A 92 ANNI LA GRANDE FRANCA VALERI STA PER INIZIARE LE PROVE DELLA SUA NUOVA PIECE: “NON TUTTO E’ RISOLTO”, E BRILLANO IN LIBRERIA LO SPUMEGGIANTE “LE DONNE” E LA SPLENDIDA AUTOBIOGRAFIA “BUGIARDA NO, RETICENTE” - “MI STUPISCO DI ESSERE RIUSCITA A FARMI LARGO TRA LA CALCA DI PIAZZALE LORETO PER ARRIVARE A POCHI METRI DA MUSSOLINI, LA PETACCI E I GERARCHI A TESTA IN GIÙ. NON POSSO DIRE CHE MI DISPIACESSE VEDERLI COSÌ”…

Mirella Serri per TuttiLibri della Stampa

Dai nemici mi guardo io ma dalle amiche mi guardi iddio: la Ghitta che si trova al Forte riceve una letterina dalla sua più intima confidente rimasta sola soletta in città ad agosto. Quest'ultima ringrazia la Ghitta, improvvisata baby sitter che in Versilia si sta prendendo cura non solo dei suoi figli ma pure della sua bambina.

La informa pure che nel deserto capoluogo lombardo ha incontrato il coniuge della Ghitta e...sono finiti sotto le lenzuola. Il mondo gira in maniera assai speciale per la pungente Norsa, in arte Valeri con il nome rubato a Paul Valery ("un giorno, dopo uno spettacolo, a Parigi, i figli del poeta mi chiesero se eravamo parenti", racconta la Franca).

In barba a ogni tentazione politically correct, che vuole signore e signorine inclini alla solidarietà e al mutuo soccorso, la Valeri - ex Cesira, manicure che sbeffeggiava l'insulsaggine della borghesia milanese, ex signorina Snob ed ex sora Cecioni, popolana romana - da sempre si diverte a fustigare ipocrisie, falsità, cinismo e corbellerie varie declinate al femminile. Lo fa anche nell'ultimo libro, spumeggiante come un calice di Dom Pérignon, bevanda assai gradita alle protagoniste de "Le donne".

La 92enne gran protagonista dello spettacolo italiano è in procinto di cominciare le prove della pièce, che presenterà all'Eliseo, "Non tutto è risolto" mentre fa la sua riapparizione l'ironica autobiografia "Bugiarda no, reticente" (i suoi libri sono editi da Einaudi). Il suo sguardo è ancora puntato su pecche e magagne del gentil sesso. "Però sono molto cambiate le signorine e pure le stagionatelle, dagli anni Sessanta in poi, quando le sciure milanesi facevano a gara a rubarsi il marito.

Allora c'era la necessità di occultare i tradimenti. Adesso le ragazze, coniugate o meno, le scappatelle se le concedono senza sensi di colpa. Anche se la vita è diventata più difficile e devono fare i conti con maschi sempre più preoccupati, meno attraenti e prede di cui è sempre più difficile impadronirsi", commenta la Valeri.

L'attrice-scrittrice abita nei pressi della collina Fleming, il quartiere dove di donne-bersaglio della Sora Cecioni ne girano parecchie con borsoni, cinture d'oro e zatteroni borchiati pure per andare a fare ginnastica. Cosa consiglia dunque di leggere alle fanciulle e alle donne mature?

"Per carità! Non faccio distinzione di genere maschile o femminile. Una delle mie ultime letture è stata ‘La scena perduta' di Abraham Yehoshua che ha al centro la vicenda di un regista quasi settantenne, Yair Moses. Troppo cupo, deprimente: così mi sono detta ‘basta!' Non mi ha catturato come mi era capitato invece con il suo bellissimo ‘Possesso' che misi in scena all'Argentina di Roma", afferma.

"Ho preso in mano un vecchio libro di mio padre, tutto consumato, di Anatole France. Che divertimento, le battute giuste, la trama perfetta!", osserva ancora la Valeri mentre accarezza le orecchie vellutate del suo Cavalier King, che si chiama Roro IV, diminutivo di Aroldo in omaggio all'opera di Verdi. "Le mie ‘Donne' nascono dall'osservazione. Per abitudine ho sempre parlato poco e ascoltato molto. E' stata la mia forza. Fin da quando ero una ragazza". Era una grande lettrice?

