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LA CANNES DEI GIUSTI – LE AVVENTURE DI JOSEF MENGELE, L’ANGELO DELLA MORTE DI AUSCHWITZ, SCAPPATO IN SUDAMERICA FINO ALLA MORTE A SAN PAOLO NEL 1979, FUNZIONANO SEMPRE. ANCHE QUESTO INTERESSANTE E DOCUMENTATO “LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE”, SCRITTO E DIRETTO DA KIRILL SEREBRENNIKOV – IL REGISTA, CON UN GRANDE BIANCO E NERO DA CINEMA ANNI ’60, COSTRUISCE UNA SERIE DI SITUAZIONI COMPLETAMENTE DIVERSE E SFALSATE DI ANNO IN ANNO DI MENGELE IN FUGA – E’ UNA SORTA DI REGOLAMENTO DI CONTI CHE LA STORIA HA FATTO VALERE SU UN PERSONAGGIO CHE, ANCHE IN QUESTO FILM, NON HA MAI DIMOSTRATO PIETÀ PER LE SUE VITTIME…

Marco Giusti per Dagospia

 

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“Ormai ti avranno dimenticato”, gli dice un vecchio camerata. ”No, gli ebrei non dimenticano mai”, risponde Mengele. Devo dire che le avventure di Josef Mengele, l’Angelo della Morte di Auschwitz, scappato in Sudamerica e vissuto tra l’Argentina di Peron, il Paraguay e il Brasile, fino alla morte a San Paolo nel 1979, funzionano sempre.

 

Ricordiamo già due film che ci presero, “I ragazzi del Brasile” di Franklyn J. Schaffner con Gregory Peck come Mengele e Laurence Olivier come il cacciatore di nazisti Ezra Lieberman, e “My Father” di Egidio Eronico con addirittura Charlton Heston come Mengele e Thomas Kretschmann come suo figlio che lo va a trovare in Brasile.

 

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Stessa storia. Perché anche in questo interessante, ben tenuto, documentato “Das Verschwinden des Josef Mengele”/”La scomparsa di Josef Mengele” scritto e diretto da Kirill Serebrennikov, il regista dei forse più ambiziosi “La moglie di Tchaikovsky" e “Limonov”, tratto dal romanzo di Oliver Guez, autore anche di “Lo stato contro Fritz Bauer”, si parte dal figlio di Mengele, interpretato da Henry Alexander, che va a trovare il vecchio padre, August Diehl, nei sobborghi di San Paolo dove vive come un disgraziato, aspettando il Mossad o la morte.

 

 

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Come non lo abbiano trovato con tutti gli urli in tedesco da fanatico nazista che fa nel film è un mistero. Vero è, come dimostra il personaggio di Udo Kier in “O agente secreto”, che i sudamericani adoravano vedere arrivare nel loro paese vecchi nazisti che avevano fatto la guerra.

 

E andrebbe rivisto il folle “Hitler III° mundo”, del mitico Zé Agripino de Paula, per capire il rapporto tra il Brasile e i nazisti nascosti nel paese.

 

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Serebrennikov, con un grande bianco e nero da cinema anni ’60 di Vladislav Opelyants, costruisce una serie di situazioni completamente diverse e sfalsate di anno in anno di Mengele in fuga. Si inizia, e mi piace molto, con lo scheletro di Mengele conservato in un museo di San Paolo che un professore mostra ai suoi allievi, soprattutto a due gemelli neri.

 

E’ una sorta di regolamento di conti che la storia ha fatto valere su un personaggio che, anche in questo film, non ha mai dimostrato pietà per le sue vittime né orrore per quello che ha fatto. Tutti Mengele del cinema rispettano questa spavalderia da superiorità tedesca e nazista rispetto a ebrei, neri e resto del mondo. Il film procede poi seguendo varie situazioni.

 

La fuga dall’Argentina nel 1956, l’incontro col padre in Germania, l’arrivo in Paraguay, l’arrivo a Rio de Janeiro, l’arrivo a San Paolo, l’incontro con figlio nel 1977, il matrimonio nel 1978. Tutto da ricostruire per lo spettatore attento. Ma Serebrennikov possiede una macchina cinema di grande energia che controlla benissimo e riusciamo a seguir bene tutto, anche se si salta di decenni e è tutto da ricostruire.

 

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Tra una storia e l’altra, più che una storia, ci sono una serie di donne diverse, che Mengele tratta malissimo e che prima o poi lo abbandonano, e una serie di dialoghi su cosa ha realmente fatto a Auschwitz. Devo dire che è molto bello il momento che sbrocca, prima di partire per San Paolo, urlando che a Auschwitz c’erano venti medici che avevano fatto tutti cose orribili, ma solo di lui si è parlato.

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Il rapporto con chi l’ha fatta franca nel dopoguerra è continuo e ossessivo, ma più che giustificato. Se ricordate l’intervista a Priebke in Argentina che lo fece scoprire diciamo che la situazione e il ragionamento del criminale è lo stesso. Nessuna pietà, nessun pentimento. August Diehl, che ricordiamo in "Bastardi senza gloria”, è bravissimo. Ti mette paura. Presentato a Cannes Premiere.

 

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