TORNA MAZINGA, TUTTO E’ PERDONATO - IN PRINCIPIO FU MAZINGA ZETA. ROBOT, EROI GIAPPONESI E QUALCHE CENSURA DI TROPPO SUL SENO DI LADY OSCAR - OGGI CANALI TEMATICI E CARTOON COSTRUITI A TAVOLINO: E CON PEPPA PIG TUTTO È PIÙ PIATTO E RASSICURANTE

Elisabetta Ambrosi per “Il Fatto Quotidiano

 

peppa pigpeppa pig

In principio fu Mazinga Zeta. Che in realtà in Giappone venne trasmesso prima della serie Il Grande Mazinga, arrivata successivamente in Italia, ma questo poco importava ai bambini incollati alla tv e concentrati sulla salvezza del mondo preso di mira da un attacco alieno. Come poco importava, a quei bambini che guardavano negli anni Settanta i cartoni giapponesi solo sulla Rai, oppure su improbabili tv locali, infine solo più tardi sulla Fininvest, che gli eroi e le eroine della loro infanzia fossero passati attraverso una feroce censura.

 

Quella del servizio pubblico, naturalmente, ma anche i tagli del Biscione, tanto che la responsabile delle serie televisive trasmesse negli anni Ottanta sulle reti di Berlusconi, Alessandra Valeri Manera, era diventata il bersaglio costante degli appassionati e dei puristi. Che non si capacitavano di come si potesse, ad esempio, tagliare un’inquadratura sul seno di Lady Oscar che spuntava dalla camicia dopo un combattimento; o togliere per intero la scena in cui Georgie (manga di Igarashi ambientato nel XIX secolo tra l’Australia e l’Inghilterra) viene coperta e scaldata dal corpo del fratellastro Arthur dopo una caduta nel fiume.

occhi di gattoocchi di gatto

   

Da Jeeg a Remi, in principio fu la varietà

Ma, appunto, per quelli cresciuti tra gli anni Settanta e Ottanta, e ancora ignari di un futuro fatto di soli canali tematici e prodotti targettizzati fino all’eccesso, era ancora possibile, nonostante le proteste delle varie associazioni genitori, incappare per caso, magari in un canale regionale, in un episodio di Ken il Guerriero, o nell’inquietante ma magnetico Uomo Tigre – stranamente non emendato, anche se crudele e violento (era ispirato alla storia vera di un lottatore di wrestling giapponese) - o ancora nei super robot creati da Kiyoshi Nagai per soccorrere un’umanità minacciata, come Mazinga, Ufo Robot Goldrake, Jeeg robot d'acciaio (dall’indimenticabile sigla: “Corri ragazzo laggiù, vola tra lampi di blu, corri in aiuto di tutta la gente, dell’umanità”).

 

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Ma quei bambini potevano anche immergersi nelle atmosfere rivoluzionarie di Lady Oscar, nell’amore tra Candy e Terence sullo sfondo tragico della Grande Guerra in Candy Candy, nella fame del lacero e semiassiderato Remì ma anche, un po’ più tardi, nei polsi feriti da troppo allenamento di Mimì e la nazionale di pallavolo e di Mila e Shiro o nei gol su rovesciata di Holly e Benji:

 

tutti cartoni dalle sigle completamente rifatte rispetto agli originali, cantate da Cristina D’Avena, doppiati alla buona e mandati in onda dalle reti Mediaset inventando fantomatici familiari (ad esempio Mila diventa la cugina di Mimì), cambiando alcuni nomi di persona e di luoghi, persino delle squadre, soprattutto adattando il linguaggio ad un pubblico infantile.

 

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«In realtà quei cartoni animati, che nascono da complessi fumetti manga, in patria sono destinati a un pubblico trasversale, anche adulto», spiega Marco Fresta, art director ed esperto di “anime” giapponesi. «Non a caso in Giappone i nuovi personaggi sono prima testati su grandi riviste di carta riciclata e solo dopo, se incontrano il gradimento dei lettori, vengono pubblicati in edizioni rilegate e infine trasposti in serie animate (anime) trasmesse in tv: tutto il contrario di quello che fanno oggi Disney e Dreamworks, che ricavano spin off di serie tv dai film di successo».

