MARE MORTO - I MIGRANTI SI GETTANO VERSO I LORO SOCCORRITORI E IL PESCHERECCIO SI RIBALTA: ECATOMBE - L’INSOPPORTABILE TOLLERANZA VERSO GLI SCAFISTI E GLI AIUTI IRRISORI AI PAESI POVERI

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Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera”

 

«Salvi!», hanno pensato tutti vedendo apparire, nel buio, l’immensa sagoma nera del mercantile portoghese «King Jacob» che si avvicinava. «Salvi!». E tutti si sarebbero spostati sulla stessa fiancata del vecchio peschereccio per essere i primi a tendere le braccia e farsi afferrare dai soccorritori. Fino a fare rovesciare l’imbarcazione. 
Anche per questo l’apocalisse della carretta del mare colata a picco davanti alle coste libiche toglie il fiato.

 

Perché per quei poveretti (oltre 700, secondo le stime della Guardia costiera) che sognavano l’Europa la fine dell’incubo pareva lì, a portata di mano. E la morte è arrivata a tradimento. L’ultimo tradimento dopo quelli subìti in viaggi da incubo da parte di trafficanti, truffatori, guerriglieri barbuti con la cartucciera a tracolla… 
 

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Sappiamo ancora poco, di come siano andati i fatti. Il primo dei superstiti è arrivato ieri sera a Catania, in elicottero, in condizioni così gravi da poter raccontare solo brandelli della sua storia.

 

C’è da scommettere però che sarà simile a quella di altri naufragi avvenuti negli ultimi anni nel Mediterraneo. Così tanti che i soli morti accertati, fino al 31 dicembre 2014, secondo l’Alto commissariato per i rifugiati, sarebbero stati 22.804. Più tutti quelli annegati nel Canale di Sicilia senza che alcuno sapesse del loro tragico destino. 
 

Li abbiamo sentiti troppe volte, quei racconti che verranno ripresi oggi dai sopravvissuti. Come quello di Ebbi, che quattro anni fa era devastato dal senso di colpa per essere stato l’unico dei suoi a salvarsi: «Ho perso mia moglie negli scontri di Tripoli, vagavo per cercarla senza riuscirci, correvo con nostro figlio in braccio, un anno appena. E con lui per cinque notti ho dormito per strada, rintanato fra le macerie. Finché ho trovato il passaggio in barca...» Viaggio fatale: «Ho avvolto il mio bimbo con un giaccone. Ho provato a tenerlo con me fra le onde, ma la creatura pesava come un masso...». Quando gli tesero una cima per aggrapparsi, per il piccolo era troppo tardi. 
 

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C’è chi dice che «l’ecatombe» dell’altra notte, per usare le parole di Carlotta Sami, portavoce dell’agenzia Onu per i rifugiati, sia stata la più grave che mai abbia colpito il mondo dell’emigrazione. Probabile, per il Mediterraneo.

 

Anche se qualche altra strage potrebbe non essere mai stata scoperta. Magari perfino più grave di quella con almeno 283 vittime del Natale 1996 scovata anni fa da Giovanni Maria Bellu che nel libro I fantasmi di Portopalo raccolse la testimonianza di un pescatore: «Abbiamo issato la paranza e l’abbiamo aperta sul ponte. In mezzo al mucchio del pescato c’era il corpo ancora intatto di un uomo scuro di carnagione sui venticinque-trent’anni anni. La pelle era in parte mangiata dai pesci». 
 

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«Mi faceva pena e orrore», proseguiva il pescatore, «La vista di quell’anello mi ha fatto pensare alla sua vita, ai suoi familiari. Ti vengono in mente mille cose in momenti così...» Ricordò però che, per paura della burocrazia, decise di restituirlo al mare e di «buttarlo giù, come avevano già fatto altri, come abbiamo continuato a fare per un altro mese e mezzo noi di Portopalo, fino a che abbiamo smesso di trovare nelle reti cadaveri interi o pezzi di cadavere»... 
 

E a rileggere questi racconti di disperati ammassati su carrette del mare dalle incerte fortune tornano in mente i versi di Edmondo De Amicis sui nostri nonni: «Ammonticchiati là come giumenti / sulla gelida prua mossa dai venti / migrano a terre ignote e lontane / laceri e macilenti / varcano i mari per cercar del pane. / Traditi da un mercante menzognero / vanno, oggetto di scherno, allo straniero / bestie da soma, dispregiati iloti / carne da cimitero / vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti». 
 

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Non erano meno infami, i nostri scafisti. Basti ricordare l’ingordigia degli armatori che spinsero il «Principessa Mafalda», nell’ottobre del 1927, ad avventurarsi nell’oceano verso l’Argentina nonostante per otto volte (otto volte!) i motori si fossero fermati prima dello stretto di Gibilterra.

