LA STRATEGIA DELLO SCROCCONE - SONO UNA PIAGA DELL’UMANITA’, INSIEME AI TACCAGNI E AGLI ATTACCABOTTONI E LA LETTERATURA OFFRE UN CAMPIONARIO FORNITISSIMO - DA DOSTOEVSKIJ A STENDHAL, PASSANDO AI “PARASSITI PARACULI” DEI NOSTRI GIORNI: VEDI IL SILENZIOSO ESERCITO DI GIORNALISTI FREE LANCE CHE SI ACCREDITA OVUNQUE E OVUNQUE ASSALTA I BUFFET...

Guido Vitiello per "la Lettera - Corriere della Sera"

Charles Fourier compose un elenco analitico dei cornuti, distinguendone un'ottantina di tipi, e altrettanto si potrebbe fare con gli scrocconi, tale è la varietà dei caratteri, dei moventi e degli espedienti di chi mangia a sbafo. Ma a conti fatti, per il padrone di casa depredato la distinzione che importa è una sola: ci sono scrocconi simpatici e scrocconi antipatici. Distinzione che ne sottende spesso un'altra, meno lampante, tra lo scroccone consapevole e quello che s'indignerebbe a esser definito tale.

Scroccone inconsapevole, dunque? Sarebbe più corretto definirlo mitomane: a nascondergli la sua natura è infatti la misura della sua presunzione. Chi si sa destinato a grandi imprese non ha forse diritto a vivere a spese del gregge?

Nel romanzo Il Rosso e il Nero di Stendhal la fulminea ascesa sociale di Julien Sorel, figlio di falegname con ambizioni napoleoniche, si spezza quando una lettera della prima amante getta sulla sua parabola una luce sospetta: «Sono costretta a pensare che uno dei suoi mezzi per farsi valere in una casa sia sedurre la donna che vi è più stimata. Mascherato da un apparente disinteresse e da frasi da romanzo, il suo grande e unico obiettivo è riuscire a disporre del padrone di casa e della sua fortuna». Quanto a scrocconi di questa sorta, però, nessuno supera in antipatia Fomà Fomìc.

FËDOR DOSTOEVSKIJ, IL VILLAGGIO DI STEPÀNCIKOVO E I SUOI ABITANTI
«Fomà Fomìc, chi era costui?» La domanda compare nel Candido di Sciascia, dove i membri del Pci siciliano sospettano che si tratti di un funzionario sovietico. Ma Fomà è il memorabile «eroe abietto» di un romanzo di Dostoevskij del 1859. È un intellettuale di poco talento ma di smisurato e sanguinante amor proprio, che un perenne senso d'offesa rende tirannico e intimamente servile.

Ed è anche un parassita, figura che Turgenev, pochi anni prima, aveva consacrato in Pane altrui. Servendosi di una perversa abilità oratoria che gli consente di tessere una tela di ricatti morali, Fomà riesce a soggiogare un'anziana «generalessa» e il figlio di costei, il colonnello in congedo Jegòr Iljìc.

S'impianta in casa loro come pensionante a vita, e qui spadroneggia: «Io non voglio che qualche lattonzolo possa prendermi per il vostro mangiaufo! (...) È per voi un piacere umiliarmi davanti agli sconosciuti, mentre io sono vostro uguale, sentite? Uguale sotto tutti i rapporti. Forse, anzi, sono io che vi faccio ancora un favore vivendo presso di voi, e non voi a me».

Tutto ciò che Fomà scrocca non è che un saldo irrisorio del credito morale illimitato che pretende di godere presso gli altri. A quanto pare, sono i suoi benefattori a scroccare la sua preziosa compagnia: e il bello è che questi se ne convincono, e scambiano il suo risentimento per virtù!

ACHILLE CAMPANILE, CELESTINO E LA FAMIGLIA GENTILISSIMI
Se Fomà è l'ospite che tutti vorremmo cacciar via a pedate, il Celestino Rompiscatole del libro di Campanile, che risale al 1942, è il più adorabile tra i parassiti: lo stesso conte Gentilissimi, presso cui Celestino scrocca tutto lo scroccabile, ogni tanto lo invita di sua iniziativa, salvo poi maledirsi. Il duello tra il conte esasperato e il suo ospite inamovibile ricorda, più di ogni esempio letterario, quello tra Wile Coyote e l'inafferrabile Bip-Bip dei cartoni animati.

Lo schema è sempre lo stesso: il conte, che ha troppo care le buone maniere per mettere alla porta Celestino, s'inventa vie sempre più cervellotiche per costringerlo ad andarsene salvando le apparenze della cortesia. Ma qualcosa va sempre storto, e per effetto della macchinazione la permanenza di Celestino si prolunga.

