franco maresco un film fatto per bene carmelo bene

C'E' UN ORSON WELLES AL FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA: FRANCO MARESCO - “ERAVAMO PARTITI CON UN FILM SU CARMELO BENE, POI C’È STATA LA ROTTURA DRAMMATICA FRA ME E IL PRODUTTORE ANDREA OCCHIPINTI E IO SPARISCO. “UN FILM FATTO PER BENE” RACCONTA LA MIA RICERCA” – "OSO PENSARE CHE A CARMELO BENE SAREBBE PIACIUTA LA DERIVA DEL FILM” - ''ORMAI LA COSCIENZA DELL’INUTILITÀ DI TUTTO È SOVERCHIANTE. OGGI CHIUNQUE ABBIA UN’ONESTÀ INTELLETTUALE E LA CAPACITÀ DI DISCERNERE SA CHE LE CATEGORIE CON CUI SIAMO CRESCIUTI SONO FINITE, ANCHE A FRONTE DELL’ONNIPOTENZA TECNOLOGICA. IL CINEMA È STATA UN’ARTE NOVECENTESCA, NON HA NIENTE A CHE FARE COL NUOVO SECOLO, È UN RESIDUO" - VIDEO

 

Estratto dell'articolo di Emiliano Morreale per  "Il Venerdì - La Repubblica"

 

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Da anni Franco Maresco non si sposta da Palermo, compare talvolta in video con un barbone da profeta, fa film indefinibili tra documentario e finzione che ci mette anni a finire.

 

Non nasconde di essere vittima di turbe, fobie, ossessioni, e se lo intervistano lancia strali apocalittici, proclama che tutto è finito e che lui continua a lavorare solo per bisogno o per nevrosi.

 

Ma il culto degli sketch e dei cortometraggi girati negli anni '90 con Daniele Ciprì, il clamoroso caso di censura a ''Totò che visse due volte'', l’assoluta marginalità ne hanno fatto una figura leggendaria nel mondo dei cinefili.

 

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[…] Adesso il regista è in concorso a Venezia con ''Un film fatto per Bene''. Bene è Carmelo, ma la sinossi promette un film nel film, con Maresco stesso che sparisce nel nulla dopo aver litigato col produttore Andrea Occhipinti. […]

 

La sinossi del film parla di te che molli la lavorazione di un film su Carmelo Bene, sparisci e il tuo vecchio amico Umberto Cantone ti viene a cercare. Quindi è un film su di te, non su Carmelo Bene? Ed è un film di finzione?

CARMELO BENE FOTO DI CLAUDIO ABATE

 

«Guarda, al momento c’è l’idea di mettere prima dell’inizio del film la scritta “Tratto da una storia vera” o qualcosa di simile. Perché il rischio è che tutto sembri fatto a tavolino  […] Più dei film precedenti, che erano giocati in modo tale da confondere lo spettatore su cosa fosse vero e cosa no, questo nasce da una rottura drammatica che c’è stata fra me e Lucky Red nel corso della lavorazione.

 

Eravamo partiti con un film su Carmelo Bene da realizzare in poche settimane, ma che prevedeva parti nel Seicento, oggi, in pellicola, in digitale, per cui era temerario pensare di riuscirci. Infatti non ci siamo riusciti. Il film è naufragato e Andrea Occhipinti ha detto che non potevano continuare.

 

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Dopo la rottura dei rapporti, Claudia Uzzo, collaboratrice preziosa da tanti anni, mi fa una battuta su chi doveva fare causa all’altro. E da lì è partita l’idea: ma se la storia fosse proprio quella del regista che sparisce? Umberto Cantone, cosceneggiatore della prima parte, appena uscito dall’ospedale (aveva avuto un infarto) trova questo caos e si mette alla mia ricerca».

 

Un’operazione temeraria, a rischio di narcisismo o di masochismo. Uno che non ti conosce potrebbe chiedersi: ma ci è o ci fa?

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«Ho dovuto superare molti pudori per mettermi in gioco con incoscienza e autoironia. Ma arrivato a 67 anni non ho niente da perdere. […] Le crisi depressive che ho avuto sono vere, la misura dei miei disturbi (sostanzialmente un Doc, disturbo ossessivo-compulsivo) è invalidante. Il film era anche una sorta di parziale auto-terapia».

 

Ha funzionato?

«Poco, perché ormai la coscienza dell’inutilità di tutto è soverchiante. Oggi chiunque abbia un’onestà intellettuale e la capacità di discernere sa che le categorie con cui siamo cresciuti sono finite, anche a fronte dell’onnipotenza tecnologica. Il cinema è stata un’arte novecentesca, non ha niente a che fare col nuovo secolo, è un residuo.

