77 graffiti tano d'amico

’77 GRAFFITI - COME LA POLITICA SI TRASFORMO' IN UNA P38 O IN UNA OVERDOSE DI EROINA: MICHELE SERRA RIPERCORRE L'ANIMA DANNATA DI UN MOVIMENTO DURATO UN ANNO -“ LO SLOGAN DELLA SINISTRA RIVOLUZIONARIA “VOGLIAMO TUTTO” COL PASSARE DEL TEMPO HA FINITO PER ESSERE UN BUON TITOLO PER UNA CONVENTION DI PUBBLICITARI...”

Michele Serra per Robinson - la Repubblica

 

77 GRAFFITI TANO D'AMICO77 GRAFFITI TANO D'AMICO

Non ricordo esattamente quando un amico, in un bar milanese, mi disse che nei cortei, o nelle immediate retrovie, cominciava a girare qualche pistola. Diciamo: metà degli anni Settanta. Eravamo entrambi intorno ai vent' anni.

 

Non più i bastoni e le spranghe e le chiavi inglesi - da camion, non da carillon - in dotazione ai servizi d' ordine dei gruppi extraparlamentari ancora attivi, eredità piuttosto ossificata del Sessantotto. Entravano in scena le armi da fuoco, le armi della guerra, quelle che non uccidono preterintenzionalmente, nel corpo a corpo di strada, nella baraonda affumicata dai lacrimogeni.

 

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Uccidono quasi sempre intenzionalmente e a distanza, puntate al cranio o al torace, e uccidono con la stessa fulminante superiorità del potere. La morte dello studente Francesco Lo Russo (11 marzo '77, Bologna), per piombo di carabiniere, e del poliziotto Antonio Custra (14 maggio '77, Milano), per piombo di manifestante, siglarono la plumbea simmetria di fuoco che, di lì in poi, e fino alla cauterizzazione lieta, ma un po' scema, degli anni Ottanta, contrassegnò i cosiddetti Anni di Piombo.

 

Questo però - che l' arma in pugno era prima di tutto una sciagurata imitazione del potere - l' ho pensato dopo, da adulto, a cose fatte. Diciamo che l' ho pensato con comodo, e a freddo. A caldo, invece, sicuramente pensai, con sollievo, che la faccenda non mi riguardava.

 

LOTTA CONTINUALOTTA CONTINUA

Che mi ero già messo in salvo, iscrivendomi nel 1974 al Partito comunista e dunque accettando di sentirmi parte della comunità nazionale così com' era, e del mondo così com' era. Avere in tasca quella tessera fu, per me, il modo più diretto, perfino sbrigativo, di sentirmi adulto - con tutti i debiti corollari sulla quantità di "conformismo" necessaria, appunto, per conformarsi a ciò che già esiste, esisteva prima di te e soprattutto esiste nonostante te.

 

Dai catechismi d' epoca avevo imparato che secondo Lenin l' estremismo è "la malattia infantile del comunismo", e io avevo molta fretta di crescere. Anzi, ne avevo strettamente bisogno. Nel mio primo anno di università, anno accademico 1972- 73, avevo assistito a un paio di pestaggi furibondi alla Statale di Milano tra compagni di tribù rivali. Ne avevo tratto un' indelebile impressione di stupidità e, soprattutto, avevo avuto molta paura.

GIULIANO FERRARA NEL 1977 DAVANTI ALL'UNIVERSITA' DI TORINO SCARICA MANICI DI PICCONE PER DARE L'ASSALTO AGLI OCCUPANTI DI LOTTA CONTINUA E AUTONOMIAGIULIANO FERRARA NEL 1977 DAVANTI ALL'UNIVERSITA' DI TORINO SCARICA MANICI DI PICCONE PER DARE L'ASSALTO AGLI OCCUPANTI DI LOTTA CONTINUA E AUTONOMIA

 

La benedetta paura animale che mi aveva protetto " fisicamente", per puro istinto, senza nessuna necessità di elaborazione intellettuale, anche dai tafferugli del liceo, battesimo del sangue per una generazione che di sangue, proprio e altrui, poi ne versò parecchio.

