camino non acceso di recente, le tapparelle blu abbassate, quadri di paesaggi, un monitor che rimanda le immagini della telecamera di sicurezza sul balcone. Nel corridoio Mario Cutrì, magro, scavato, in piedi dinanzi alla porta d'ingresso blindata, aspetta parenti e amici per le condoglianze. Una processione. Sono la madre e il padre. «Mimmo ascoltami: non ti costituire. Tuo fratello si è sacrificato per te. Non ti consegnare, Mimmo. Scappa, scappa Mimmo. Altrimenti Nino è morto per niente».

I Cutrì d'Inveruno, Ovest Milanese, avevano quattro figli ed è rimasta soltanto Laura, che sbuca a mezzogiorno dalla camera da letto, impaurita. Dei tre maschi, Domenico è in fuga, Nino è all'obitorio e Daniele è in giro, «forse tra poco arriva, forse sta da amici», dice Mario Cutrì appena salito con un aereo dalla Calabria, «ero andato a salutare un famigliare ricoverato per problemi di cuore».

Mario mai abbassa lo sguardo, sono occhi infiammati di rabbia che alla fine, allo scadere, si bagnano leggermente nel ricordare come «nemmeno mi fanno vedere il cadavere di Nino, gli hanno piantato un proiettile alle spalle, a tradimento, ne sono sicuro». Alla parete c'è una foto di Domenico. Ecco, Domenico. Gli studi abbandonati all'istituto alberghiero, le giovanili nelle società calcistiche succursali del Milan fino alla rottura della gamba, la condanna all'ergastolo, ed è una sentenza secondo i Cutrì origine di tutto il male.

«L'hanno accusato d'essere il mandante dell'omicidio di un tizio che faceva apprezzamenti a una sua amica. Ora, chi ha sparato è fuori, libero, e comunque l'obiettivo non era uccidere ma inviare un avvertimento. Ho chiesto al giudice se avesse figli... L'ergastolo è uguale alla sedia elettrica. Ventidue, ventisei anni di galera li accetti. Hai la prospettiva che uscirai, e combatti, come contro una malattia grave che forse si può curare».

L'evasione era un'ossessione di Nino, «pazzo di suo fratello», addirittura «aveva frequentato un corso da elicotterista» fantasticando su liberazioni da leggenda, e d'altronde «sono nati a tredici mesi di distanza, erano gemelli». Con i genitori, giurano, mai un accenno a folli progetti di fuga. E però, ricorda il padre, c'è quell'intercettazione nel carcere di Saluzzo.

Nino va a trovare Mimmo. Bisbigliano. Mimmo, non raggiunto dalla sentenza di fine pena mai, si raccomanda: se mi danno l'ergastolo rischi dieci anni di prigione e non se ne fa nulla; in caso contrario potrebbero rifilarti tre anni e si può progettare qualcosa insieme. Signora, quanto pensa possa resistere Domenico? La mamma Antonella non fa terminare la domanda: «L'ho detto ai carabinieri. Io non ne ho idea».

Solitamente le case di ‘ndrangheta all'esterno non tradiscono e all'interno sorprendono, catapecchie gonfie di lusso pacchiano. I Cutrì abitano nell'unico condominio d'una strada tranquilla, via Leopardi, con villette a due piani. Abitano al piano terra, i Cutrì, appartamento senza eccessi, tolto il televisore al plasma. Molto al riguardo s'è dibattuto e qualcuno insiste: sono una famiglia di ‘ndrangheta? Padre e figli hanno tanti precedenti, ci sono state storiacce di armi e di droga; ma i clan della Calabria non avrebbero rapporti con i Cutrì di Inveruno. Zero.

Non sarebbero boss Mario, Domenico e Nino Cutrì. Certo il capofamiglia conferma gli episodi di violenza attribuiti a questo e quel figlio, le spacconate, le vendette. «Ma Mimmo, prima dell'ergastolo, era un incensurato. E lavorava. Aveva un'agenzia di scommesse. Mentre in prigione s'è messo a studiare. Ragioneria. Ha trovato delle risorse per sperare in un futuro, ha carattere. C'è ancora il giudizio della Cassazione. Ci siamo affidati a un avvocato, di Palmi. Gran signore... Mimmo era all'oscuro dell'evasione. Nino ha agito di testa sua... Contro le guardie ha spruzzato dello spray. Non ha fatto fuoco. Loro l'hanno colpito».

Cutrì allunga il braccio lungo il fianco, forma una pistola con tre dita della mano, lascia immobile braccio e mano: «Nino non ha sparato. Avesse voluto li avrebbe ammazzati tutti quanti. Vero Antonella?».

