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MONDO ROBOT! – RIELLO: AL SCIENCE MUSEUM UNA RASSEGNA DEDICATA ALLE ULTIME CONQUISTE DELLA CIBERNETICA – LE SUGGESTIONI CINEMATOGRAFICHE (DA METROPOLIS DI LANG A "BB-8", L'ANDROIDE DI "GUERRE STELLARI") E LA PROSPETTIVA DI UNA SOSTITUZIONE DEL GENERE UMANO CON FORME ROBOTICHE "CHE ALLA FINE SARÀ INEVITABILE E ANCHE AUSPICABILE"

Antonio Riello per Dagospia

 

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Siamo al Science Museum di Londra per vedere una rassegna incentrata sulle tante facce, vecchie e nuove, dei "Robot". E anche per dare un po' una occhiata alle ultime conquiste della scienza che ne è alla base, la cibernetica. Per capire in particolare cosa sta succedendo nella sua branca più recente nota come Intelligenza Artificiale (AI).

 

La parola "Robot" compare per la prima volta in un dramma del 1920 "R.U.R." dello scrittore cecoslovacco Carel Cepek. Il suo significato originale potrebbe essere tradotto come: "colui che lavora (duramente) al posto di qualcun altro".

 

Uno schiavo meccanico in pratica. Nel corso del tempo questo termine si è evoluto fino a comprendere ogni creatura artificiale capace di imitare (e sostituire) l'uomo in alcuni compiti. Per quelle creature che mimano il genere umano anche nell'aspetto, oltre che nel comportamento, si usa oggi più comunemente il termine "androide" (o anche semplicemente "droide").

 

I primi "automatismi" risalgono addirittura già all'Antica Grecia con l'inventore Erone di Alessandria. Ma è il Settecento la vera e propria età degli Automi, i rudimentali antenati appunto dei Robot. Il Secolo dei Lumi infatti ha prodotto una infinità di marchingegni che cercavano di simulare, più o meno efficacemente, il comportamento degli esseri viventi. Erano tutti meccanismi analogici direttamente legati allo sviluppo della allora giovane, ma comunque già piuttosto sofisticata, meccanica degli orologi. C'è un po' di tutto.

 

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Umili monaci in legno che pregano inginocchiandosi e rialzandosi, movimentate sacre rappresentazioni, animatissimi presepi e anche maestosi cigni in argento che si agitano su laghetti di vetro di Murano. Giocatori di scacchi (che vincono quasi sempre !) e scrivani in grado di scrivere il diverse lingue. Vorticosi danzatori dall'aria balcanica e frenetiche ballerine dall'aspetto vagamente francese.

 

Poco dopo, nell' Inghilterra vittoriana si iniziò a meccanizzare le operazioni di calcolo attraverso i primi calcolatori, sempre analogici, noti al tempo come "macchine differenziali" e "macchine analitiche". In realtà si cercava di rispondere alla urgente necessità di sveltire i conteggi laboriosi e complicati generati dall'enorme contabilità che comportava il commercio globale legato ai mercati all'Impero Britannico. Parliamo di macchine progettate da matematici come Charles Babbage e Lady Ada Lovelace (nientemeno che la figlia di Lord Byron) e capaci di fare solamente operazioni matematiche elementari.

 

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Creazioni forse molto meno spettacolari degli automi che le avevano precedute ma certo molto più utili e potenti. I calcolatori analogici continueranno ad essere importanti e indispensabili fino alla diffusione del digitale negli anni settanta del XX Secolo. Chi non ricorda le magnifiche calcolatrici dell'Olivetti di qualche decennio fa? Alcune sono state disegnate (per quanto riguarda involucro e tastiera) da Ettore Sottsass in persona.

 

Più o meno negli stessi anni nell'industria tessile britannica si cercava di massimizzare la resa dei grandi telai meccanici che erano la spina dorsale dell'economia del tempo. E in questo contesto per controllare meglio il loro lavoro, evitando il più possibile i frequenti errori (e le loro costose conseguenze) nasce e si sviluppa l'idea delle schede perforate. Siamo proprio all'inizio del cosiddetto "digitale", ovvero di quel modo di calcolare che è alla base dei computer e di tutti gli apparati tecnologici della nostra della "tarda modernità".

 

Le energie creative sono state evidentemente stimolate, ancora una volta, dalle impellenti richieste del mondo del lavoro. Il buon Marx aveva torto probabilmente su tante cose, ma su una aveva certo ragione, la "struttura" (ovvero le necessità economico-produttive) anticipano e condizionano quasi sempre la "sovrastruttura" (le attività intellettuali, le innovazioni, la cultura).

 

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Sempre nel Regno Unito nel corso della Seconda Guerra Mondiale il matematico Alan Turing realizzò a Bletchley Park, con l'aiuto di alcuni colleghi, il primo computer della Storia. Si chiamava "Colossus" era enorme e fragile. Aveva come scopo quello di decodificare l'inestricabile codice militare germanico, meglio conosciuto come "Enigma". Ancora una volta la prova di come sia la necessità materiale - questa volta bellica - che aguzza l'ingegno. Ma in realtà il contributo di Turing alla cibernetica teorica è stato decisamente molto più importante: la cosiddetta  "Macchina di Turing" e il teorema correlato sono infatti dei pilastri fondamentali nella scienza dei calcolatori.

 

Una ampia e sezione della mostra è dedicata all'immaginario cinematografico che si è ispirato (o talvolta che ha anche ispirato) il mondo dei Robot. Le suggestioni sono tante. Dal misterioso "Golem" di Paul Wegener nel 1915 che si allaccia ad una famosa leggenda ebraica.  A "Metropolis" del 1927 di Fritz Lang, dove prende forma, una volta per tutte, l'immagine del Robot per antonomasia, la famosa Maria/Hel.

