GABANELLI INSEGUITA DAL CANE A SEI ZAMPE: L’ENI LE CHIEDE 25 MLN € DI DANNI

Sergio Rizzo per "Il Corriere della Sera"

«Leggi tu stesso», mi fa Milena Gabanelli. E sfoglia un atto di citazione lungo una Quaresima. Pagina 8: «L'incredibile attacco a Eni, peraltro, non si è arrestato (...) quando è andato in onda il servizio "Ritardi con Eni", ma è proseguito con la dott.ssa Gabanelli ancora protagonista (...) dichiarando in una intervista rilasciata al Corriere della Sera Sette (...) che l'inchiesta più difficile è stata "quella su Eni, perché nessun diretto interessato ha voluto parlare con noi. Per un'azienda dove il maggior azionista è lo Stato, dovrebbe esserci più disponibilità a un confronto critico. Inoltre perché, per una settimana, ho ricevuto quotidianamente lettere minatorie"».

Ho letto. Allora?
«Non capisco dove stia l'incredibile attacco ad Eni. Sottoscrivo ogni parola, che peraltro andrebbe riportata correttamente. Come vedi nell'intervista al Corriere non c'è scritto "lettere minatorie", ma "intimidatorie"».

Lana caprina, direbbero.
«Eh no, se mi permetti "minatorie" significa che contengono minacce, "intimidatorie" che hanno l'obiettivo di intimorire, lasciando intendere che quello che scrivi potrebbe avere conseguenze...».

Una scivolata. Succede, no?
«Una scivolata in una citazione nella quale l'Eni chiede venticinque milioni di danni per una trasmissione televisiva? Una scivolata a causa della quale la sottoscritta dovrebbe meritare un trattamento speciale a parte, visto che quella parola da me non pronunciata è considerata così gravemente lesiva da "costituire autonomo e ulteriore titolo di responsabilità"?».

Ammetto che la cosa possa lasciare basiti.
«Non è l'unica, e visto che io e Paolo Mondani (l'autore del servizio, ndr ) siamo stati accusati di aver danneggiato l'immagine dell'azienda, mi chiedo: è normale che una compagnia indagata insieme al suo amministratore delegato per corruzione relativamente ai 197 milioni di tangenti pagati in Algeria, un'azienda che ha patteggiato nel 2012 con la Sec e il dipartimento della giustizia americana 365 milioni per corruzione, e questo sì lede l'immagine di un'impresa controllata dallo Stato, voglia trascinare in tribunale la tivù pubblica per aver raccontato fatti sui quali nessuno dei vertici ha voluto accettare un confronto?».

Davvero è andata così?
«Ci hanno detto "rispondiamo solo a domande scritte", oppure "Scaroni risponde in diretta". Ma in nessun Paese del mondo i programmi d'inchiesta sono in diretta! Allora cosa devo fare, leggere dei comunicati? Anche se ci tengo a precisare che abbiamo dato conto, dove era possibile, della loro versione».

Ma perché mettere sotto i fari proprio la gestione Scaroni?
«Perché è al terzo mandato, e Scaroni viaggia con la sua storia, nella quale c'è anche un patteggiamento a un anno e 4 mesi per tangenti Enel. Perché dal 2002 è stato ininterrottamente ai vertici delle due più grandi imprese a controllo pubblico. Non è doveroso che la Rai tenga un faro acceso, tanto più in un Paese nel quale le maggiori aziende pubbliche sono coinvolte in grossi guai giudiziari?».

Veniamo ai fatti.
«Nella citazione che ci è arrivata contestano tutto. A partire dal titolo. Contestano che il maggior costo del gas dovuto ai contratti take or pay con la Russia finisca sulle bollette, quando lo stesso Scaroni ha chiesto in un'audizione al Senato che non siano gli azionisti a farsene carico.

