bettino craxi massimo franco cover

IL FANTASMA DI HAMMAMET- MASSIMO FRANCO IN UN LIBRO RIVISITA LA FINE (E L’EREDITA’) DI BETTINO CRAXI – “BETTINO È L’EMBLEMA DELL’AMBIGUA TRANSIZIONE ITALIANA. LA SUA ERA LA RIBELLIONE DI UNO SCONFITTO: TANTO PIÙ DA QUANDO AVEVA LASCIATO IL PAESE, PER DIFENDERSI NON “NEI” PROCESSI MA “DAI” PROCESSI, RITENUTI INGIUSTI. MA IN UNA PARTE DELL’OPINIONE PUBBLICA SI SONO INCUNEATI ANCHE I PRIMI SEMI DEL DUBBIO SUL MODO IN CUI AVEVA AGITO LA GIUSTIZIA. L’ITALIA POTRÀ LIBERARSI DALLA “SINDROME DI HAMMAMET” SOLTANTO QUANDO SARÀ RIUSCITA A…”

Massimo Franco per il “Corriere della Sera”

 

bettino craxi hammamet

Parlare di Bettino Craxi a venticinque anni dalla morte può dare l’impressione di studiare un reperto di archeologia politica. In realtà, anche dopo un quarto di secolo ci si rende conto che la sua vicenda è una questione aperta e attualissima, perché il conflitto tra magistratura e politica purtroppo incombe tuttora nel dibattito italiano.

 

E quasi per inerzia, i fantasmi e le ombre della Prima Repubblica si proiettano sul presente, facendo rispuntare inevitabilmente il suo, di fantasma: quello di un ex leader socialista e presidente del Consiglio, fuggito ad Hammamet, in Tunisia, nella sua villa sulla «collina degli sciacalli e dei serpenti», dove ha abitato negli ultimi cinque anni e mezzo della sua esistenza, per sfuggire alla magistratura italiana.

 

bettino craxi hammamet 4

Craxi che scappa dall’Italia per difendersi dalla giustizia del proprio Paese: è strano. Di solito sono le persone del cosiddetto Terzo e Quarto Mondo, si tratti di Africa, di Medio Oriente o di altre realtà dominate da regimi autoritari, che vengono in Italia e in Europa per essere protette. In questo caso è il contrario, dando un tocco surreale alla storia.

 

Ma è proprio il paradosso della sua vicenda, con l’epilogo drammatico che l’ha conclusa il 19 gennaio del 2000, con la morte in un ospedale di Tunisi, a 65 anni, a imporre di rileggere l’ultimo quarto di secolo di storia italiana con gli occhi del presente. In questo senso, Hammamet è l’emblema dell’ambigua transizione italiana.

bettino craxi hammamet 2

 

E Craxi «il cattivo», con il suo piede malconcio, piagato dal diabete, con il suo carico di avvisi di garanzia, di condanne, di sfide alla giustizia, ha svolto silenziosamente, prima da vivo e poi da morto, una specie di funzione sociale. I suoi fax, le sue minacce, la sua sete di rivalsa lo hanno innalzato al ruolo di re della vecchia oligarchia che non si rassegnava al potere della magistratura, supplente per una lunga fase di una nomenklatura politica al tramonto dopo la fine della guerra fredda. Ma soprattutto lo hanno inchiodato a lungo nella parte del fuggitivo, indispensabile alla traballante Seconda Repubblica per puntellarsi e additare il passato come «comunque peggiore».

 

Al di là delle responsabilità penali, Craxi è diventato così un simbolo: il figlio del primato sfrontato della politica, che non riconosceva altro vincolo se non quello della democrazia parlamentare e del ruolo dei partiti, costretto a fare i conti con un’Italia in cui invece il potere stava emigrando altrove, verso le procure e i centri finanziari.

 

bettino craxi massimo franco cover

Ufficialmente, l’uomo più influente in Italia negli anni Ottanta è stato archiviato da tutti. Eppure ha continuato a incombere, come un’ombra ineliminabile, perché apparteneva al non detto dell’Italia. Fino a che è stato ad Hammamet ha parlato, attaccato, tentato di tramare, difendendosi rabbiosamente con i suoi fax minacciosi contro i «traditori» annidati perfino nel suo Psi, e subalterni ai magistrati di Mani pulite. La sua era la ribellione di uno sconfitto: tanto più da quando aveva lasciato il Paese, per difendersi non «nei» processi ma «dai» processi, ritenuti ingiusti.

 

In quel momento, si è conclusa non solo la sua parabola personale ma quella del Partito socialista italiano, mai plasmato e identificato con il suo leader come con lui. Craxi aveva fortemente personalizzato il ruolo del segretario.

