giacomo poretti infermiere big

ALDO, GIOVANNI E L'INFERMIERE GIACOMO - PER 11 ANNI, PRIMA DI SFONDARE COL TRIO COMICO, PORETTI HA LAVORATO NELLE CORSIE DEGLI OSPEDALI E ORA LO RACCONTA IN UN LIBRO: "NON CERCAVO DI FAR RIDERE I PAZIENTI. ERO SEMPRE IN BILICO TRA IL CINISMO E L'AFFEZIONARMI. NEI MIEI TURNI HO VISTO CINQUE ARRESTI CARDIACI. E NON TUTTI SONO ANDATI BENE. È IL MESTIERE PIÙ DIFFICILE DEL MONDO. CE NE SONO TRE COSÌ: IL MEDICO, IL POLITICO E…"

Estratto dell’articolo di Daniela Mattalia per “Panorama”, pubblicato da “La Verità

 

il libro di giacomo poretti turno di notte

Per 11 anni, prima del palcoscenico, Giacomo Poretti (una delle tre anime del celebre trio con Aldo e Giovanni) ha calcato le corsie degli ospedali come infermiere. Di quell'esperienza ha voluto fare un bilancio scanzonato nel suo ultimo libro - Turno di notte (Mondadori) -. Di seguito uno stralcio della sua intervista che trovate su Panorama.

 

Cosa le è venuto in mente di fare un mestiere così ingrato come quello dell'infermiere? È stato per caso, come per il suo alter-ego Sandrino, o ci ha pensato su?

«No, è stato davvero per caso. Da bambini magari sogniamo di diventare astronauta, o pilota, poi la vita decide altrimenti, le "porte scorrevoli" che ci si aprono sono tantissime. Mai avrei pensato di fare un lavoro simile. Ma poi ci sono rimasto».

 

giacomo poretti 5

Alla fine è diventata una scelta.

«Sì, perché dall'ospedale in fondo puoi sempre scappare, se la cosa ti atterrisce. Scegli un'altra specialità, magari in uno studio dentistico, aspiri un po' di saliva ma non vedi cose tremende...».

 

aldo giovanni e giacomo1

Allora perché vale la pena?

«Io l'ho vissuto come qualcosa di tragicamente miracoloso. Quando lavori in ospedale la cosa decisiva non appartiene né al "bello" né all'"interessante", è lo stare a contatto con la malattia e anche con i suoi esiti nefasti che è sconvolgente, ti sconquassa. L'aspetto relazionale con le persone è ciò che ti resta addosso».

 

giacomo poretti 1

Come riusciva a non farsi coinvolgere troppo?

«In quelle pagine ho cercato proprio di far capire il pericolo che si corre, sempre in bilico tra il cinismo e l'affezionarsi».

 

Lei l'aveva trovato un punto di equilibrio?

«Penso di sì perché, come dice Sandrino, alla fine "i vecchini li ho sempre cambiati", benché si provi spesso la tentazione di dire "ma perché"?».

 

giacomo poretti 2

«Saetta» ha fatto 1.765 turni di notte, anche lei? E un arresto cardiaco, l'incubo di ogni infermiere, le è mai capitato?

«Sì, il numero è grosso modo quello lì. E di arresti cardiaci me ne sono capitati cinque. Non tutti finiti bene, però. Nel mio caso, due si sono salvati e tre no».

 

Ha mai pensato «avrei potuto fare di più»?

«Sempre, del resto è la domanda che si fa anche il comico: potevo migliorarla quella battuta? Avrei potuto far ridere di più?».

 

aldo giovanni e giacomo2

Mai sofferto di «burnout»?

«No, una volta non si parlava nemmeno di questa sindrome da esaurimento. Però il primo decesso l'ho sofferto proprio tanto. Me lo ricordo bene, era un signore di poco più di 50 anni, aveva una brutta malattia...».

 

I medici a volte sono sin troppo bruschi, altre - lei nel libro li prende in giro - fanno i vaghi, usano paroloni astrusi di fronte ai malati e alle famiglie. Lei che ne pensa di loro, sinceramente?

«Io ne ho un'ottima opinione perché è il mestiere più difficile del mondo. Ce ne sono tre così: il medico, il politico e il prete».

 

Il politico forse no, eh.

giacomo poretti recita da infermiere

«A farlo bene sì, invece. Io, caspita, ho quasi una venerazione per i medici, anche perché ne ho visti molti in difficoltà, a volte devi far piangere una persona, o famiglie intere, è tremendo».

 

Le sarebbe piaciuto indossare il camice?

«Molto, io non ho mai studiato ma avrei voluto fare l'internista: è il cosiddetto medico generico che però deve sapere un'infinità di cose, è come un segugio che scopre la malattia».

 

Lei i pazienti li faceva ridere?

«No, non avevo e non ho alcuna attitudine a far ridere chi sta male. Ho sempre pensato che chi va in ospedale non ha voglia di ridere».

 

giacomo poretti 4

Nella sua «seconda vita», le è successo di intervenire in un luogo pubblico dove qualcuno si sente male e c'è chi fa la classica domanda: «C'è un medico»?

«Sì, ti viene istintivo, mi è capitato in incidenti stradali nei quali dai una mano, oppure i vicini di casa ti chiamano per fare una medicazione o togliere i punti e mi dicono: "Giacomo, verresti tu?"».

 

giacomo poretti 3

Aldo e Giovanni le chiedono mai pareri o consigli medici?

«Eh, è successo un paio di volte durante le tournée teatrali che Aldo si ferisse e dovevo fargli il richiamo dell'antitetanica, un gag meravigliosa perché lui è un cagasotto mondiale, Giovanni mi faceva da assistente e io lo rincorrevo con la siringa in mano».

 

Lei e la sua famiglia un anno fa vi siete ammalati tutti per il Covid. Sapere di medicina ha aiutato in quel frangente o era peggio?

«In quel caso lì nessun medico al mondo sapeva di cosa ci si stava ammalando, forse adesso si inizia a saperne qualcosa di più, io non ero per niente rassicurato, non c'era nessuna cura certa, si andava a spanne... Anche ora non è che sia chiarissimo. Ho fatto tanti giorni con febbre molto alta, nel marzo 2020. Per fortuna il virus si è fermato lì e non è andato nei polmoni o da altre parti».

 

giacomo poretti

Lei nel libro mette in scena un monologo irriverente e un po' scazzato rivolto a Dio. Al quale rimprovera il silenzio. Lei crede? E perché Dio fa finta di niente?

«Io ci credo, sì. E ho cercato di raccontarla nel romanzo com' è fatta la fede, di dubbi, domande, arrabbiature. Tanti filosofi prima di me hanno affrontato il problema di questa "assenza". Appartiene, penso io, al fatto che uno deve stare là e l'altro deve stare qua».

 

giacomo poretti

Ma se lui sta là a far finta di niente, noi cosa ce ne facciamo?

«No, non è vero che fa finta di niente. Lei come lo sa? Se Dio risolvesse tutto saremmo dei pupazzi, dei topi da esperimento, invece siamo totalmente liberi. È dentro questo mistero che Saetta chiede e impreca».

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