 

Se vi racconto questo non è per trarne morali di sorta, né politiche né etiche. Né a favore né contro i ragazzi che come me, in tutta Italia, a migliaia, specie dopo il colpo di stato in Cile (11 settembre 1973) e l' intervento di Berlinguer sul compromesso storico, decisero di approdare al Pci, uno dei due grandi partiti di massa. Si può decidere di diventare "moderati" (tale era, nel paesaggio della sinistra italiana di quegli anni, la scelta di entrare nel partito di Berlinguer) per intelligenza o per viltà, per umiltà o per opportunismo, per lungimiranza o per stanchezza. Non è questo il punto.

77 GRAFFITI TANO D'AMICO77 GRAFFITI TANO D'AMICO

 

Il punto è cercare di rendere l' idea, anche per chi non c' era, che nel mezzo degli anni Settanta, molti italiani, quasi tutti giovani e molto giovani, si trovarono di fronte a un bivio di quelli veri: rientrare in qualche modo nei ranghi della società, possibilmente in modo onorevole, facendo salvo quanto di bello e di buono imparato fino a lì; oppure uscirne per sempre. Attenzione: per sempre. Come se una delle due strade di quella biforcazione, se intrapresa senza contromisure, fosse senza ritorno: esiziale.

 

Il movimento fu detto "del Settantasette" per evidenza cronologica; molto più complicato è attribuirgli una fisionomia politica. A parte una molto rilevante unità anagrafica (erano tutti o quasi tutti giovani e giovanissimi, figli in rivolta come nel '68, avendo perso però ogni possibile sincronia con i cortei operai e le rivendicazioni sindacali), fu un calderone ribollente e indefinibile, refrattario a quasi tutte le vecchie categorie politiche e a buona parte di quelle culturali, compreso il concetto di "avanguardia" che il rock demenziale bolognese faceva allegramente a pezzi: "Fate largo all' avanguardia/siete un pubblico di merda" cantavano gli Skiantos facendosi beffe della spocchia delle élite artistiche e intellettuali.

 

77 GRAFFITI TANO D'AMICO77 GRAFFITI TANO D'AMICO

Volendo proprio tracciare una specie di mappa, possiamo dire che ai due estremi c' erano una minoranza armata, o favorevole alle armi, che comprendeva scorie sessantottine non più conciliabili con la politica alla luce del sole (Lotta Continua si era sciolta nel novembre del '76) e i giovanissimi militanti autonomi disposti a tutto; e un' ala creativo- situazionista, beffarda, fervida, molto teatrale, che ebbe negli "indiani metropolitani" la sua espressione più mediatica.

 

Trasversale a ogni atteggiamento era, però, una sorta di irriducibilità esistenziale, ben prima che politica, uno sporgersi oltre il limite che non consentiva ritirata o rimedio o aggiustamento di rotta. Come se il movimento avesse progettato se stesso come una macchina sprovvista di retromarcia.

 

La fallimentare sortita di Lama - e della Cgil, e del Pci - alla Sapienza, finita ineluttabilmente con l' assalto dei Figli al palco dei Padri, certifica le sordità adulte, gli errori marchiani di una sinistra non vocata (già allora) a rappresentare i non rappresentati. Ma l' esito catastrofico di quei moti, prima divorati dalla lotta armata e dalle droghe, e in breve assorbiti dal cosiddetto Riflusso, probabilmente stava già scritto nel dna di un movimento che era irrealista per statuto: come se puntare a un risultato, a un obiettivo da raggiungere, fosse già un ripiegamento.

 

FESTIVAL PARCO LAMBROFESTIVAL PARCO LAMBRO

Come se il solo spettacolo che valesse la pena rappresentare fosse la sconfitta (sono gli anni del punk). "Perfino l' allegria e l' ironia dissacrante degli indiani metropolitani - ha scritto Guido Crainz - appare venata da un senso di sconfitta, quasi di disperazione". Giorgio Bocca, rievocando quei giorni, raccontò che anche il brigatista Ognibene, dal carcere, disperava di poter ricondurre a qualunque disegno politico organizzato quel movimento.