 

Di fatto era un capo indiscusso e indiscutibile.

 

Nel momento in cui è arrivato ad Hammamet, senza che la magistratura in apparenza potesse fare nulla per costringerlo a tornare in Italia, la sua carriera era finita. Ma in una parte dell’opinione pubblica si sono silenziosamente incuneati anche i primi semi del dubbio sul modo in cui aveva agito la giustizia. Quella storia era troppo incredibile per liquidarla solo come un romanzo di guardie e ladro.

 

pietro nenni bettino craxi

L’aspetto politico, rimasto in ombra grazie alla scelta craxiana di sottrarsi ai processi, mostrandolo comunque colpevole, sarebbe riemerso con le accuse e i processi prima a Giulio Andreotti, poi a Silvio Berlusconi; e in anni recenti nello scontro tra il governo di destra di Giorgia Meloni e la minoranza dei cosiddetti «magistrati comunisti».

 

Il fatto che per Craxi e per la sua cerchia, sia familiare sia politica, non fosse «latitante» ma «in esilio» dà la misura della distanza siderale tra l’autopercezione del suo dramma, e il giudizio diffuso nell’opinione pubblica di allora.

 

bettino stefania craxi

Craxi era la cattiva coscienza della nazione, sospinta e autoconfinatasi al di là del Mediterraneo, ma pronta a riaffiorare davanti a un’Italia che si ostinava a non fare i conti col proprio passato, rifiutandosi di analizzarlo fino in fondo. Oggi che non c’è più, il bilancio politico della sua stagione appare rivalutato dal tempo che passa e dalla mediocrità della nomenklatura affacciatasi al potere dopo quella della Prima Repubblica.

 

Ma soprattutto rimane l’eredità in chiaroscuro di inchieste nate sulle macerie del Muro di Berlino, in molti Paesi europei ma in primo luogo in Italia. E rimane la sensazione acuta di un percorso incompiuto di trasformazione del sistema politico; e di un rapporto tra poteri dello Stato, percorso in modo patologico da tensioni irrisolte: in particolare tra quello politico e quello giudiziario.

 

Incontrai Craxi più volte, dopo che aveva perso il potere: si sentiva braccato dalle procure. Ebbi con lui alcuni colloqui all’Hotel Raphaël, l’albergo romano dietro piazza Navona dove risiedeva, e dove all’ultimo fu bersagliato dalle monetine di una folla scalmanata che manifestava la sua rabbia contro un leader additato come simbolo principale del malaffare politico.

bettino craxi matrimonio con anna

 

Non sapevo che erano i suoi ultimi giorni in Italia, prima di volare di nascosto con un aereo privato in Tunisia. Ho avuto occasione di rivederlo nel periodo della latitanza ad Hammamet: una lunghissima conversazione notturna nella sua villa tunisina. L’ho incontrato di nuovo il giorno successivo, per un viaggio sotto un sole cocente in jeep, scortato da guardie tunisine armate, tra oasi nel deserto e spiagge africane affacciate sul Mediterraneo davanti all’Italia: quelle da cui partono molti barconi di disperati.

 

Si capiva da come parlava che per lui quella coda della sua esistenza, per quanto l’avesse scelta, era soltanto un doloroso, inaccettabile esilio. L’ho visto solo, prigioniero del proprio mito. Ossessionato dalla morte. Circondato, nella villa tunisina che somigliava a un bunker, da soldati che lo proteggevano e intanto lo controllavano, o almeno provavano a farlo. Nelle sue notti insonni appariva furiosamente teso a riscrivere la storia, per provare a far cadere le ali angeliche ai propri nemici nelle procure, a quelli arrivati a Palazzo Chigi dopo di lui, agli odiati comunisti che per primi lo odiavano.

 

bettino craxi

Alla fine, è emerso questo libro, un po’ documento di un’epoca, un po’ frammento di storia patria. Ricostruendo attraverso decine di testimonianze dirette la vita, la disperazione, la voglia di vendetta e i misteri di Craxi nella latitanza, ho cercato di mettere a nudo i legami, le ipocrisie, le trame inconfessate che hanno tenuto unite Prima e Seconda Repubblica; e che ora accompagnano col suo fantasma la Terza: sempre che questa successione numerica non suoni arbitraria.

 

Ho cercato di mostrare il limbo in cui sono state parcheggiate non solo la politica ma l’identità dell’Italia, col dubbio inquietante che dopo la fine della guerra fredda non sia mai riuscita a ritrovare un baricentro. Queste pagine trasmettono il ritratto di un uomo, di un ambiente e di un’epoca, dietro i quali si staglia un Paese che continua a sopravvivere, seppure mimetizzato.