 

Considerazione non banale: è una donna. E il simpatico BB-8, l'androide decisamente maschile della saga lucasiana di "Guerre Stellari", sembra esserne quasi la maldestra versione trans-gender. C'è ovviamente anche lo scombinato e rustico "uomo di latta" del "Mago di Oz" (1939). Su un piano più contemporaneo - e ambiguamente inquietante - troviamo anche gli indimenticabili androidi di "Blade Runner" (1982), il dolce e straziante David di "AI" di Spielberg (2001) e la temibile Ava del recente "Ex-Machina" (2015).

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I film di animazione più riusciti sono stati "Robots" (2005) e, forse ancora più interessante, "Wall-e" (2008). Ma anche i cartoni animati giapponesi - i Manga - si sono nutriti di robot per decenni. Ufo Robot e Mazinga sono nomi ancora piuttosto familiari agli italiani che hanno più di 30 anni. Il pomeriggio televisivo degli anni ottanta era completamente monopolizzato da questo genere di personaggi. E molto prima ancora c'era la serie dei "Jetsons" di Hanna & Barbera (in Italia li conoscevamo come "I Pronipoti") che faceva ingenuamente immaginare un futuro robotico.

 

E' possibile ammirare anche tantissimi giocattoli e gadget legati al tema. Certo molti sono abbastanza prevedibili, ma in mezzo si trova anche qualche bizzarro outsider. C'è perfino Cygan, una grande e goffa creatura di latta progettata e realizzata nel 1957 a Torino dall' ingegnere Piero Fiorito. Ora tutti questi oggetti costituiscono, in qualche modo, una intera e vasta categoria del vintage nostalgico. Appartengono cioè per lo più al passato.

 

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Il presente e il futuro sono le nuove macchine realizzate per sostituire l'uomo nel mondo del lavoro industriale. Spesso hanno un aspetto molto lontano dalla classica idea di robot che di solito abbiamo. Sono capaci di fare straordinariamente bene determinate operazioni per cui sono state costruite. Sia che si tratti di assemblare oggetti, di spostarli e/o combinarli secondo schemi prestabiliti. A grandi velocità e senza errori. Oggetti costosissimi ma ormai indispensabili allo sviluppo industriale. Gli ultimi modelli sono in grado di riconoscere la presenza umana e di interagire coordinandosi con essa e senza metterla mai in pericolo (perfettamente in linea con le tre famose leggi della robotica, quelle scritte da Isaac Asimov).

Collaborano attivamente e virtuosamente con l'uomo anche i robot medici fatti per condurre, sotto la guida del medico, operazioni chirurgiche particolarmente lunghe e difficili.

 

ANTONIO RIELLOANTONIO RIELLO

E anche le macchine immaginate appositamente per l'ingrato compito di testare cure e protesi. Così è anche per gli androidi morbidi e tiepidi pensati per fare compagnia e intrattenere i piccoli pazienti negli ospedali, surrogati gentili di una umanità forse un po' latitante e distratta. Ce n'è uno molto buffo che è semplicemente una facciona con due labbroni, una specie di "spara-baci".

 

La robotica contemporanea non è una comunque realtà ubiqua perchè ha una sua speciale geografia. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, il Giappone e l'Italia (sì, ci siamo anche noi stavolta! se ne parla poco, ma in questo campo siamo forti) sono i quattro grandi poli dell'innovazione mondiale del settore.

 

Apparentemente dunque molte speranze e qualche buona notizia. Ma anche minacciosi lati oscuri. E parecchie questioni etiche e pratiche al limite del paradosso e assai difficili da padroneggiare. Per esempio il fatto che i robot industriali aumentano ulteriormente il tasso di disoccupazione, per il solo semplice fatto di esistere. In quanto "lavoratori" qualcuno sostiene che dovrebbero essere opportunamente tassati per il profitto che generano. E poi fondamentalmente la possibilità che un tempo possano diventare così intelligenti, prolifici ed ambiziosi da spodestare il genere umano e diventare i padroni del pianeta.

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Questo ovviamente è uno degli scenari più frequentati dagli scrittori di fantascienza. Spesso con turbolenti finali apocalittici. O. B. Hardison, un esperto di tecnologia americano, nel suo libro "Disappearing through the skylight" suggerisce comunque che la prospettiva di una sostituzione del genere umano con forme robotiche non solo sarà alla fine inevitabile ma anche auspicabile. Infatti, secondo lui, ciò permetterà un giorno a questi nostri futuri discendenti tecnologici di espandersi nel cosmo inospitale con relativa facilità e di colonizzarlo, un lusso che i nostri corpi biologici non possono purtroppo permettersi. Un trionfo (postumo) del genere umano....

Insomma: speranza o incubo?

 

Il problema principale diventa quello di mettere un freno e un controllo alla loro intelligenza. Risolvere questo dilemma tenendo conto delle implicazioni morali ed economiche che questa scelta comporterebbe sembra arduo. Soprattutto all'interno di una cultura, la nostra, fortemente impregnata di valori quali sviluppo e accrescimento ad oltranza. Una civiltà che in pratica non si può e/o non si vuole fermare. E poi non bisogna dimenticare che, al di là di ogni questione pratica, queste strane creature rispondono perfettamente all'antico (e malsano) desiderio dell'umanità di "giocare a essere Dio".

 

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dal 8 Febbraio al 3 Settembre 2017

SCIENCE MUSEUM

Exhibition Road, South Kensington

Londra SW7 2DD

 

 

 

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