BORDELLO MEDIEVALE: SI TROMBAVA A TUTTO SPIANO

Alberto Mattioli per "La Stampa"


Altro che Maggio '68. La prima vera rivoluzione sessuale dell'Occidente risale al XIII secolo quando, contro la castità a oltranza predicata dagli eretici, catari in primis, anche i teologi più ortodossi riscoprono il corpo e i suoi piaceri. Già Guillaume de Conches, intorno al 1150, spiegava ai fedeli presumibilmente sollevati che «niente di quel che è naturale potrebbe essere vergognoso, poiché è un dono della creazione. Solo gli ipocriti lo ignorano».

Risultato: se certi libri penitenziali carolingi moltiplicano i giorni interdetti al piacere arrivando fino a 250 all'anno, per i canonisti del Duecento ci si deve astenere solo a Natale, a Pasqua, alla Pentecoste e all'Assunzione. Per il sollievo dei frenetici, comunque, i bordelli restano aperti: chiudono unicamente il Venerdì santo.

Questo saggio su Sexualités au Moyen Age di Jacques Rossiaud ha davvero tutti i pregi, compreso quello della sintesi: 126 pagine per sapere quel che non avete mai osato chiedere su usi e costumi (e anche consumi, vista la diffusione della prostituzione) del Medioevo a letto.

E per fare piazza pulita dei nostri luoghi comuni, oscillanti fra immagini di cupi predicatori ossessionanti perché ossessionati e di allegre partouze nei castelli come nei filmetti sexy molto vagamente ispirati dal Boccaccio. Fino a miti come la cintura di castità, inventata dal Rinascimento, o lo ius primae noctis, inventato dagli storici.

Certo, la religione è onnipresente e i suoi imperativi (rimasti da allora sostanzialmente gli stessi) condizionano la teoria sessuale. Quanto alla pratica, è forse un altro discorso. Il Medioevo resta comunque, come scrive sapidamente Libération , «il millennio del missionario».

La relativa posizione è considerata quella giusta, consigliata sia dai preti perché più atta a procreare sia dai medici perché meno pericolosa. Non stupisce che in fabliaux e romanzi cavallereschi ci si sbizzarrisca con una varietà di amplessi (tipo «à pisse chien», ci asteniamo dalla traduzione) degna del Kamasutra.

La continenza è una virtù. Ma anche una precauzione medica: «L'abuso del coito - spiega Rossiaud citando le fonti - accorcia la vita, secca e debilita il corpo, affievolisce il cervello, danneggia gli occhi e conduce alla stupidità». Però si fa. Anzi, lo fan tutti, preti compresi. E forse pure di più. «Un giorno una donna si lamenta con il vescovo Hugues di Lincoln che suo marito non compie il dovere coniugale. "Vuoi che tuo marito ritrovi il suo ardore? Ne farò un prete", le risponde Hugues: appena un uomo è prete, brucia».

Uno statuto di Belluno del 1428 proclama che «non bisogna presumere vergine alcuna donna di più di vent'anni, a meno che la sua castità non possa essere provata». E Giordano da Pisa, intorno al Trecento, è categorico: «Ragazzi e ragazze di Firenze non arrivano mai vergini al matrimonio».

Matrimonio che si contrae, a differenza di quel che si pensa, piuttosto tardi. A Montaillou, verso il 1320, l'età media dei maschi che si sposano è di 25 anni. Fra gli artigiani di Digione, un secolo dopo, idem; fra i patrizi toscani, di 30. Nel XIV e XV secolo, un marito di vent'anni è una rarità. E allora, se le attese sono lunghe, sedurre una vergine pericoloso e i rapporti gay ancora di più (c'è il rogo), proliferano i bordelli.

Le case chiuse sono apertissime, con l'assenso, o almeno la non condanna, della Chiesa: «Godere pagando è godere senza peccare» è un detto comune. Del resto, nel XV secolo, a Digione, il 20% dei clienti sono ecclesiastici. Però solo nei postriboli privati, non in quelli comunali, in omaggio alla vecchia gloriosa regola: «Nisi caste, tamen caute», se non casto, sii almeno cauto.

Le folgori di Chiesa e Stato si abbattono sulla «sodomia», peccato immondo in cui rientrano anche il sesso orale e la masturbazione. Il giro di vite arriva nel Duecento; per san Tommaso, il sesso fra uomini è grave come il cannibalismo. Tanto che gli europei se lo rinfacciano reciprocamente.

Per i tedeschi, il male arriva dalla Francia, per i francesi dall'Italia o della Spagna, per tutti dall'Islam, anzi è la causa per cui i crociati hanno perso i luoghi santi. Di più, è contagiosa. Ma, scrive Rossiaud, tutte le testimonianze dimostrano che già allora c'era una bella differenza «fra quello che i moralisti impongono di fare e quello che la gente fa». Per fortuna.

 

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