Da una lettera di Gentilissimi all'amico Sinceroni: «Figurati che questo signore, non contento di fare la villeggiatura gratis, protesta per la cucina, ordina piatti speciali, l'altro giorno s'è fatto preparare una colazione per una gita con amici, ieri s'è fatto pagare venti lire di carrozza dal mio servitore. Come se non bastasse, tu sai che mio unico divertimento sono le parole incrociate. Sono abbonato apposta ai settimanali illustrati, che qui non si trovano. Orbene, il maledetto riesce ad acciuffarli sempre prima di me e io poi trovo tutte le parole incrociate risolte da lui a penna».

JULES RENARD, LO SCROCCONE
Celestino è uno scroccone candido, a suo modo. C'è chi invece fa del parassitismo una carriera, cercando di spremere tutto quel che può dagli esseri presso cui si annida. Tale è il protagonista di un romanzo di Jules Renard del 1892, Lo scroccone.

Il giovane Henri, ospite fisso della famiglia Vernet, è anzitutto uno scroccone letterario: belle parole in cambio di pasti abbondanti. Ma non si ferma ai pasti: «Che cosa sono venuto a fare qui? Pranzo bene e spesso. Recito versi a sazietà di tutti. Ma la mia educazione letteraria e le esigenze del mondo non vogliono forse che io sia l'amante della signora Vernet? Tutti gli amici di una donna sono suoi amanti, non c'è chi non lo sappia. Io mi sforzo temerariamente di farlo capire a Vernet. "Fra un uomo e una donna l'amicizia può essere solo la passerella che conduce all'amore!".

Vernet, inquieto, non risponde nulla». Henri non è un gretto calcolatore, ha la temerarietà di uno scroccone «d'azzardo»: dopo aver sedotto Madame Vernet, vuol mettere le mani anche sulla giovanissima nipote. E il gioco galante si fa pericoloso.

ISRAEL ZANGWILL, IL RE DEGLI SCHNORRER
C'è chi si dà allo scrocco con spirito di parvenu, per tentare una scalata sociale. Ma nel ghetto di Londra di fine Settecento, dove si svolge il romanzo umoristico di Israel Zangwill, pubblicato nel 1894, c'era ben poco da scalare: «I ricchi erano molto ricchi, e i poveri molto poveri, e così ciascuno conosceva la propria posizione». I signori potevano, semmai, gettare un obolo agli schnorrer, i mendicanti che vivevano di espedienti. Ma in un mondo in cui non puoi diventare signore, nulla ti impedisce di tentare di vivere come un signore.

A sbafo, ovviamente. Manasse Bueno Barzillai Azevedo da Costa è il re degli schnorrer: dello scroccare ai ricchi della comunità ha fatto un'arte, i cui strumenti sono la dialettica avvocatesca e il ricorso strategico a passi del Talmud. Messi alle strette, i ricchi pagano. È un impiego sicuro: «Mendicare è l'unica occupazione che duri tutto l'anno», teorizza Manasse.

«Ogni altra cosa può fallire; le più note imprese commerciali possono crollare; come sta scritto: Egli umilia i superbi. Ma lo schnorrer è sempre al sicuro. Anche se molti vanno in rovina ne rimangono sempre abbastanza che hanno cura di lui. Se foste padre, Yankelè, comprendereste i miei sentimenti. Come può un uomo permettere che l'avvenire di sua figlia si basi su fondamenta così poco solide come quelle del lavoro?».

COLSON WHITEHEAD, JOHN HENRY FESTIVAL
Scrocconi poetici, ispirati, misticheggianti: non è più tempo per loro. La nostra epoca richiede organizzazione. I junketeers o «sbafisti» di Colson Whitehead, in questo romanzo del 2001, sono giornalisti free-lance che vivono di buffet e rimborsi spese, aggirandosi come parassiti tra presentazioni, festival ed eventi culturali.

Fanno parte di una leggendaria Lista di accreditati dalle agenzie stampa, quasi una massoneria scroccona, che annovera mostri mitologici: «Se c'è una persona che merita davvero di stare sulla Lista, è il Piccoletto, una creatura che si è evoluta nella più perfetta macchina da sbafo, e non c'è bicchiere che al suo passaggio non venga svuotato fino all'ultima goccia, non un tovagliolo che resti intonso da macchie di unto da pollo allo spiedo. Nei saloni da pranzo, risucchia vivande gratuite come una balena aspira colonie di plancton inerme, spostando con fluidità la sua massa primitiva e perfetta, battendo lentamente le ciglia nell'oscurità degli abissi dei media».

Il Piccoletto pesa in realtà più di cento chili, ma il soprannome è appropriato, ha perfino qualcosa di universale: a pensarci bene scrocconi si nasce, anzi si scroccava nell'utero ancor prima di nascere, ed è solo dopo la Cacciata che tocca guadagnarsi il pane.

 

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