LA DOPPIA ITALIA DI SANSCEMO – PANARARI: ‘’IL FESTIVAL “FAZIONAL-POPOLARE” PROVA A PORTARE “LO SPIRITO DI RAITRE” TRA “IL POPOLO DI RAIUNO” MA PRODUCE CRISI DI RIGETTO NEL PUBBLICO DI TIPO TRADIZIONALE’’ - CHIAMBRETTI: “ALTRO CHE LEGGEREZZA, SI PRENDONO TUTTI TROPPO SUL SERIO” – PER WALTER SITI È “IL VOTO AD INFLUENZARE LO SHOW, NON VICEVERSA” – FRECCERO SPIEGA IL MODELLO NARRATIVO DI FAZIO: “DESTRUTTURARE RAIUNO PER CELEBRARLA”…

1 - SE DAVANTI AL TELESCHERMO SIEDONO DUE PAESI DIVERSI
Massimiliano Panarari per "la Stampa"

Esistono (almeno) due Italie, come una lunga tradizione storiografica ci ha accuratamente spiegato. E la platea dell'Ariston ce lo ha ribadito una volta di più. Il tema della duplice Italia vale in politica e in molti ambiti della cultura di questa nostra nazione; e, naturalmente, nel corso degli ultimi decenni, ha trovato una sua traduzione anche nel piccolo schermo. Facendo una (spericolata, ma non troppo) comparazione con il sistema elettorale, potremmo parlare di un bipolarismo catodico.

Ovvero quello che si incarna nella contrapposizione tra il «popolo di Raiuno» e il «popolo di Raitre», portatori di gusti e preferenze alquanto diverse: il primo più tradizionale, restio ai cambiamenti e benpensante («democristiano», si sarebbe detto nella Repubblica dei partiti), il secondo più sperimentale, innovativo e trasgressivo (e analogo, per certi versi, a quello de La7). Fabio Fazio è una bandiera dello «spirito Raitre», che ha provato a traghettare un po' in questa edizione n. 63 di Sanremo, voluta dalla stessa dirigenza della tv di Stato in discontinuità con il passato e orientata a un «progetto nuovo».

Fazio, insieme a Luciana Littizzetto, ha così tentato di inaugurare un genere nazionalpopolare di tipo nuovo, più dinamico e aperto a iniezioni e inserimenti dell'«altra» cultura tv. Ma l'innesto appare problematico, come hanno mostrato, per fare l'esempio più eclatante, le contestazioni a Maurizio Crozza, altro vessillo di un modo di fare tv evidentemente non nelle corde di un pubblico di tipo tradizionale che da Sanremo vuole esclusivamente musica e varietà. Il Festival della canzone italiana, appuntamento fisso dell'ammiraglia della tv pubblica, a dispetto dei nostri anni postmodernissimi, si conferma dunque come il sancta sanctorum del nazionalpopolare più hard, duro e puro e geloso delle proprie liturgie (altrimenti che «messa cantata» sarebbe?).

E, quindi, al cospetto di quelli che avverte come trapianti , produce crisi di rigetto, attestando il fatto che di fronte al piccolo schermo, nonostante il passare del tempo, si siedono, sempre e comunque, due Italie tra loro alternative.

2 - SI PRENDONO TUTTI TROPPO SUL SERIO
Piero Chiambretti per "la Stampa"

Il Festival di quest'anno? E' la Nazionale della tv italiana: non a caso c'era anche Angelo Ogbonna, che in quella di calcio non gioca ma qui è stato convocato. Il risultato conferma una tesi: bisogna tornare al Nazionale e al Secondo canale: tutti gli altri via. Avere 600 canali frammenta l'ascolto e uccide la tivù.

Con un solo canale che li riunisce tutti (ieri sera c'erano insieme Raiuno, Raitre., La7 e con Ilaria D'Amico anche Sky si fa l'ascolto, che rende felici dirigenti, artisti e pubblicitari. In Italia qualcuno dice che da noi la rivoluzione non si può fare perché ci conosciamo tutti, tranne quei tre che hanno contestato, riconosciuti solo ora dalla polizia.

Maurizio Crozza, il miglior comico italiano, ha sbagliato a non scendere dal palco e cavalcare una situazione ultraghiotta. Comunque, se avesse cominciato con Montezemolo o Bersani la contestazione sarebbe arrivata sui titoli di coda. Io sono qui per Rairadiodue, con Comunque vada sarà Sanremo che segue il Festival dall'esterno: lo guardiamo a volume spento perche l'audio lo facciamo noi.