"Dostoevskij, Proust, Tolstoj, i classici non mi sono mai mancati. Ma avevo bisogno di muovermi, di uscire, di aprirmi al mondo. Non erano i tempi adatti. Frequentavo il liceo Parini quando mi colpì come una mazzata la legislazione antisemita. Facevo disperare mia madre. Mio padre, a seguito delle famigerate leggi, si rifugiò in Svizzera con suo fratello.

A Milano abitavamo prima a via della Spiga e poi in via Mozart ma, per timore di essere intercettate dalla polizia fascista, cambiavamo continuamente alloggio. Non riuscivo a star sempre chiusa tra quattro mura. Per cui uscivo, andavo nei bar, nei ristoranti, mi esponevo alle perquisizioni dei tedeschi". Momenti difficili? "Quando la polizia fascista mi chiese i documenti. Però alcune soddisfazioni me le sono tolte: ero tra la folla minacciosa che sostava davanti al famigerato Hotel Regina che le SS avevano eletto a quartiere generale.

Protetti da mezzi corazzati statunitensi, e sotto le armi puntate dei partigiani, gli ufficiali della Wehrmacht e delle SS, abbandonarono l'albergo. Tra quella gente inferocita vidi i tedeschi uscire a testa bassa, mentre gli americani sparavano raffiche di mitra in aria per dissuadere dal linciaggio. Mi stupisco anche di essere riuscita a farmi largo tra la calca di piazzale Loreto per arrivare a pochi metri da Mussolini, la Petacci e i gerarchi a testa in giù. Non posso dire che mi dispiacesse vederli così".

La sua vocazione teatrale? "Ho capito, fin da quando ero molto giovane, che volevo dedicarmi a qualcosa di mia invenzione. Dai primi esperimenti teatrali, sollecitata da letture appassionanti, come Cechov, Turgenev, Shakespeare, Marlowe, i grandi tragici greci, sono passata alla Signorina snob". Nel dopoguerra si aprono nuovi scenari?

"Ai libri ho sempre chiesto quel che non mi può dare la realtà che mi circonda. Negli anni Sessanta ecco la straordinaria sorpresa rappresentata dall'ironia di Arbasino, oppure ecco il magnifico estro di Carlo Emilio Gadda la cui prosa così difficile ha un ritmo tutto suo. E poi le opere di François-René de Chateaubriand che non mi abbandonano mai. Con la compagnia del Teatro dei Gobbi ottenemmo un grande successo a Parigi, che allora era come andare dall'altra parte del globo, una meta lontanissima.

Quando tornammo a Roma e andammo da Silvio d'Amico, direttore dell'accademia d'arte drammatica per chiedergli se ci concedeva il teatrino Eleonora Duse, non gli ricordai che ero stata bocciata all'esame di ammissione. Ma lo capivo. E' facilissimo sbagliarsi su un esaminando. Verdi non fu ammesso al conservatorio che oggi si chiama Giuseppe Verdi".

Il mondo degli artisti in quegli anni era misogino? "Per nulla. De Sica, per esempio, era straordinario nello stimolare le qualità di recitazione delle sue attrici; Visconti, aristocratico e omosessuale, aveva il culto delle bellissime. Ennio Flaiano era il più caustico verso i difetti femminili ma era fondamentalmente triste e tutta la sua ironia non generava amore per la vita. Strehler, poi, era un genio. Forse la più misogina era Elsa Morante, coltivava soprattutto le amicizie gay e non era ben disposta verso il suo stesso sesso. Ma a una con la sua personalità si perdonava tutto".

E i libri in cosa l'hanno aiutata? "Mi hanno sempre dato un senso di libertà e sono stati una spinta a riflettere su di me. Non ho mai conosciuto l'insuccesso perché non ho mai peccato di presunzione e rischiato su qualcosa che non potevo sostenere. Mi piace anche leggere le biografie dei grandi personaggi. Ovviamente sono storie molto diverse, che vanno dalla salute cagionevole di Proust all'esuberanza vitale di Balzac, dalla longevità di Verdi, che continua a produrre capolavori anche in tarda età, alla morte precoce di Vincenzo Bellini a soli 34 anni. In ogni caso nel loro destino c'è una forte spinta che ti incoraggia ad andare avanti. Studiare l'esistenza degli artisti è una scuola di vita".

 

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