“E’ PIÙ IDEOLOGICO SOGNARE L'AMORE ETERNO O PRETENDERE CHE NESSUNO LO SOGNI?” - STEFANO CAPPELLINI DIFENDE SAL DA VINCI E SMONTA GLI ASTRATTI FURORI DELLE ERINNI FEMMINISTE CHE HANNO FATTO PASSARE IL CANTANTE PER "IL TONI NEGRI DELL’AMORE TOSSICO” E HANNO CONTESTATO IL TESTO DEL BRANO PARLANDO DI “PATRIARCATO MEDIEVALE” E DI “MODELLO CULTURALE SBAGLIATO CHE LEGITTIMA ”I RAPPORTI VIOLENTI” – “NON SARÀ CHE OGNUNO È LIBERO DI SCEGLIERSI LIBERAMENTE IL SUO FRAMMENTO AMOROSO? VOLETE RIDERE DI LUI PERCHÉ S’AGGRAPPA ALLA FEDE ALL’ANULARE? FATELO, SE VI STARE BENE, CHISSÀ QUANTE VOLTE RIDERÀ LUI DI VOI…”
Stefano Cappellini per repubblica.it - Estratti
Questo è il numero di venerdì 6 marzo 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Ieri sera, mentre tornavo a casa dal lavoro all’ora del Perozzi, ho incrociato un circa quarantenne che portava il cane a fare i bisogni. Aveva le cuffie e canticchiava con trasporto le prime strofe della canzone di Sal Da Vinci, “io che per te ero solo un uomo sconosciuto/poi diventato un re dal cuore innamorato”. Non eravamo a Forcella. Sal piace, e molto, anche sopra il Garigliano.
Raccontano sotto il Garigliano che, per capire fino in fondo il senso dell’urlo belluino di Sal vincitore sul palco di Sanremo, bisogna conoscere la maledizione della famiglia Da Vinci. Il padre Mario, longevo interprete della sceneggiata, oscurato per tutta la vita dalla stella di Mario Merola. Il figlio Sal, cantante neomelodico, condannato a vivere nell’era di Gigi D’Alessio regnante.
Pareva un incantesimo malefico. Si è rotto. “Quando Carlo Conti ha annunciato la vittoria, mi è passata tutta la vita davanti”, ha detto Sal, e di solito davanti c’era sempre Gigi. Ma stavolta no. Stavolta il brano più ascoltato su Spotify è un Da Vinci. Stavolta anche nel nome di Sal c’è il destino agognato. Senti come appoggia bene: Sàl-da-vin-ci.
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Ma Sal dovrebbe ringraziare Cazzullo per ragioni più importanti della conquista di un posto in prima fila nel dibattito pubblico. La querelle sulla musica e su Napoli ha oscurato, come un cartonato di Mario Merola stavolta provvidenziale, quello parallelo su Sal ispiratore del patriarcato, del maschilismo tossico e, perché no, già che ci siamo, pure del femminicidio. In un pezzo del Corriere della sera Elisa Messina ha raccontato il malumore di un pezzo di femminismo.
Ha citato mammadimerda, profilo social di Sarah Malnerich e Francesca Fiore: «Per sempre sì, ma con la serenità di sapere che dal 1970 in Italia esiste il divorzio e che nel 1974 il popolo italiano l’ha pure confermato». Ha citato anche un account specializzato in temi di genere, Lobodif, che scrive: “A Sanremo Sal Da Vinci vince il festival con un brano antico, liso, e insidioso. Parla di un re dal cuore innamorato e di una regina sposa vestita di bianco legati per la vita che sarà per sempre come nelle favole. Che non si può spezzare mai. Mai. È per sempre. E mentre in ogni dove si sente la necessità di una seria educazione sentimentale, in un mondo in cui i femminicidi e la violenza di genere impazzano, da noi vince Per sempre sì”.
Quindi le parole di un’insegnante che su Facebook sostiene: «Lo so che sono solo canzonette, ma penso che questi contenuti che un tempo ci sembravano innocui oggi siano pericolosi perché contribuiscono ad alimentare l’idea che tutti i legami, pure quelli tossici, debbano restare incancellabili, in virtù di un giuramento eterno”.
Altre botte su Sal dalle dem di Padova, “patriarcato medievale, contribuisce a perpetuare l’idea dell’infelicità della donna come dovere nei confronti dell’uomo”, la prorettrice dell’università di Trento, “senza di te non ha senso vivere è una formula che, se resa familiare, può abbassare la soglia di allarme su dinamiche di controllo”. Insomma, a Sal viene rimproverato molto peggio che incarnare un napoletano da cartolina, il problema è che sarebbe un cattivo maestro.
