BANDO AL CIANCIO - LA PROCURA DI CATANIA CHIUDE L’INDAGINE PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA SULL’EDITORE DE “LA SICILIA”: “TROVATI 52 MILIONI IN SVIZZERA”

1. I QUOTIDIANI NASCONDONO LA NOTIZIA SULL’INDAGINE A CARICO DEL GIORNALISTA-EDITORE CIANCIO

Riceviamo e pubblichiamo:

 

Gentile Dagostino,

 

MARIO ciancioMARIO ciancio

i quotidiani di oggi hanno quasi nascosto la notizia della fine delle indagini sul giornalista editore Mario Ciancio per concorso esterno in associazione mafiosa e trasferimento di capitali all'estero. Negli stessi anni – secondo l'accusa - in cui il Ciancio era da un lato presidente della Fieg (la Federazione di tutti gli editori), della maggiore agenzia giornalistica italiana (Ansa), socio della società editrice del quotidiano la Repubblica, nonché tuttora stampatore dell'edizione siciliana dello stesso quotidiano e della Stampa, direttore ed editore del maggiore quotidiano della Sicilia era al contempo socio in affari delle cosche mafiose catanesi.

 

Ovviamente saranno i Tribunali a stabilire se le accuse dei magistrati inquirenti e gli accertamenti degli organi di Polizia e della Guardia di Finanza sono veri, ma intanto non spetterebbe all'Ordine dei giornalisti avviare una procedura disciplinare nei confronti del Ciancio? Recita l'art. Art. 48 (Procedimento disciplinare) della legge costitutiva dell'Ordine: Gli iscritti nell’Albo che si rendano colpevoli di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionale, o di fatti che compromettano la propria reputazione o la dignità dell’Ordine, sono sottoposti a procedimento disciplinare. Il procedimento disciplinare è iniziato d’ufficio dal Consiglio regionale o interregionale, o anche su richiesta del procuratore generale competente ai sensi dell’art. 44.

 

L'ordine dei giornalisti serve solo a tutelare la casta?

Grazie, Giovanni Grasso, Catania

 

 

MARIO ciancioMARIO ciancio

2. I PM CATANESI CHIUDONO LE INDAGINI SU MARIO CIANCIO SANFILIPPO

Giuseppe Pipitone per http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/17/mafia-chiuse-indagini-per-editore-ciancio-trovati-52-milioni-in-svizzera/1434075/#disqus_thread

 

Cinquantadue milioni di euro depositati in Svizzera e non dichiarati in occasione dei precedenti scudi fiscali. A tanto ammonta il tesoretto di Mario Ciancio Sanfilippo, il potentissimo editore catanese de La Sicilia, già ai vertici di Fieg ed Ansa, indagato dalla procura di Catania per concorso esterno in associazione mafiosa.

 

La rivelazione sul patrimonio custodito in Svizzera è contenuta negli atti dell’inchiesta su Ciancio: il 14 gennaio scorso la procura guidata da Giovanni Salvi ha emesso l’avviso di conclusione delle indagini, che è stato poi notificato all’indagato il 20 gennaio. All’editore sono stati concessi 30 giorni per depositare la proprio memoria difensiva. L’avviso di conclusione delle indagini è il primo step prima di una possibile richiesta di rinvio a giudizio: sarebbe la prima, dopo che la procura di Catania ha chiesto per ben quattro volte l’archiviazione dell’editore, l’ultima nel settembre del 2012, respinta dal gip Luigi Barone.

 

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“Sono molto sorpreso: è del tutto evidente la stranezza di un mutamento di opinione da parte della Procura”, è la dichiarazione di Carmelo Peluso, uno dei legali di Ciancio. Negli ultimi due anni d’indagine, i pm catanesi hanno accumulato nuove prove e testimonianze sul conto dell’editore più potente del Mezzogiorno. Agli atti degli inquirenti ci sono anche le motivazioni della sentenza di primo grado, che condanna l’ex governatore Raffaele Lombardo a sei anni e otto mesi per concorso esterno a Cosa Nostra. Nelle 325 pagine con cui il gup Marina Rizza motiva la condanna dell’ex presidente, Ciancio viene citato diverse volte.

 

raffaele lombardo gov sicilia lapraffaele lombardo gov sicilia lap

Secondo il giudice, l’editore avrebbe intrattenuto attività imprenditoriali con un esponente di Cosa Nostra palermitana. “Il modus operandi e la presenza di elementi vicini alla mafia palermitana fanno ritenere con un elevato coefficiente di probabilità che lo stesso Ciancio fosse soggetto assai vicino al detto sodalizio” scrive il gup. “Attraverso i contatti con Cosa nostra di Palermo”, quindi, l’editore “avrebbe apportato un contributo concreto, effettivo e duraturo alla famiglia catanese”. Il riferimento è alle varianti urbanistiche che avrebbero fatto schizzare alle stelle il valore di alcuni terreni di proprietà dell’editore. Agli atti dell’inchiesta dei pm etnei, però, c’è dell’altro.

 

“La contestazione – scrive oggi la procura di Catania in una nota- si fonda sulla ricostruzione di una serie di vicende che iniziano negli anni ’70 e si protraggono nel tempo fino ad anni recenti; si tratta in particolare della partecipazione ad iniziative imprenditoriali nelle quali risultano coinvolti forti interessi riconducibili all’organizzazione Cosa Nostra, catanese e palermitana. Negli atti sono confluiti anche i documenti provenienti dagli accertamenti condotti in collegamento con le Autorità svizzere e che hanno consentito, attraverso un complesso di atti di indagine, di acquisire la certezza dell’esistenza di diversi conti bancari”.

 

caveau banca svizzera
caveau banca svizzera

Gli inquirenti catanesi, in pratica, avrebbero seguito la traccia dei soldi per ricostruire i contatti d’affari tra Ciancio e gli imprenditori in odor di mafia. Una traccia che conduce direttamente ai caveaux elvetici.

 

“In quelli per i quali sono state sin qui ottenute le necessarie informazioni – spiegano i pm – sono risultate depositate ingenti somme di denaro, 52.695.031 euro che non erano state dichiarate in occasione di precedenti scudi fiscali”. Davanti ai pm, Ciancio ha provato a giustificare l’origine di quelle somme, ma la sua auto difesa non ha convinto gli inquirenti, che anzi specificano come “la successiva indicazione da parte dell’indagato della provenienza delle somme, non documentata, abbia trovato smentita negli accertamenti condotti”. In pratica il principale editore del Sud Italia non è riuscito a giustificare la provenienza del tesoretto inviato Oltralpe.

Rosi Bindi Rosi Bindi

 

Proprio per il prossimo 25 febbraio è prevista la deposizione di Ciancio davanti la Commissione Parlamentare Antimafia: dopo l’avviso di conclusione delle indagini, però, l’editore de La Sicilia potrà avvalersi della facoltà di non rispondere. Pochi giorni fa a Palazzo San Macuto è stato ascoltato il direttore del Giornale di Sicilia Giovanni Pepi: deposizioni arrivate poco prima che il vice presidente dell’Antimafia Claudio Fava completi il suo dossier su mafia e informazione. Un lavoro cominciato nei mesi scorsi e che promette di ricostruire i rapporti tra editori e associazioni criminali: sullo sfondo le decine di minacce che colpiscono i giornalisti italiani.

 

 

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