IL SOLO REGIME POLITICO CHE CI PERMETTE DI GODERE LE BELLEZZE ARCHEOLOGICHE SI CHIAMA DITTATURA. CON LA “DEMOCRAZIA” E’ LA FINE…

Francesca Paci per "la Stampa"

Corrono appena 5 anni tra la paparazzatissima sortita a Petra dell'allora presidente francese Sarkozy in compagnia della neo fidanzata Carla Bruni e quella di Obama, che sei mesi fa ha girovagato due ore tra i leggendari colonnati nabatei assai più deserti del circostante Wadi Rum.

Se la sicurezza impone infatti in questi casi l'evacuazione della zona, stavolta, diversamente dal 2005, i visitatori da allontanare si contavano. L'effetto del caos nella vicina Siria non si limita al campo profughi di Za'atari, ma sta minando le fondamenta stesse del piccolo regno hashemita, a partire dal turismo, latitante al punto che i noleggiatori di cavalli all'entrata della Città Rosa hanno ridotto il prezzo della corsa da 12 a 5 dinari (5 euro).

Il vento della Primavera araba non ha risparmiato i siti archeologici che in Giordania come in Egitto, Libia, Siria e perfino nel meno coinvolto Libano accusano oggi l'instabilità politica regionale e si riflettono in modo grave sull'economia nazionale di cui, per dire, il turismo giordano rappresentava fino al 2010 il 12,4%. La guerra civile tra Assad e i suoi nemici è dilagata talmente che, dopo aver assorbito un calo del 14% nelle presenze turistiche, il governo di Beirut ha spostato il celebre Festival di Baalbek dagli spettacolari templi di Giove e Bacco che ospitarono Nureyev e Ella Fitzgerald alla capitale.

Dall'altro lato del Mediterraneo anche la Libia post Gheddafi conterebbe molto sulla magica Leptis Magna per differenziare lo sviluppo ipotecato dal petrolio. Fino a due anni fa i resti della capitale romana che diede i natali all'imperatore Settimio Severo pagavano il prezzo della chiusura del Paese con una cifra irrisoria di turisti oscillante sui 50 mila l'anno.

Ora il Colonnello non c'è più ma è l'incertezza politica a mantenere gli stranieri lontani dalle dune spazzate dal Ghibli che hanno preservato il foro e l'anfiteatro di uno dei maggiori siti archeologici del Mare Nostrum. Le dimissioni del vice premier al Barassi, che lunedì ha denunciato «il peggioramento della sicurezza», addensano ombre cupe sul futuro della Libia rendendolo una scommessa vaga quanto gli scavi di Leptis Magna, in gran parte sotto terra.

Le resistenti meraviglie del passato testimoniano mute la fragilità del presente. Luxor, nel confinante e turbolento Egitto, fotografa lo sbandamento di un paese disertato dai visitatori che fino al 2010, al ritmo di 9 milioni l'anno, davano lavoro a 12 milioni di egiziani e rendevano alle casse del paese 12 miliardi di dollari. Oggi, mentre la rivoluzione si sfalda nel braccio di ferro tra esercito e islamisti, gli hotel disseminati tra i resti dell'antica Tebe e la tomba di Tutankhamen funzionano al 5% delle loro potenzialità e il favoloso 5 stelle Hilton Luxor offre tre notti a 518 dollari.

«È già qualcosa, è una speranza» commenta al telefono un archeologo siriano. Le notizie che giungono dalla «sua» Palmira raccontano di bombardamenti sul santuario di Bel e la cittadella di Fakhreddine II dove veniva celebrata la regina Zeinobia. Laggiù, quando torneranno i turisti, sarà comunque troppo tardi.

 

petra petra PETRA

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