 

Emerge la famelica corte dell’era dei trionfi craxiani, oggi dispersa ma nostalgica, e l’isolamento sociale di un clan che fu potente e arrogante. E non si può fare a meno di azzardare un confronto a distanza con un familismo politico duro a morire anche in questo primo ventennio di Ventunesimo secolo. C’è una famiglia, quella dei Craxi, di fatto trasferitasi con lui ad Hammamet, almeno mentalmente, che si è sentita perseguitata e ha sempre accarezzato una rivincita: se non altro cercando di riabilitare un protagonista relegato per decenni nella prigione della «dannazione della memoria».

 

bettino craxi

Appare e scompare, inghiottito in un labirinto di prestanome, il fantomatico «tesoro di Craxi». Spuntano attentatori misteriosi con nomi famosi. Si materializzano vecchi vassalli e nuovi pretoriani, vescovi e donne, statisti, spie e faccendieri.

 

È un universo filtrato attraverso una Hammamet sempre in bilico tra luogo letterario e realtà. E invece è esistita. Esiste tuttora con il sorprendente pellegrinaggio di figli e figlie di un’Italia «minore» che vanno a visitare la tomba di Craxi nella parte cristiana del piccolo cimitero della cittadina affacciata sul mare. A tratti Hammamet è sembrata vicina, vicinissima. Altre volte si è come perduta nel tempo e nello spazio.

 

Di fatto, col passare degli anni è diventata un luogo geografico e insieme una metafora politica: il luogo in cui si è consumata la parabola di un Craxi potente senza più potere, malandato, autorecluso in un lembo d’Africa. Ma Hammamet ha anche rispecchiato l’esilio mentale, simbolico di un’intera classe politica travolta dalle inchieste giudiziarie, messa nell’angolo, rimossa; e di un’Italia che, dopo averlo votato e ammirato negli anni Ottanta, ha demonizzato e abbandonato Craxi al suo destino, quasi non avesse nulla a che fare con la sua stagione scintillante e corrotta.

 

PAOLO PILLITTERI BETTINO CRAXI

Anche in questo atteggiamento che riflette un senso della storia declinato in modo selettivo e strumentale, passato e presente tendono a intrecciarsi e a confondersi: anche perché molti dei nemici giurati del craxismo di allora, alleati tetragoni dei magistrati percepiti come demolitori della Prima Repubblica, benché il loro ruolo sia stato esagerato, oggi sono gli stessi impegnati a delegittimare le inchieste giudiziarie nei propri confronti.

 

Non è la rivincita del fantasma di Hammamet, ma certamente è un monito a quanti, prigionieri di un manicheismo tipico della fine del secolo scorso, ma tuttora vivo e vegeto, non hanno visto o voluto vedere le incognite che si sarebbero presentate per l’intera classe politica; e l’onda lunga di una demonizzazione che alla fine non avrebbe risparmiato nessuno, seppure in tempi e modi diversi: compresa la stessa magistratura, oggetto di attacchi impensabili ai tempi dell’«Orco Bettino», come veniva bollato dai numerosi detrattori.

bettino craxi achille occhetto

 

L’attualità di questo libro, scritto nel 1995, quando Craxi era ancora vivo, nasce dal rimbalzo del passato sul presente, che mostra un Paese incapace di liberarsi delle proprie contraddizioni. Alcuni dei personaggi sono scomparsi come lui. Alcuni protagonisti delle inchieste giudiziarie di allora sono stati assolti e dimenticati. Alcuni dei magistrati che le condussero si sono ritrovati a volte, inopinatamente, nei panni di imputati. Ma forse anche per questo si tratta di una sorta di amarcord non solo di quello che siamo stati ma che siamo: anche se in certi passaggi il linguaggio è crudo fino all’insulto. E probabilmente qualcuno non si riconoscerà più nella descrizione, nei toni, nell’atmosfera tossica di quegli anni.

Bettino Craxi Raul Gardini Carlo Sama

 

Ma il libro permette di rivedere la storia d’Italia quasi al rallentatore, attraverso la lente d’ingrandimento di un personaggio controverso che offre spunti per riflettere sul «carattere degli italiani» anche di oggi. Ci dice che, paradossalmente, l’Italia potrà liberarsi dal fantasma di Craxi, dalla «sindrome di Hammamet», soltanto quando sarà riuscita a fare i conti con se stessa, senza rimuovere le proprie latitanze interiori.

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