STRAGE, MINUTO PER MINUTO - I FRATELLI KOUACHI HANNO INIZIATO IL LORO ASSALTO SBAGLIANDO NUVERO CIVICO - ALLE 11.30 SONO IN REDAZIONE PER IL MASSACRO DURATO DIECI MINUTI, IL PRIMO A MORIRE E’ UN INSERVIENTE E POI UNO DEGLI AGENTI DI SCORTA

Stefano Montefiori per il “Corriere della Sera

 

said kouachisaid kouachi

La più spaventosa ed efficace azione terroristica che la Francia abbia conosciuto è cominciata con un errore. Il commando è formato dai fratelli Said e Chèrif Kouachi, e Ahmid Mourad. Uno resta nella Citroën C3 nera, gli altri due escono dall’auto per andare a compiere la strage ma sbagliano numero civico, vanno al 6 di rue Nicolas-Appert, nel quartiere della Bastiglia.

 

«È qui Charlie Hebdo?», gridano. No, non è lì. Gli assassini non si perdono d’animo, si spostano di pochi metri al numero 10, quello giusto. Dopo il passo falso iniziale l’operazione ricomincia. Senza esitazioni. In pochi minuti 12 persone verranno uccise: 8 giornalisti, un inserviente, un ospite della redazione, due poliziotti. La libertà è sotto attacco, la Francia è sconvolta. 
 

nel mirino dei terroristinel mirino dei terroristi

Sono all’incirca le 11 e 30 del mattino. I due terroristi con il volto coperto, armati di un kalashnikov e un fucile a pompa, forse con i giubbotti anti-proiettile, entrano nei locali del settimanale satirico e si imbattono in una postina. «Ero nel palazzo, in fondo al corridoio - racconta -. Ho visto due uomini mascherati e armati che cercavano la redazione di Charlie Hebdo, a un certo punto si sono messi a sparare in aria per spaventarci. Volevano sapere dove fosse l’ingresso. Sono riuscita a scappare».

 

Nel palazzo ci sono tre piani e molti uffici, i due uomini vogliono arrivare immediatamente al loro obiettivo. François Molins, il procuratore di Parigi, dice che a questo punto i terroristi prendono di mira uno dei due inservienti all’ingresso, lo costringono a dire loro dove si trova la redazione, a quel punto sanno che Charlie Hebdo è al secondo piano e lui non serve più. Lo uccidono. Si chiama Fredéric Boisseau, ha 42 anni. È la prima vittima del massacro. 
 

la fuga dei terroristila fuga dei terroristi

I terroristi salgono al secondo piano, incrociano la disegnatrice Corinne Rey, la firma «Coco» del giornale, che era andata a prendere la figlia all’asilo. Con le armi puntate addosso, Coco avrebbe digitato il codice di accesso per aprire la porta del giornale. «Hanno sparato su Wolinski. Cabu… - ha raccontato all’Humanité -. Io mi sono rifugiata sotto una scrivania. Sarà durato tutto cinque minuti. Parlavano un francese perfetto, dicevano di essere di Al Qaeda». 
 

I terroristi potrebbero avere scelto con cura il momento in cui entrare in azione, perché ieri, mercoledì, a quell’ora si tiene la riunione di redazione del settimanale, quella che serve per impostare il numero successivo. Intorno al grande tavolo del giornale ci sono quasi tutti: il direttore Stéphane Charbonnier detto Charb, la guardia del corpo che a turno con altri lo protegge dal 2006, e le altre firme: Wolinski, Cabu, Tignous, Philippe Honoré, l’economista Bernard Maris, la psicologa Elsa Cayat, il correttore Moustapha Ourad, che aveva appena ottenuto la nazionalità francese. 
 

cherif kouachicherif kouachi

All’interno della redazione, il primo a morire è l’agente di scorta del direttore. Viene ucciso con più colpi, immediatamente, non ha il tempo di reagire. Poi tocca a Charb, l’obiettivo principale, da anni nella lista dei bersagli di Al Qaeda. Secondo alcuni testimoni, i terroristi chiedono ai giornalisti di dire il loro nome, poi sparano a colpo sicuro. Un vicino, Bruno Leveillé, dice di avere sentito almeno una trentina di colpi per circa 10 minuti. Questa sarebbe la durata totale dell’operazione all’interno del giornale. Nel frattempo, i dipendenti degli uffici vicini hanno trovato rifugio sul tetto, uno di loro, Martin Boudot, ha twittato sull’assalto in corso.

 

Nella redazione muore anche una persona che si trova lì per caso, Michel Renaud, ex direttore di gabinetto del sindaco di Clermont-Ferrand e fondatore del festival «Rendez-vous du carnet de voyage». Secondo il quotidiano locale «La Montagne», Renaud era andato in visita a Charlie Hebdo per incontrare Cabu e restituirgli dei disegni che questi gli aveva prestato per l’ultima edizione del festival, nel novembre scorso. Cabu lo aveva invitato ad assistere alla riunione di redazione. Con Renaud c’era l’amico Gérard Gaillard, che è riuscito a salvarsi. 
 

attacco terroristico a parigi charlie hebdo 9attacco terroristico a parigi charlie hebdo 9

Il giornalista di inchiesta del settimanale, Laurent Léger, ha capito per primo che i terroristi stavano entrando e si è gettato sono il tavolo. Sarebbe stato lui a chiamare la polizia con il telefonino, mentre sibilavano le pallottole. 