La nostra è una radio-grafia del festival: mettiamo un po' alla berlina un Festival che, diciamocelo, si prende molto sul serio: altro che leggerezza e contemporaneità. Ma, dato che a quanto pare tutti sono decisi a buttarla comunque in politica, si dovrebbe dedurre che lo share della prima serata è una dichiarazione di voto degli italiani a favore della sinistra, e semmai del centro. Ad ogni buon conto, quando facevo il Festival dicevo a tutti «comunque vada sarà un successo», oggi potrei consigliare a tutti, compresi i candidati alle elezioni, un detto di Napoleone: «Se vinco merito lo champagne, se perdo ne ho bisogno».

3 - È IL VOTO A INFLUENZARE LO SHOW, NON VICEVERSA
Walter Siti per "la Stampa"

«Basta!», «Vai a casa!», «Pirla!»; se lo scandaletto serve a lanciare il Festival, eccolo subito la prima sera: tumulto in sala, provocato ad arte e occasionato dalla performance di Crozza. E' dovuto intervenire Fazio per riportare la calma e consentirgli di finire il lunghissimo monologo che aveva preparato; ma Crozza ha faticato a tornare in palla dopo l'interruzione, per qualche istante si è mostrato smarrito e nel pezzo-cerniera sul carattere degli italiani ha attribuito alla Germania mille e duecento improbabili «anni di unità».

Alla fine la par condicio era salva e Fazio ha potuto giudiziosamente ammonire che «per giudicare bisogna arrivare in fondo». Altro discorso è quello della riuscita artistica: mentre il numero musicale su Berlusconi era elegante e violento, preciso e ustionante come la bella satira dev'essere, le imitazioni di Bersani, Montezemolo e Ingroia sono parse poco più che rifritture di cose che avevamo già visto, con battute spesso riciclate. Si è avuta l'impressione che solo il primo pezzo fosse toccato dalla grazia e che gli altri fossero stati dettati dall'opportunità.

Non c'è dubbio che Berlusconi, tra i politici in servizio attivo, sia quello più adatto a essere trasfigurato artisticamente: un Mackie Messer della Brianza che dice orgoglioso «delle canaglie sono il re» tiene molto meglio il palcoscenico di un Bersani poco convinto Amleto o di un Ingroia fratello stanco di Speedy Gonzales.

La satira feroce ha effetti politici ambigui: può togliere voti ma può anche attirarne sul politico colpito se si innesta una reazione di rigetto. Dunque la paura che il Festival influisca sulle elezioni pare infondata. E' più interessante notare quanto le elezioni influiscano sul Festival: evidentemente lo spessore spettacolare della politica è ormai così consolidato che neppure il più grande evento televisivo musicale dell'anno può farne a meno.

4 - DESTRUTTURARE RAIUNO PER CELEBRARLA
Carlo Freccero per "la Stampa"

Il modello televisivo che Raiuno ha importato per Sanremo non è tanto quello di Raitre, quanto in particolare quello di Fabio Fazio. Che ha pensato al Festival come ad una narrazione completa: quindi la prima puntata non vuol dire ancora niente. Avrebbe più senso esprimersi al termine della rassegna. E comunque questo è un racconto: si parte con la destrutturazione di Raiuno per arrivare alla sua celebrazione.

Io non ho parlato con Fazio, non mi ha detto quali sono le sue idee, ma io, conoscendolo, sono abbastanza sicuro che condurrà il Festival verso l'apogeo di Raiuno, di quella stessa rete ammiraglia dalla quale poteva sembrare lontano, all'inizio dei cinque giorni di manifestazione. E cinque giorni sono tanti. La chiave di volta, il momento di passaggio, sarà la serata di domani, quella dedicata alla storia della rassegna, il "Sanremo Story".

Infatti il momento più significativo del debutto si è rivelato Toto Cutugno con il coro dell'Armata Rossa. Mi immagino i fiori, per esempio: l'altra sera non ce n'erano, arriveranno, trionfali, in palcoscenico. Io anzi suggerirei di sostituire le prime sedie con dei grandi mazzi di fiori. E dunque domani ecco l'omaggio ufficiale alla tradizione e sabato la messa cantata. Il Sanremo finirà in modo molto diverso da come è cominciato.

Sabato non avrà niente a che fare con martedì. Sabato sarà il trionfo della tradizione. È andata molto bene, a Fazio, l'altra sera. E io, che lo vedo dall'esterno, ribadisco quelle che mi sembrano essere le sue intenzioni: destrutturare per ristrutturare. In modo molto attento al politicamente corretto, che è una delle cifre più autenticamente faziane. Questo spirito, ripeto, era già tutto racchiuso nel momento magico di Cutugno. Che non a caso è stato il più seguito. Il pubblico è accorto.

 

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