JULIAN BARNES: COME SOPRAVVIVERE - E MALE - ALLA SCOMPARSA DELLA PERSONA AMATA - BATTISTA: “UN DOLORE DIVERSO, UN DOLORE TRISTE”

Pierluigi Battista per "Il Corriere della Sera"

Scrive Julian Barnes nel suo Livelli di vita , appena pubblicato in Italia da Einaudi (pp. 128, e 16.50), che con la perdita della persona più cara all'improvviso «precipitiamo nel gelido Mare del Nord, equipaggiati soltanto da un ridicolo giubbotto di sughero che in teoria dovrebbe salvarci la vita». Solo in teoria, perché in pratica «coliamo a picco». Scrive anche di una sua amica che, con il marito da tempo malato di cancro, «si era informata in anticipo sulle letture adatte e aveva messo insieme una scorta di classici sul tema della perdita».

Inutilmente, perché quando arriva il «momento», ti ritrovi nudo, debole, indifeso, sgomento, senza che quelle «letture adatte» possano funzionare come scudo efficace per contrastare la tempesta di emozioni e di dolore che ti travolge. Avesse avuto a disposizione qualche altro anno, però, quella sua amica avrebbe incluso Livelli di vita nella «scorta di classici» sulla perdita, segnalandolo come uno dei migliori, anche se infligge un dolore lancinante a chi si rispecchia con tormento in queste pagine.

Scrive Julian Barnes, dopo aver perduto la sua adorata compagna nel 2008, che chi «rimane vedovo, all'improvviso nota tutti i vedovi e le vedove che lo avvicinano», proprio come chi cambia la marca dell'automobile e «all'improvviso nota quante altre vetture di quella marca circolino sulle strade».

È vero, è esattamente così. Così come è vero che d'improvviso si scopre quanti romanzi e quanti film raccontino, sotto forma di diario, di memoir, di confessione o di semplice rappresentazione fortunatamente lontana da ogni riferimento autobiografico, il lutto di un compagno o di una compagna di vita che ti lascia.

Si scopre una «complicità tra dolenti», come la chiama Barnes, in cui si legge L'anno del pensiero magico di Joan Didion o Storia di una vedova di Joyce Carol Oates, Amare, ancora di Doris Lessing o Diario di un dolore di C.S Lewis, Caos calmo di Sandro Veronesi o Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi in cui il protagonista si intrattiene in lunghe conversazioni con il ritratto della moglie morta, Guida rapida agli addii di Anne Tyler o La ballata di Iza di Magda Szabo.

Poi c'è il racconto più straziante e crudele di tutti, L'oblio di Josephine Hart, la scrittrice irlandese che ha annotato ogni risvolto amaro della perdita di una compagna che se ne va e che è morta di cancro nel giugno del 2011: forse è per scacciare lo spettro dell'«oblio» che il marito della Hart, il pubblicitario Maurice Saatchi, si reca ogni giorno presso la tomba della moglie scomparsa per consumare la colazione mattutina con ciò che resta di lei. Una follia.

Ma è appunto un'anatomia della follia provocata dal lutto l'intento di Barnes. Chi viene travolto dalla morte della persona amata, scrive Barnes con invidiabile lucidità, non è «depresso», è semplicemente «triste»: c'è una differenza sostanziale.

Così come c'è una differenza tra chi ha attraversato il deserto che affligge quelli che sono come Barnes e chi ne ha una percezione (fortunatamente per lui, o per lei) più astratta. Spesso gli amici «reagiscono come se la morte della persona amata sia una specie di forma estrema di divorzio». Sono quelli che amano usare l'espressione «elaborazione del lutto». Il linguaggio di chi non ha attraversato «i tropici» (o non è colato a picco nel mare gelido senza equipaggiamento) si nutre infatti di eufemismi, frasi fatte, modi di dire consunti dall'uso e dall'abuso: «apprendo con dispiacere che sua moglie si è spenta» (e Barnes commenta: «Come un abat-jour? Come una radio?»); «se n'è andata», «ci ha lasciati».

Barnes è un grande scrittore (e questo libro è formato anche da una parte, più strettamente letteraria, sulle avventure psichiche del volare e dello schiantarsi). È allergico alle forme banali del cordoglio. Ed è capace di rileggere la storia di Euridice e Orfeo con occhi spietati e nello stesso tempo commossi. Orfeo è uno stupido, il più stupido degli stupidi. I suoi lamenti dopo la morte dell'amata Euridice avevano mosso a pietà gli dèi «a tal punto da indurli a concedergli il permesso di scendere agli Inferi per riportarla indietro».

A una condizione però: che non s'azzardasse a guardarla fino al ritorno sulla terra, altrimenti l'avrebbe persa per l'eternità. E che fa quello sciagurato di Orfeo? Fa quello che «nessuno in possesso delle sue facoltà mentali» farebbe: si volta per guardare Euridice. Il più stupido: «perdere un mondo per uno sguardo». Ma del resto, «come avrebbe potuto chiunque tenere fede alla promessa fatta, sentendo la voce di Euridice alle proprie spalla»?

Ecco, è questa fatale ambivalenza, questo sprofondare nell'illogico e nel sentire la forza di richiami opposti che è difficile da immaginare per chi non ha «attraversato i tropici del dolore». Barnes spiega meravigliosamente, e con lucidità disperata, ciò che anche io ho goffamente tentato di descrivere ne La fine del giorno , e cioè che il dolore per la perdita della persona amata è un dolore tutto diverso, non maggiore o minore, non peggiore o migliore, ma semplicemente diverso, da quello provato per la scomparsa di un genitore.

Con la morte di un genitore si perde la vita che ti è stata data. Con la morte della propria compagna o del proprio compagno si perde invece la vita che hai scelto di vivere con qualcuno, e che qualcuno, miracolosamente ha scelto di vivere con te.

«Ti chiedi», scrive Barnes, «fino a che punto in questa tempesta di nostalgia sia lei a mancarti e non invece la tua vita insieme a lei, o ciò che di lei ti rendeva più te stesso». Sembra una piccola differenza, ma quando ne vieni squassato, quella differenza è tutto. È una «trappola», si legge in Livelli di vita : «Puoi scegliere se ripetere le azioni di sempre, ma senza di lei e perciò sentire la sua mancanza», oppure «metterti a fare cose nuove, mai fatte, e perciò sentire la sua mancanza in modo diverso».

Barnes è capace di portare all'incandescenza questo cadere in una «trappola», ma svolge il suo compito con la prosa sorvegliata e aguzza di uno scrittore che non vuole arrendersi e capitolare di fronte al dolore, anche se chiama gli anni successivi alla morte di sua moglie «Anno Due», «Anno Tre» e così via. Il suo libro diventa un «classico» nel filone letterario del memoir luttuoso. Come Orfeo, non riesce a non voltarsi e sentire il pathos di un tragico paradosso.

 

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