Il Toni Negri dell’amore tossico. Con la differenza che qui non ci sono concittadini a correre in soccorso del cantante per vincolo etnico, qui rischia di rimanere solo, difeso soltanto dai quotidiani e gazzettieri di ultradestra a colpi di editoriali “Sal, passaci la clava”, condizione che meriterebbe di per sé solidarietà.
Da Vinci non pare un innovatore del costume, non costruisce gli amori come Fossati né sa scrivere dello spettacolo d’arte varia di un uomo innamorato (ma non fartene un cruccio, Sal, pure Buonanotte fiorellino costò cara a De Gregori perché gli autonomi avrebbero preferito Champagne molotov). Ci sta che Per sempre sì piaccia ai reazionari, e però e però e un’altra dozzina di però.
Non sarà che ognuno è libero di scegliersi liberamente il suo frammento amoroso? Credere che l’amore vero sia solo quello indissolubile pare utopistico più che passatista, tuttavia non è un comandamento.
Nello spettro che va dal poliamore non binario al matrimonio preconciliare, mi scuso se ho toppato le estreme, la regola liberale dovrebbe essere che nessuno rompe le palle agli altri.
Peraltro il buon Sal, intervistato da una radio a tema lgbtq, ha spiegato che per lui non fa differenza tra amore e amore. Quando si chiede ai tradizionalisti di rinunciare alla pretesa di imporre per legge agli altri i propri modelli culturali e religiosi, non dovrebbe valere anche il contrario? Non è che tutti quelli che si sposano sperando sia per sempre sono per questo fratelli o sorelle d’Italia o potenziali protagonisti della cronaca nera.
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Dice: ma Sal diffonde un messaggio negativo, diffonde la teoria del possesso, infiamma la mente dei maschi labili. Non so se sia giusto prendere sul serio l’accusa, siamo dalle parti di quello che si chiama falso sillogismo: siccome Sal canta l’amore senza fine e siccome quelli che uccidono le donne non accettano la fine delle relazioni, allora Sal può ispirare gli assassini. Quanto al divieto di gelosia, vasto programma, parliamone.
È più irrealistico l’inno all’amore eterno e consacrato da Dio o l’idea che la gelosia non debba far parte di un rapporto d’amore? Non sarà un filo più ideologico il bando di un sentimento naturale che ha ispirato due millenni di letteratura, teatro, musica, cinema piuttosto che il vecchio Sal che si vuole sposato dalla leva alla tomba?
Volete ridere di lui perché s’aggrappa alla fede all’anulare? Fatelo, se vi stare bene, chissà quante volte riderà lui di voi.
Nessuno contesta l’importanza dei modelli culturali sui comportamenti devianti e criminali, il tema è serissimo, a patto di non caricarlo su una canzone d'amore senza infamia e senza lode, a patto di non pretendere che ai modelli arcaici debba sostituirsi un galateo dogmatico dove l’amore, uno dei sentimenti più contorti e irrazionali della sfera umana, si pretende depurato di ogni scoria di vita vera. Non essere geloso. Non soffrire. Non pensare neanche per un attimo sia per sempre. Non incastrarti in nessuna dinamica di potere dentro la coppia.
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Una catechesi difficile da considerare realistica persino se impartita a un robot guidato dall’intelligenza artificiale. L’Ovidio di “né con te né senza di te”, variazione della vita che non ha senso senza l’amato/a, è un poeta da bruciare? Dante era uno stalker di Beatrice? Adele H di Truffaut, che si consuma nella dipendenza da un amore impossibile, era una lepeniana ante litteram?
Non vorrei che questo accanimento su Da Vinci, quello sul messaggio della canzone, non quello su Napoli, abbia finito per rappresentare perfettamente la morsa in cui è stretto il nostro dibattito pubblico di qualunque cosa si parli: fanatici contro fanatici. E in mezzo il povero Sal che voleva solo liberarsi del fantasma di Gigi.
In un altro film di Truffaut, La signora della porta accanto, mentre i vecchi amanti Depardieu e Ardant si incontrano di nuovo e si trascinano giù, c’è un personaggio narratore, una donna claudicante perché in passato si è buttata da una finestra per via di un amore infelice, e non era colpa di quella mezza fascia di Édith Piaf, che a un certo punto dice: “Le canzoni d’amore, più sono sceme e più sono vere”. Truffaut era un napoletano di Parigi, che sta sopra il Garigliano.
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sal da vinci in troppo forte 2
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