Effettuato il massacro, i due terroristi sono tornati in strada e si sono diretti verso la Citroën dove c’era il terzo uomo ad aspettarli. Nei video girati con il telefonino dalle finestre e dal tetto, li si sente gridare «Allah Akbar!», «Allah è il più grande», e «Abbiamo ucciso Charlie Hebdo!», «Abbiamo vendicato il profeta Maometto!». 
 

attacco terroristico a parigi charlie hebdo 8attacco terroristico a parigi charlie hebdo 8

Nel 2006, Charlie Hebdo fu il giornale che in Francia decise di ripubblicare le vignette satiriche su Maometto del giornale danese Jyllands Posten, che avevano provocato manifestazioni e incidenti a Copenaghen. Da allora Charlie Hebdo, il «giornale irresponsabile» come si legge sotto la testata, ha vissuto sotto la minaccia dei terroristi islamici. Nel 2011 una molotov distrusse la precedente redazione, i giornalisti vennero ospitati per qualche mese dai colleghi di Libération, e nel 2012 si sono trasferiti nella sede attuale, al numero 10 di rue Nicolas-Appert. 
 

«Allah Akbar!», gridano ancora i terroristi per strada, dopo avere scaricato decine di colpi sul parabrezza di un’auto della polizia, con gli agenti all’interno miracolosamente indenni. «Abbiamo ucciso Charlie Hebdo», ripetono, e sembrano sul punto di rientrare in auto quando vedono avvicinarsi un agente di polizia in bicicletta, lungo il boulevard Richard Lenoir. 
 

attacco terroristico a parigi charlie hebdo 22attacco terroristico a parigi charlie hebdo 22

Con movimenti che lasciano suggerire un addestramento militare, e una freddezza che lascia sgomenti, i terroristi si allontanano dall’auto e decidono che il lavoro non è ancora finito. Sparano raffiche contro il poliziotto, che cade a terra. Corrono senza agitarsi verso di lui. Il ferito sembra immobile, poi si volta leggermente e alza un braccio, un gesto che sembra un’implorazione. In quel momento, viene finito con un colpo alla testa. È forse l’immagine più insostenibile del massacro, quella che riassume meglio l’orrore. A noi sembra inumanità, ma forse è proprio la spina dorsale che fa stare in piedi, ed esalta, quegli esseri. 
 

Il poliziotto freddato a terra si chiamava Ahmed Merabe, aveva 42 anni. Lavorava al commissariato centrale dell’XI arrondissement. Ahmed è un nome musulmano che significa «il più degno di lodi». Non era quindi un «francese autoctono», secondo la terminologia in uso nelle polemiche di queste settimane in Francia su Islam e integrazione. Ahmed era però abbastanza integrato da fare parte della polizia francese, e da morire in quanto francese sotto i colpi sparati in nome di una religione che era anche la sua. Il sindacalista della polizia Rocco Contento dice che viveva con una compagna. 
 

attacco terroristico a parigi charlie hebdo 21attacco terroristico a parigi charlie hebdo 21

La guardia del corpo di Charb si chiamava Franck Brinsolaro, aveva 49 anni. Abitava fuori Parigi, a Bernay, si era da poco sposato con una giornalista, e la coppia aveva una bambina di un anno. Secondo il rappresentante della polizia, negli ultimi giorni Charb era oggetto di minacce sempre più pesanti. Ma nello scorso settembre il sistema di protezione del giornale si era fatto più discreto, anche se una pattuglia continuava a tenere d’occhio periodicamente una sede giudicata ancora «obiettivo sensibile». 
 

attacco terroristico a parigi charlie hebdo 23attacco terroristico a parigi charlie hebdo 23

«Sapevamo che la minaccia era reale, ma non vivevamo nella paranoia», dice a Libération Antonio Fischetti, giornalista a Charlie Hebdo che si è salvato perché si trovava a un funerale e non ha partecipato alla riunione di redazione. «Le minacce contro Charlie sono ricorrenti, abituali. C’era l’ipotesi di farsi ammazzare, magari, un giorno. Ma non avremmo mai pensato a un massacro di questa ampiezza, no… I miracolati sono quelli che erano in ritardo, come Luz o Catherine Meurisse, o gli assenti, come me». 
Dice Fischetti che «la sorveglianza si era allentata. Da qualche tempo, un mese o due, non c’era più l’auto della polizia ferma davanti all’ingresso del giornale. Devono essersene accorti. Hanno veramente aspettato il momento buono». 
 

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Dopo l’estate il governo francese ha moltiplicato gli allarmi sul terrorismo e ha chiesto più volte ai cittadini di esercitare la massima vigilanza. Nelle settimane scorse il premier Valls ha dichiarato che «mai il rischio di un attentato terroristico è stato così alto», e ieri sul luogo della strage il presidente François Hollande ha rivelato che diversi attentati sono stati sventati. A dicembre a Joué-lès-Tours, Digione e Nantes, ci sono stati episodi violenti per i quali si è parlato di pista islamica perché alcuni testimoni hanno dichiarato di avere sentito il grido «Allah Akbar!», ma poi almeno per gli ultimi due casi le autorità avevano parlato di «gesti di squilibrati». Stavolta la matrice islamica è lampante, l’attentato che molti si aspettavano si è verificato ma pochi, a parte i giornalisti della rivista, immaginavano che a farne le spese sarebbe stato Charlie Hebdo. 

 

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