ARRIVA A CANNES IL NUOVO FILM IN 3D E GODARD PER L’OCCASIONE SI TOGLIE QUALCHE BAGUETTE DAL MOCASSINO ATTACCANDO LA HOLLYWOOD DEGLI EFFETTI SPECIALI E I GIOVANI DISINTERESSATI ALLA TECNICA

Mario Serenellini per "la Repubblica"

Parlare con Jean-Luc Godard è sostenere in un colpo solo dieci esami universitari, di dieci facoltà differenti: medicina e economia e commercio incluse. Intanto l'evento rarissimo: parla l'autore di À bout de souffle, ultimo dinosauro della Nouvelle Vague, dopo la recente scomparsa dell'altro ultimo gigante, Alain Resnais.

Evento simultaneo è il nuovo film, in concorso al Festival di Cannes il 21 maggio, dal 28 sugli schermi francesi, Adieu au langage: suo 47mo lungometraggio, ne segna il ritorno, per la settima volta, nella selezione principale (con supplemento, in "Un certain regard", del collettivo Les ponts de Sarajevo , di cui firma uno dei 13 corti). È anche la sua nuova incursione, a 83 anni, nei territori del 3D, dopo la prima prova di 3x3D, trittico d'autori dove si distingueva accanto a Greenaway.

Più che mai atteso al varco del festival, con cui il cineasta franco-svizzero, sempre invitato ma mai premiato, ha relazioni accidentate («Con Cannes durerà fino alla morte: ma non un passo in più»), Adieu au langage rimane un oggetto non identificato. Come sempre in Godard, sinossi e trailer confondono anziché spiegare. Il trailer è un puzzle che spiazza: obiettivo fotografico, battello, libri, donna nuda, cane, gentleman inglese. La sinossi è sibillina: «Una donna sposata incontra un single: si amano, litigano, s'accapigliano. Un cane erra tra città e campagna. Le stagioni passano. Un secondo film comincia...».

«Un'idea semplicissima. E il cane è il mio Roxy: circola sempre per casa», chiosa l'imperatore del cinema d'autore al telefono, ben acquattato nell'eremitaggio svizzero di Rolle, borgata nel cantone di Vaud. Dall'antro della casetta che condivide con la compagna Anne-Marie Miéville e che da anni gli fa da set, laboratorio, biblioteca, sala di proiezione e di montaggio, la sua voce grave arriva avvolta da sbuffi dell'immancabile Havana: «È qui, tra sala, bagno e cucina, che ho girato il film, a parte qualche sequenza sui quais di Nyon, lungo il lago Lemano. Le riprese, cominciate tre anni fa, si sono più volte interrotte. Abbiamo lavorato due giorni a settimana, io e due assistenti tuttofare, più qualche giovane interprete. E il cane».

Adieu au langage : titolo bello e misterioso.
«Purtroppo, non c'è molto nel film che aiuti a spiegarlo: è un po' misterioso e credo che lo resterà, anche dopo Cannes. Ma è dall'estate scorsa che il trailer è disponibile su YouTube: quasi nessuno ci ha fatto caso. Adesso che sono in concorso, tutti corrono a guardare e interrogarsi. Hanno persino rispolverato di corsa 3-X3D, facendolo uscire a fine aprile».

Perché il 3D? Non certo per gli effetti speciali.
«Gli effetti speciali sono un'idiozia: ne rifuggo il più possibile. Mi hanno sempre interessato le nuove tecnologie. Quasi 50 anni fa ho cominciato con ricerche video: vi vedevo la possibilità di affrontare il cinema in un altro modo. Lo stesso, adesso, con il 3D. Il video, avrei voluto integrarlo alla pellicola, suo strumento ulteriore: si sarebbero filmati, guardati l'un l'altro. Le mie ricerche d'allora sono state prese per sotto-cinema e io sono stato messo da parte. Per me, ora, il 3D è l'azione d'un secondo obiettivo, cioè d'un occhio supplementare, che può persino essere divergente: come nel caso della doppia cinepresa flip-flop, che permette la visione dissociata d'un camaleonte».

È un suggerimento ai giovani per liberare il 3D dall'ipoteca del kolossal hollywoodiano?
«I nuovi cineasti non s'interessano alla tecnica. Sanno a malapena che cos'è una cinepresa: immaginarsi due... Non riflettono al fatto che un obiettivo "vede". Sto già pensando di dare maggiore volume e ampiezza a Adieu au langage: in una proiezione a trittico. L'idea non mi viene dal 3D, ma dal cinema muto: il Napoléon di Abel Gance».

Cannes la sniderà stavolta dalla sua tana?
«Il direttore Thierry Frémaux dice che ho promesso di esserci: il che, ha aggiunto, non vuol dire nulla. Chissà. Oggi i festival, come le riviste, sono diventati luoghi dove si mima il cinema. La prima volta che ho messo piede a Cannes è stata una festa: si poteva veramente andare al cinema durante il festival.

Adesso è impossibile: a meno di non essere programmati come soldatini. In tempi lontani vedevi Nicholson arrivare con le pizze del film da lui interpretato. Oggi? Prima di tutto le opere, poi gli uomini, come ci ha insegnato Henri Langlois, per il quale siamo insorti nel ‘68, Truffaut, Lelouch e io, bloccando il festival. Se si rispetta l'opera, si rispetta l'autore. Non viceversa».

Lei rispettava Alain Resnais.
«Sapeva manipolare le visioni, scambiare consapevolmente i tasselli della storia, per renderla più diretta, "presente". La storia è questo: avvicinamento, montaggio. È stata la grande intuizione di Hiroshima mon amour , di cui sono stato subito, sanamente geloso: perché era il film che allora era impossibile prevedere in base a quel che già sapevamo del cinema».

Come vive la sua veneranda età?
«Quando mi sento ottimista, mi dico che non ho che 47 anni di film: 47 film sono ancora la giovinezza, che va sempre salvata, a differenza, spesso, dei film. È una bella fortuna essere giovani e vecchi nello stesso tempo, continuare a esser giovani in una vecchiaia inoltrata».

 

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