La ricostruzione della opacità nei contratti con il Kazakistan. Le critiche alla campagna sconti della scorsa estate. La questione ambientale in Basilicata. Perfino la remunerazione di Scaroni, pubblicata sul sito dell'Eni, e di cui abbiamo spiegato il meccanismo delle stock option pagate per cassa. Ce n'è di spazio in 145 pagine...».

Centoquarantacinque pagine? Li hai fatti arrabbiare di brutto.
«Premesso che come giornalista non invoco nessuna immunità, e se sbaglio voglio essere giustamente punita. Nel caso specifico il giudice valuterà, per quel che ci riguarda risponderemo punto per punto e poi chiederemo a nostra volta i danni poiché riteniamo che sia la classica lite temeraria.

Per quale motivo non ci possiamo chiedere perché paghiamo il gas così caro? O se esistono criticità ambientali? Oppure perché c'è una indagine per tangenti? Devo forse ignorare il rapporto privilegiato che Putin ha con Berlusconi, che questo management è stato nominato da Berlusconi e che per il gas l'Italia dipende dalla Russia? E visto che è una società controllata dallo Stato perché non posso fare qualche domanda sulla retribuzione del suo vertice, che si è quintuplicata?».

Scaroni dice che è pagato meno dei suoi colleghi esteri.
«A parte che non è sempre vero, come nel caso della francese Total, azienda a partecipazione pubblica. E poi, si può contestare una retribuzione così alta, tanto più in un periodo di crisi devastante per il Paese? In Svizzera hanno appena fatto un referendum per cui lo stipendio del manager è deciso dall'assemblea in base ai risultati non costruiti ad hoc per far salire la retribuzione, e comunque in misura non superiore a 12 volte la paga minima aziendale. Qui siamo a multipli centenari».

Non ci troviamo in Svizzera.
«La domanda resta: è possibile essere critici sulla gestione Scaroni senza finire in tribunale?».

Dovresti sapere che non siamo neppure in Gran Bretagna.
«Anche lì hanno le loro rogne, ma il diritto anglosassone prevede che chi porta un giornalista in tribunale senza motivo rischia di pagare un multiplo di quanto chiede; perché intimorisce il giornalista e quindi lede il principio supremo della libertà di informazione».

L'ultimo rapporto di «Reporter senza Frontiere» sulla libertà di stampa colloca invece l'Italia soltanto al 61° posto nel mondo.
«Non considero queste classifiche una Bibbia, ma non c'è dubbio che per noi la questione è da una parte culturale, ovvero il potere non accetta la critica, dall'altra normativa. Anche il nostro codice prevede la sanzione per lite temeraria, ma non viene quasi mai applicata, o al massimo si rischia un piccola multa.

Se invece l'Eni rischiasse di pagare 50 milioni, forse ci penserebbe bene prima di mettere in moto una causa del genere... Senza considerare che nel caso specifico siamo di fronte a un'azienda a controllo pubblico che chiede i danni a un'altra azienda pubblica che è la Rai, e che gli avvocati dell'Eni li pagano gli azionisti e quindi anche i cittadini. Ma poi, se il servizio era così diffamatorio, perché non mi hanno querelata?».

Le querele non sono più di moda. Adesso vanno forte le cause civili. Basta dare uno sguardo ai bilanci delle nostre aziende per comprenderne la ragione.
«Scappano dal penale perché è più rigido e più veloce. Invece in un processo civile puoi chiedere qualunque cifra, e questo tiene il giornalista sulla graticola e costringe l'editore ad accantonare una percentuale nel fondo rischi, in attesa di sentenza, che può arrivare anche dopo 10 anni».

La conclusione?
«Che il giornalista invece di fare il cane da guardia preferisce occuparsi di allergie da polline».

Allergie da polline: non ci avevo mai pensato. Sicura che non si rischia una causa civile da qualche floricoltore?
«Almeno si è sicuri che non è il capo della più grande azienda di Stato».

 

milena gabanelli GABANELLI CON IL GESSOGabanelliGabanellipaolo scaroniMilena GabanelliPAOLO SCARONI E SIGNORA Logo "Eni"

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