  

Insomma, non troverete gli antesignani di Peppa Pig o dei Teletubbies nell’immaginario nipponico che ha colonizzato a lungo i nostri schermi, portando con sé, insieme ai fantasmi del conflitto mondiale, l’idea che il mondo sia un ecosistema fragile da salvaguardare, ma anche la convinzione che l’amore e l’amicizia siano sentimenti sacri (proprio come l’onore, che richiede però sacrificio e competizione).

occhi di gatto 1occhi di gatto 1

 

Per trovare storie senza risvolti sociali e senza intrecci da feuilleton – spessissimo le “anime” sono tratte da romanzi, basti pensare ai lavori del celebre Hayao Miyazaki, fondatore dello studio Ghibli: sue le serie di Heidi, Sherlock Holmes, Marco, persino una tratta da libro Cuore e commissionata dalla Rai – bisogna volgere lo sguardo ad ovest e ai personaggi della Warner Bros.

 

Ai quali magari poteva capitare di cadere in un burrone e sprofondare all’inferno, come Beep Beep inseguito da Wile Cojote, ma senza drammi, perché la vita a episodi è sempre reversibile e si può ripartire da zero. Valeva per Gatto Silvestro alla perenne ricerca di Titti (che tra l’altro è maschio e non femmina), per Tom e Gerry, Speedy Gonzales, Scooby Doo. Ma anche per Gli Antenati e i Pronipoti o gli orsi Yoghi e Bubu: tutti prodotti Hanna-Barbera, dagli intrecci lievi e ironici e dall’etica leggera.

 

Proprio come i sempreverdi Puffi e i Barbapapà, le buffe creature poliformi (create in Francia, ma disegnate per la tv da mani giapponesi) impegnate contro l’avanzare di ruspe e cemento. Gli anni Novanta e i primi anni Duemila segnano il cambiamento non solo per i prodotti – sono gli anni del successo planetario di Dragon Ball e poi delle fatine Winx dell’italiano Igino Staffi – ma soprattutto per i diversi modi di produrre e per il martellante merchandising. «Oggi nessuno rischia più», continua Fresta, «si producono serie di sicuro successo e senza sorprese, nel bene e nel male, testate attraverso massicci focus group, oppure, prima ancora di essere acquistate, direttamente in rete». 

lady oscarlady oscar

 

Con la chiusura degli studi Disney che disegnavano intere storie con tecniche tradizionali finisce poi l’era del disegno a mano. «Nella produzione dei grandi classici Disney, pensiamo solo alle ombre del bosco di Biancaneve, i magnifici fondali erano affidati alle mani di esperti che curavano esclusivamente gli sfondi», continua Fresta.

 

«Oggi, con l’acquisto della Pixar, è tutto realizzato al computer (a differenza che in Giappone, dove ancora i personaggi sono disegnati a mano, anche se sempre più spesso con l’ausilio di manodopera cinese o coreana). È vero che la Disney ha cominciato a fare storie con risvolti sociali o ecologici –ad esempio Pocahontas o al Re Leone – e che inventato trame originali (mi vengono in mente il topo Ratatouille, a Cars o ad Up). Però basta pensare a La spada nella Roccia, Il libro della giungla o La carica dei 101 per percepire la differenza».

   

 

Bambini appagati h24 il cartone è sempre in onda

georgiegeorgie

Oggi nessun bambino deve aspettare con spasmodica ansia l’inizio della sua serie preferita. Tra You Tube, i canali Rai Yoyo e Gulp e i ventitré canali tematici di Sky bambini, per arrivare all’on demand sulla tv o sul tablet, tra il desiderio e il suo immediato appagamento passa giusto il tempo di collegarsi alla rete o sintonizzarsi su satellite o digitale terrestre. Dove vanno in onda, h24, cartoni come i Teletubbies, Peppa Pig, Sponge Bob, Dora l’Eploratrice, Il piccolo Regno di Bel e Holly, Olivia, Winnie the Poo, Sofia la principessa.