 

Davanti alle coste brasiliane si sfilò l’asse di un’elica e il piroscafo cominciò a imbarcare acqua. Morirono, secondo il Clarin di Buenos Aires, almeno in 657. Molti attaccati dagli squali. E i sopravvissuti raccontarono le stesse scene cantate anni prima nelle strofe dolenti del «tragico naufragio del vapore Sirio»: «Padri e madri abbracciava i suoi figli / che si sparivano tra le onde, tra le onde del mar...». 
 

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Forse per questo chi conosce un po’ di storia come papa Francesco che di emigranti è figlio e che ieri ha pianto nell’Angelus i morti dell’altra notte («Uomini e donne come noi. Fratelli nostri che cercavano una vita migliore. Affamati, perseguitati, feriti, sfruttati. Vittime di guerre. Cercavano una vita migliore. Cercavano la felicità») fatica a capire la rissa da bottega scatenata su quei settecento morti. Addebitati non solo da Matteo Salvini a un presunto «buonismo» reo di non fermare gli immigrati «prima», sulla battigia della Quarta Sponda. E non solo sotto sotto serpeggia una certa nostalgia del «cattivismo» invocato da Roberto Maroni ai tempi dell’accordo con Muammar Gheddafi. 
 

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Vedevamo una volta meno sbarchi e meno naufragi e meno morti? Sì. E come dice il proverbio «occhio non vede, cuore non duole». Ma era quella, davvero, la soluzione? Un piccolo filmato girato con un telefonino, gelosamente custodito per due anni da un immigrato respinto e infine inserito nel film Mare chiuso di Stefano Liberti e Andrea Segre, raccontò troppo tardi la storia di un gruppo di profughi in larga parte eritrei e cristiani in fuga dalla guerra e dalle pulizie etnico-religiose.

 

Fermati da una motovedetta, quei poveretti che come avrebbe riconosciuto una sentenza di condanna della Corte dei diritti umani di Strasburgo avevano diritto all’asilo, supplicarono i militari italiani: «Ci state gettando nelle mani degli assassini... Dei mangiatori di uomini...» Niente da fare: vennero riconsegnati ai libici «senza essere prima identificati, ascoltati né informati preventivamente sulla loro effettiva destinazione».. 
 

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Meglio così? Davvero «salvavamo la vita» a profughi come quelli, che il Ras di Tripoli deciso a dimostrare che faceva sul serio arrivò talvolta, come raccontò Fabrizio Gatti, a scaricare in mezzo al deserto del Sahara?

 

«Salvavamo» quelle donne riconsegnandole alla mercé di aguzzini dai quali, secondo la denuncia del Servizio Informazione della Chiesa, erano state nell’85% dei casi torturate e stuprate e irrise perché da cristiane avrebbero «portato in grembo un figlio dell’Islam»?

 

«Salvavamo» tutti dagli scafisti perché, come spiegò il direttore del Sisde Mario Mori, delegavamo il contenimento ai miliziani gheddafiani? «I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi...» 
 

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Certo, era più comodo e rassicurante «non vedere». Al massimo sospirando sulle foto di qualche mucchio di cadaveri sepolto dalla sabbia sahariana dove, secondo Fortress Europe, sarebbero morte prima del 2011 (poi nel caos libico è diventato ancora più complicato fare i conti) almeno 1.750 persone.

 

Così come è più facile sventolare lo slogan «aiutiamoli a casa loro» versando allo stesso tempo ai Paesi poveri aiuti pari solo allo 0,13% del Pil e cioè un sesto di quanto ci chiede la comunità internazionale, la quale tra l’altro impone all’Africa, come denunciò Kofi Annan, tariffe doganali sui prodotti della carne che toccano punte dell’826%. 
 

Questo ci dicono, i morti dell’ultimo naufragio. Certo, davanti a una realtà così pesante c’è da chiedersi se potessimo davvero prenderci il lusso, come accadeva ancora pochi mesi fa, di non affondare in alto mare i pescherecci usati dagli scafisti (dopo aver portato in salvo i profughi dalle guerre, dalle carestie e dai trafficanti, ovvio) per «non creare problemi all’ambiente». Tema sacrosanto, si capisce, ma forse in certi frangenti un po’ meno impellente.

 

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E c’è da rimpiangere l’insopportabile tolleranza mostrata nei confronti di scafisti come il tunisino Tarak Honeim fermato sette volte prima che il suo caso finisce su tutti i giornali: com’è possibile che non fosse stato sbattuto in galera? Diciamolo: è stato un errore sottovalutare

 

per anni, da parte della sinistra, l’impatto d’una immigrazione così caotica levando al massimo qualche grido di dolore all’indifferenza degli amici dell’Europa. Ma possiamo davvero andare ad imporre un blocco navale o addirittura occupare le spiagge libiche? Oggi? Con quali rischi? 

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