E intanto la madre scuote la testa, è stata l'ultima della famiglia a vederlo vivo quando già moriva. «Mi citofonano. "Cutrì? Se sei la mamma di Domenico esci". C'era uno sconosciuto. E Nino in macchina. "Andiamo in ospedale" dice quello. Sono stata zitta. Mi sono messa alla guida. Nino aveva gli occhi rovesciati. Dopo poco ho smesso di guardarlo. Fissavo la strada. All'ospedale ho telefonato a mio marito».


2. ‘CUTRÌ È IN CALABRIA' - E L'INDAGINE SI ALLARGA A UN ALTRO FRATELLO
Paolo Colonnello per ‘La Stampa'

C'è sempre qualcosa, o qualcuno, che non torna in storie come queste. A non essere ancora tornato, per esempio, è Daniele Cutrì, 24 anni, il fratello di Domenico, l'ergastolano evaso, e di Antonino, morto in seguito al conflitto a fuoco scatenato lunedì pomeriggio davanti al tribunale di Gallarate. «E' partito qualche giorno fa per Napoli per un po' di vacanza», ha raccontato la madre Antonella l'altra sera ai carabinieri. E così ha confermato la sua fidanzata Alexa.

Solo che di Daniele, a Napoli, si sono perse le tracce ed è al momento fortemente sospettato di aver fatto parte del commando famigliare che ha organizzato la spettacolare evasione di Domenico. Anzi, potrebbe essere rimasto ferito a sua volta ad una gamba, come risulterebbe dai racconti dei vari testimoni e delle guardie carcerarie che lunedì pomeriggio hanno risposto al fuoco.

E' lui il ragazzo che un sindacalista della polizia penitenziaria, l'altra sera, ha sostenuto improvvidamente si fosse costituito. Circostanza decisamente smentita dagli inquirenti che sembrano però aver imboccato una pista sicura che con tutta probabilità porta in Calabria, il luogo dove potrebbe essersi nascosto il gruppo di fuggiaschi.

Anche un'altra persona fino a ieri sembrava aver far perso le sue tracce, ovvero Mario Cutrì, il padre della turbolenta famigliola, qualche precedente per armi e droga, rientrato l'altra sera con il volo delle 23 a Linate proprio da Reggio Calabria e precisamente da Melicuccà, il paese natio dove era andato «da qualche giorno». Ci sono insomma una serie di circostanze ancora da chiarire nella dinamica dell'evasione di Domenico Cutrì. Gli orari, innanzitutto.

C'è un buco di un'ora e mezzo abbondante dal momento dell'assalto al furgone della polizia penitenziaria, ore 14,45, al momento in cui l'auto su cui sono fuggiti i banditi è comparsa sotto l'abitazione della madre dei Cutrì, Antonella, attorno alle 16,30. Un tempo fin troppo lungo per percorrere la distanza che separa Gallarate da Inveruno, dove abitavano i fratelli Cutrì. E dannatamente pericoloso da percorrere con un'auto rapinata la stessa mattina dell'assalto verso le 11 a Bernate Ticino.

E' chiaro che durante il percorso i banditi hanno potuto cambiare vettura, con una pulita, forse guidata da un ulteriore complice. Ma non solo: è possibile che abbiano tentato di curare il ferito forse nel garage di casa, dove una perquisizione ha rilevato qualche traccia da controllare. Avrebbero insomma perso tempo prezioso per la vita di Antonino, decidendo infine di consegnarlo alla madre perché lo accompagnasse, scortata dal gruppo, all'ospedale di Magenta. E solo per una circostanza fortuita non sono stati intercettati, visto che i carabinieri inizialmente cercavano una Polo scura e non una Citroën nera.

Da capire meglio poi il motivo per cui sia stata abbandonata, piena d'armi con il colpo in canna (un fucile a pompa, uno a canne mozze e uno di precisione, più un numero imprecisato di proiettili) la Nissan Qashqai, anch'essa rubata poche ore prima dell'assalto. I banditi, scappando hanno scelto di salire, in cinque, su un'unica auto, ma non si può ancora escludere che un sesto complice abbia deciso di allontanarsi a piedi.

Insomma, un'organizzazione logistica notevole che potrebbe aver ricevuto appoggi «esterni», magari di qualche ‘ndrina bisognosa di arruolare «soldati» capaci di un'azione dimostrativa come quella di Gallarate. Il tutto lascia pensare che l'assalto e la liberazione di Domenico Cutrì siano stati pianificati a lungo proprio da Antonino, che non faceva mistero di voler liberare il fratello.

I banditi, ad esempio, sapevano che il tribunale di Gallarate, prossimo alla chiusura, era scarsamente vigilato, tanto che nel piazzale non erano in funzione telecamere e i cellulari penitenziari, invece di entrare dal retro, come succede in tutti i palazzi di giustizia, si fermavano davanti all'ingresso principale. Ma si tratta di polemiche a venire. Ciò che conta adesso è trovare e arrestare i fuggiaschi.

 

 

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