 

Non pochi dei protagonisti rimasero sotto i cingoli del terrorismo e dell' eroina. Cingoli ben più micidiali di quelli, pure fisicamente schierati dal governo Andreotti a Bologna, dei carrarmati, e di quella Repressione sempre evocata e forse perfino invocata (pur di farla finita?). Ancora Bocca cita "gli intellettuali che recitano se stessi, la Macciocchi, Dario Fo, Felix Guattari, Alain Guillaume", accorsi in una città certamente accusabile di ipocrisia e curialità consociativa, non certamente di illiberalità violenta. Eppure la definirono, les intellò, "capitale mondiale della repressione".

FESTIVAL PARCO LAMBRO 2FESTIVAL PARCO LAMBRO 2

 

Era come se ognuna delle parti in causa fosse rassegnata a dare il peggio, in uno scontro che non prevedeva sbocco politico e forse neppure ne voleva alcuno, essendo la politica "troppo piccola" per contenere la contagiosa smania esistenziale, ben prima che sociale, di tanta parte di quel movimento.

 

Con un paradosso (e quanto racconta Bocca di Ognibene vale a sostenerlo), potremmo dire che perfino la lotta armata era " troppo poco" per quel movimento, perché comunque riconduceva a una dimensione politica qualcosa che atteneva invece al territorio psichico, alla fantasia sfrenata, al desiderio di desiderare e basta.

 

Quale "soluzione politica" avrebbe potuto avere l' allucinazione libertaria radicale (fondamentalista!) che guidava le parole e la condotta, per esempio, dei ragazzi fumatissimi che saccheggiarono i frigoriferi del Parco Lambro per giocare a pallone con i polli congelati?

 

michele serramichele serra

Lo psicanalista Elvio Fachinelli descriveva così, in diretta, sull' Espresso di quell' estate del '77, la bolgia: "Non erano affatto erotici, come volevano essere. Erano terribili. Mentre giravano in cerchio con le ragazze a cavalcioni mi sono venute in mente le foto dei lager, le illustrazioni di Doré". Un' aura di morte. Dioniso alle porte dell' Ade.

 

Ovviamente in moltissimi non solamente sono sopravvissuti. Ma ne sono usciti sani, non piagati e nemmeno piegati, specie gli artisti che hanno modo, loro sì, di trovare uno sbocco a certe compressioni, grazie al talento che fa saltare il tappo ( anche se Andrea Pazienza, il più grande di tutti, e il più "settantasettino" di tutti, alla porca eroina si è comunque immolato, e aveva appena trentadue anni). Ne sono uscite le persone, una per una, da quella tremenda strettoia, ognuno a suo modo, tranne i morti e gli incarcerati, non pochi ma non abbastanza da giustificare i luoghi comuni sulla " generazione bruciata".

MauroRostagno MauroRostagno

 

Non tutto bruciò, non tutti bruciarono, rimasero le tracce di un linguaggio visionario, le radio libere, la satira feroce del la socialità sperimentale delle comuni, la ricerca spirituale alla Mauro Rostagno ( anche il centro culturale Macondo nasce a Milano nel ' 77), poi tanti percorsi individuali riconciliati con la socialità e la vita politica "normale".

 

Quanto al bilancio politico, negli ultimi anni, e con il senno di poi, si è fatta strada una lettura degli eventi secondo la quale, per dirla in breve, se è il " desiderio" la sola possibile ragione di militanza, la sola molla dell' esistenza, e se sono i "desideranti", come si diceva allora, i nuovi protagonisti della società di massa, allora la via d’uscita era più facilmente rintracciabile nell’edonismo consumista che nell' impegno politico.

 

E dunque gli anni Ottanta e Berlusconi si spiegherebbero anche a partire dal fatto che "vogliamo tutto", con il passare del tempo, più che uno slogan della sinistra rivoluzionaria ha finito per essere un buon titolo per una convention di pubblicitari.

IL FESTIVAL MILANESE DEL PARCO LAMBROLULTIMO ORGANIZZATO DA RE NUDO IL FESTIVAL MILANESE DEL PARCO LAMBROLULTIMO ORGANIZZATO DA RE NUDO

 

 

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