 

«Certo, molto è cambiato dalla dalla storica “tv dei ragazzi” che, attraverso telefilm come Lassie, Zorro, Furia, cartoni come Braccobaldo, Gli Antenati, il mitico Topo Gigio ha fatto crescere intere generazioni, me compreso», spiega Massimo Liofredi, direttore di Rai Ragazzi. «Ma oggi le nuove tecnologie - 3D, live action etc - hanno cambiato non solo il prodotto, ma anche influenzato i linguaggi e quindi anche le produzioni. Per la Rai la scelta dei canali tematici rispetto a quelli generalisti è stata premiante, in termini di risultati e di pubblico».

  

 

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Siamo sicuri però, che nel passaggio da ieri ad oggi (e, anche, dal Giappone al mondo anglosassone), qualcosa non sia andato perso? «I cartoni degli anni Sessanta e Settanta - basti pensare a Lupin, Carletto il principe dei mostri ma anche Daitarn 3, Capitan Harlock, Heidi o Bia, la sfida della magia - avevano un’eleganza di fondo, un rigore narrativo, un approfondimento psicologico dei personaggi che oggi mancano», racconta Luca Fiorini, giornalista e autore del blog “Retrò” (su Vanityfair.it  ). «Il passaggio da storie corali a un’estetica semplificata comincia negli anni Ottanta. I protagonisti non sono più orfanelle o trovatelli. Cominciano ad apparire ragazzine dotate di poteri magici – Evelyn o Sandy dai mille colori - personaggi elfici o zoomorfi – I Puffi, Pollon, Hello Spank - fino ad arrivare, appunto, a Peppa Pig e ai cartoni odierni. Prodotti più impattanti e insieme più facilmente riproducibili: la torta di Peppa con il pan di spagna e la glassa rosa, in fondo, la possono fare tutti». «Attenzione, non è che prima si facessero cartoni animati belli e oggi no», aggiunge ancora Fresta, «oggi la produzione è sconfinata, e finalmente anche in Italia, il doppiaggio è affidato a professionisti o veri attori. Ma i prodotti sono troppo targettizzati, edulcorati e spesso di una semplicità sconvolgente. Proprio per questo i genitori, che sanno che un canale tematico è innocuo, piazzano i figli ore davanti alla tv. Ma forse la verità è che un cartone animato, per essere davvero poetico, dovrebbe piacere anche agli adulti».

cartoni animaticartoni animati

   

C’è poi un altro aspetto, che riguarda la capacità dei cartoni di raccontare l’immaginario collettivo e i suoi mutamenti, ma anche aiutare i bambini a elaborare gli aspetti oscuri, come la violenza e il male. «Negli anni Settanta-Ottanta c’era bisogno di rappresentare i sentimenti oscuri, aggressivi e distruttivi per conoscerli», spiega Marta Tibaldi, psicoanalista junghiana. «Da allora la rappresentazione della violenza è cresciuta in modo talmente esponenziale che probabilmente i nuovi cartoni esprimono l’esigenza di una “quotidianità quotidiana”, come per ancorarsi a una forma di vita basic.

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   Il problema che siamo passati dal ritorno del rimosso – la rappresentazione della violenza – a una sua scissione, e non a una sua integrazione o superamento creativo in un equilibrio che sappia integrare happy end e oscurità. Da questo punto di vista, bisognerebbe tornare a una cultura critica dei cartoni animati: in fondo dovremmo controllare a chi diamo in mano il nostro immaginario».

   

Nel frattempo, i nostalgici possono sintonizzarsi su “Man-ga”, il canale tematico Sky (149), che dal 2010 ha trasmesso oltre cento serie di animazioni giapponesi, tra cui serie storiche rese famose da tv locali. Da Ken il guerriero a D’Artagnan, dall’ Uomo tigre a Mimì. Ma anche il remake giapponese di Mazinga Zeta.

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   Da guardare per tornare alle origini, magari canticchiando la storica sigla italiana - “si trasforma in un razzo missile, con circuiti di mille valvole..” - che vinse il disco d’oro, vendendo un milione di copie. Altri tempi, appunto.

 

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