 

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Luca Guadagnino che da ragazzino frequentava la mia videoteca e a cui facevo micro-lezioni di storia del cinema (il primo film che gli feci vedere fu ''Boudu salvato dalle acque'' di Renoir) in un’intervista dice: a differenza del mio amico Maresco, credo che il cinema sia vivo.

 

Siccome Guadagnino è intelligente, io non posso credere che sia in buona fede. Il padre dei fratelli Lumière diceva che il cinema era “un’invenzione senza futuro”. In fondo aveva ragione: ha solo sbagliato di qualche decennio».

 

 

andrea occhipinti woody allen

Tu sparivi già in Belluscone, personaggi sparivano in ''La mafia non è più quella di una volta'' e nel ''Ritorno di Cagliostro''. Perché sei così appassionato di sparizioni?

«Ti confesso che sono stato per anni uno spettatore appassionato di ''Chi l’ha visto?'' Non mi perdevo una puntata, guardavo quelle storie con nostalgia, ammiravo quelli che volevano sparire… Ma già Cinico Tv, coi fotogrammi in cui Palermo scompare, non ci sono abitanti, non ci sono auto ma solo rovine e la linea dell’orizzonte come in un film di fantascienza, era una forma di sparizione.

 

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Dà un po’ di sollievo alla mia psicosi, vedere il dissolversi delle cose. E poi la mia depressione è anche legata alla perdita di un orizzonte. Non dimenticare che sono un uomo del Novecento: ho vissuto lotte, scoperte, cambiamenti e assistere a un imbarbarimento che uno pensava di là da venire è stata per me sconvolgente. Penso che se fossi andato in analisi questo sarebbe stato il punto decisivo».

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Ma quindi non hai nemmeno provato ad andare in analisi?

«Come no! Più volte, ma ho mollato subito. La prima analista, una freudiana illustre, non mi volle, mi mandò da un’altra e ci restai male. Durante ''Totò che visse due volte'' andai da un altro famoso, che univa analisi e terapia farmacologica, perché ero in una situazione di emergenza.

 

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Ma i farmaci avevano effetti collaterali, io avevo l’impressione che mi atterrassero dal punto di vista creativo e questa cosa mi spaventava. E ho mollato, stupidamente. Poi, come nei film hollywoodiani, mi ha aiutato l’incontro e la relazione con Claudia Uzzo, di cui ti parlavo prima. E ho finito Il ritorno di Cagliostro, cominciato anni prima, scrivendolo ogni giorno sul set».

 

Ma cosa c’entra Carmelo Bene in tutto questo?

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«È un fantasma, qualcosa che viene inseguito. Molto presente invece è Giuseppe Desa da Copertino, il santo scemo che vola, su cui Bene aveva progettato un film. Le scene con lui mi sembrano la cosa più riuscita del film. Oso pensare che a Carmelo sarebbero piaciute, così come gli sarebbe piaciuta la deriva del film».

 

Hai girato a Palermo, che però tu ultimamente quasi ti rifiuti di vedere. Ci vivi come un clandestino.

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«Già vent’anni fa con Ciprì la mettevamo sempre più fuori scena. Adesso non so più nemmeno come è fatta, Palermo. Non è più nel mio orizzonte se non nella memoria che ogni tanto condivido coi più vecchi, per ricordare quel passaggio a livello, quel chiosco… C’è un signore meraviglioso che da qualche anno mi porta in giro e fa delle commissioni per me, Conticelli, che ho messo nel film.

 

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Lui mi preleva, andiamo dalla pensione in cui vivo allo studio, o mi porta in qualche posto a mangiare. Dopo il Covid la città l’ho solo intravista, quando con lui o qualcun altro passiamo da un luogo che conosco sono atterrito: davanti alle facciate rifatte coi finanziamenti europei, ai pub, ai sushi bar».

 

Prima di questo film stavi lavorando a un documentario su Goffredo Fofi in Sicilia, di cui si sono viste alcune immagini alla conferenza stampa del Festival. Hai un po’ di rimorso di non averlo finito in tempo perché lui lo vedesse?

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«Sì. Il film, prodotto da minimum fax, è stato cominciato nel 2019 e proseguito durante la pandemia, fino al 2022. A un certo punto si è bloccato, ho avuto una delle mie crisi, poi l’ho accantonato per fare quest’altro su Carmelo Bene che doveva essere un lavoro piccolo e rapido e poi invece...

 

Io non viaggio più, da anni ho i documenti scaduti e per una specie di blocco non riesco a rifarli... Insomma, non sono riuscito a vedere e riabbracciare Goffredo. […] da un lato ho un senso di colpa estremo, dall’altro sentivo l’impegno a finire quest’altro film incompiuto».

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