VOLEMOSE BENE, ADESSO CI CONVIENE - DOPO IL CROLLO DEL TITOLO MEDIASET E IL RISARCIMENTO A DEBENEDETTI, IL BANANA ‘NORMALIZZA’ LE SUE TV, CUI IMPONE UN TAGLIO MENO BATTAGLIERO PER RECUPERARE FETTE DI TELESPETTATORI ‘NEMICI’ - VIA ALLE OSPITATE PER DI PIETRO E ROSY BINDI, PER I GIORNALISTI DEL “FATTO”, IL DIRETTORE DI “UNITÀ” E QUELLO DI “AVVENIRE” - CON UN CLIMA DA “GRANDE COALIZIONE” SULLE TV E IL SOSTEGNO A MONTI, IL BANANA SI DÀ UNA RIPULITA ISTITUZIONALE PER PUNTARE AL QUIRINALE…

Marco Alfieri per "la Stampa"

Stiamo recuperando la logica della polifonia nell'informazione, il mantra di Fedele Confalonieri», sibila un manager di Cologno Monzese. «Negli ultimi anni, dall'uscita di Enrico Mentana, quel tratto in Mediaset si era un po' perso...».

La partenza del canale all news TgCom24 diretto da Mario Giordano, anticipato in autunno per la nascita del governo Monti, è il simbolo del lento scongelamento nella corazzata mediatica di Silvio Berlusconi: tv e carta, Mediaset, Mondadori e il Giornale spesso usati per tirare la volata alla carriera politica dell'ex premier. Da qualche tempo sull'agile rullo quotidiano di Giordano non è casuale trovare tra gli ospiti i «nemici» Rosi Bindi o Antonio Di Pietro. Non sono casi isolati.

Chi dopo colazione si sintonizza su Mattino 5, il talk della rete ammiraglia Mediaset condotta da Paolo Del Debbio, si troverà spesso in video quei «comunisti» dei giornalisti del Fatto, il direttore dell'Unità o quello di Avvenire, mai tenero con il governo del Cavaliere. «Come dicevano i preti, se suoni sempre la stessa campana alla fine si rompe...», usa la metafora Del Debbio. «La nostra fascia è strategica per la pubblicità, ci sono molte responsabili di acquisto. Dobbiamo fare ascolti, altrimenti...».

Certo la metamorfosi della galassia mediatica di Silvio B., dopo l'uscita da Palazzo Chigi e il crollo in Borsa del titolo Mediaset (a 1,8 euro) di quei tragici giorni di novembre con l'Italia sotto attacco, è un percorso a scatti. «Le scorie del passato sono tutti i giorni sul campo», ragionano in azienda. «Ma il target dell'informazione non potrà più essere solo politico, il mercato evolve e Berlusconi, abituato a ragionare con la razionalità del portafoglio, lo sta capendo...».

Lo stesso ad di Mediaset e numero uno di Publitalia, Giuliano Adreani, in una intervista al Sole 24Ore ha parlato della necessità di conquistare il mercato web. Il senso è che «il gruppo dovrà sempre più diversificare su altri mercati dove la rendita politica si azzera e la credibilità è da conquistare», traducono da Cologno.

Qualche giorno prima, sul Giornale di famiglia, Vittorio Feltri aveva aperto al governissimo. Addio alle armi? In scia ad un Berlusconi che, tra il sornione e il malizioso, sembra diventato il primo fan del professore bocconiano. Sempre che non si tocchino i tabù giustizia e tv. In quel caso, come ieri, torna il Caimano.

In Mondadori sta succedendo lo stesso. La linea del vertice è un ritorno al dna pluralista dopo gli anni del bipolarismo di guerra. Prime discontinuità: Alfonso Signorini non sarà più direttore responsabile di Tv Sorrisi e Canzoni (lo resta di Chi) ma solo direttore editoriale. A Segrate c'è chi parla di un suo ridimensionamento dopo il sexygate e la stagione dei patinati al servizio della Real Casa di Arcore.

Inoltre le tre testate principe Tv Sorrisi, Chi e Panorama, in forte calo di copie, subiranno un restyling grafico e di contenuti entro l'estate. Al settimanale diretto da Giorgio Mulè da un mesetto è arrivato da IL (il maschile del Gruppo 24 Ore) il nuovo vicedirettore, Walter Mariotti, tutt'altro che un berlusconiano. «Sull'agenda dei nostri manager tornano centrali i numeri», raccontano da Segrate. «Per vendere bisogna essere autorevoli e plurali». Segnali deboli, tra carta e tv, che spingono qualcuno a riandare con nostalgia alla stagione dei Santoro, Costanzo, Mentana, le prime Iene e la Gialappa's.

Lo scongelamento è in fondo il pendant mediatico del ritorno in pista del Cavaliere in vista del toto Quirinale o di una posizione comunque da kingmaker. Ma per farlo serve il volto dialogante e inclusivo delle sue tv e riviste, consoni alla stagione dei tecnici in politica.

Ma soprattutto è una via obbligata dopo la fine della polizza Berlusconi a Palazzo Chigi, che ha permesso di congelare i nodi industriali del gruppo: i pochi campioni di ascolto (Zelig, Striscia la notizia, De Filippi e Scotti), format usurati (Grande Fratello), la formula Premium che non decolla, le difficoltà di Endemol e lo spostamento del trend pubblicitario sulla pay tv profilata, in una stagione in cui il governo ha sospeso il «beauty contest» sulle frequenze tv e il risarcimento milionario versato da Fininvest all'arcinemico Carlo De Benedetti pesa sulle casse del gruppo. Costringendo Mediaset a tagliare entro l'anno 250 milioni di costi.

«L'informazione nel dopo Berlusconi deve riposizionarsi, venendo meno la polarizzazione. Saranno più centrali i fatti sociali, economici e culturali che interessano la vita di tutti i giorni, piuttosto che la politica politicante», conferma Lorenzo Sassoli De Bianchi, presidente dell'Upa, l'associazione degli inserzionisti pubblicitari. Un'altra volta vuol dire allargare i consensi tornando alla polifonia informativa tanto cara al «pianista» Confalonieri.

Centrale nei momenti delicati dell'azienda, in cui la capacità di mediazione politico-istituzionale fa premio sul protagonismo dei figli grandi del Cavaliere, Pier Silvio in Mediaset e Marina in Mondadori. L'altra sera Confalonieri intervistato da Ballarò non a caso ha elogiato il governo: «è utile, finora ha fatto bene. Monti? Lo metterei a fare il presidente di Mediaset...».

Ieri poi si è fatto vedere in Commissione Bilancio dove ha paventato il rischio occupazionale se ricavi e pubblicità non ripartissero. Prima di chiudersi a colloquio con il premier. La crisi si fa sentire (in un anno il titolo Mediaset è passato da 4,6 a 2,2 euro), c'è bisogno di sponde. La polifonia è un fatto di sopravvivenza...

 

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