APPLE DOMANI - JOBS AVREBBE LASCIATO PRODOTTI CHE COPRIREBBERO QUATTRO ANNI DI NOVITÀ, COMPRESO L’IPHONE 5 - CHE STRANO: IL VERO BOOM COINCIDE CON GLI ANNI DEL CANCRO - PUR DI PARLARGLI, I PIÙ GRANDI TOP MANAGER DISPOSTI A UMILIANTI ANTICAMERE - TRA I POCHI CHE NON HANNO FATTO ANTICAMERA C'È UN IMPRENDITORE ITALIANO: DE BENEDETTI. MA ERA IL 1976 E CARLETTO NON SGANCIÒ 100MILA DOLLARI, LA CIFRA CHE STEVE STAVA CERCANDO...

1 - JOBS LASCIA UN TESORETTO ALLA APPLE - QUATTRO ANNI DI NUOVI PRODOTTI GIÀ PRONTI
Il Messaggero
- Quattro anni di prodotti già pronti. È il tesoretto che Steve Jobs lascia, a quanto pare, in eredità alla Apple. A darne notizia è il Times. Secondo il quotidiano britannico, infatti, Jobs in persona avrebbe confidato ad alcuni colleghi che una serie di nuovi prodotti sufficienti a coprire «almeno quattro anni» di produzione riposa nei forzieri di Cupertino.

Jobs ha infatti fatto sì che versioni base dei futuri aggeggi miracolosi della Apple fossero pronti con anni di anticipo. Questo significa che i tecnici della mela morsicata stanno già sviluppando i nuovi iPod, iPhone, iPad e MacBook. Alcune fonti interne all'industria hanno poi detto al Times che l'iPhone 5, in uscita a fine 2012 o inizio 2013, sarà un oggetto capace di cambiare - di nuovo - le regole del gioco: «il lascito di Steve Jobs».


2- CON LAURENE AL FIANCO NEGLI ANNI DELLA MALATTIA
Matteo Persivale per il "Corriere della Sera"

«La malattia? Mi ha fatto capire che amo la vita, che ho la famiglia più bella del mondo, e che ho il mio lavoro. È tutto qui. Non faccio grande vita sociale, non vado ai convegni. Amo la mia famiglia e amo dirigere la Apple, amo la Pixar. Sono molto fortunato» (Steve Jobs, 2005).

Kafka, nel racconto «Un artista del digiuno», immagina un uomo sempre più magro che diventa l'idolo del pubblico prima nei teatri e poi al circo, «catturando l'attenzione di tutta la città». Gli ultimi sette anni di Steve Jobs, gli anni della malattia e degli interventi chirurgici e del trapianto di fegato e della magrezza sempre più tragica trasmessa in alta definizione, live, sui computer di tutto il mondo, sono stati anche quelli dei suoi successi popolari più clamorosi.

L'iPhone, l'iPad, i computer portatili sempre più sottili fino quasi a scomparire - come stava accadendo al loro creatore - che hanno portato la Apple da culto di pochi a gigante che soltanto due mesi fa aveva superato, brevemente, perfino la Exxon del petrolio, sola sulla vetta dell'economia mondiale.

E quella che tanti anni prima Jobs, genio della tecnologia e del sarcasmo, aveva usato come battuta irridente verso l'avversario Bill Gates - «Non mi interessa diventare l'uomo più ricco del cimitero» -, da dichiarazione d'indipendenza del ribelle della Silicon Valley più interessato alle idee che al successo era diventata una profezia terribile.

Il lungo addio attraverso gli stadi del tumore al pancreas che, scoperto per caso durante un'ecografia nell'ottobre 2003, otto anni fa esatti, aveva trascurato per nove mesi nel tentativo inutile di evitare l'intervento chirurgico tramite la dieta vegana e le medicine alternative, è stato anche il periodo dei successi, ma soprattutto quello del cambiamento («ciò che la malattia mi ha fatto capire»).

Grazie alla moglie Laurene, economista sposata nel 1991 che l'aveva già reso meno indifferente alla politica (i due erano puntuali finanziatori del Partito democratico) e più sensibile all'impegno benefico (con le non profit da lei presiedute), che oggi da first lady della Silicon Valley ne è diventata la vedova più famosa. La donna che non era riuscita a fargli perdere le cattive abitudini di una vita, le sfuriate che facevano rimbombare gli iPhone dei suoi pretoriani a disposizione 24 ore su 24, le sgommate con la Mercedes metallizzata senza targa che parcheggiava di traverso nei posti riservati ai portatori di handicap davanti agli uffici Apple (aveva abolito i posti riservati ai dirigenti).

E mentre Laurene difendeva con elegantissima ferocia, come una pantera, la privacy maniacale (e probabilmente assurda per un manager della sua importanza in un'azienda quotata) di quell'uomo sempre più potente ma sempre più fragile, lui scopriva il piacere delle riunioni scolastiche dove spiazzava gli altri genitori con un sorriso e un semplice «salve, sono Steve».

La spesa al Whole Foods, supermarket di lusso non lontano da casa, con l'auto - amava quelle tedesche, ingegneria che considerava superiore, tanto che parlando di un Mac in progettazione disse per farsi capire: «lo voglio come una Porsche» - parcheggiata per una volta decorosamente. L'uomo che ha cambiato il mondo piangeva come un bambino alla cerimonia di diploma dell'unico figlio maschio, e come un bambino sorrideva alla fine della sua ultima uscita pubblica da timoniere della Apple appoggiando la fronte alla testa bionda di Laurene. Nel racconto di Kafka l'artista del digiuno muore. E viene sostituito, al circo, da una pantera.

2 - A CUPERTINO COME DA MADRE TERESA
Massimo Sideri per il "Corriere della Sera"

I top manager in anticamera per giorni. «Prima firma, poi ti incontro»
Tutti ricordano il 99% di Jobs, il guru, il visionario, il capo inflessibile e perfezionista che però motivava come nessun altro, l'Edison che ha portato la nuova corrente digitale laddove c'era il carbone analogico: è stato il genio folle che ha impacchettato il mondo in un'icona avvicinandolo alla punta del nostro dito. Ma c'è una ristretta cerchia di persone che ha temuto quell'essere Hungry e Foolish che agli altri piaceva tanto: i top manager delle più grandi industrie al mondo che in questi anni - e fino a pochi mesi fa - sono andati in processione a Cupertino per incontrarlo, meglio sarebbe dire per avere udienza.

Per nessuno di loro è stato facile. È questo l'altro 1% di Jobs - più Machiavelli che Edison - ma non meno importante se si vuole capirne appieno il successo. Tecnicamente avveniva come per Madre Teresa di Calcutta e la procedura era sempre la stessa: quando si otteneva il viatico, bisognava prendere un albergo nella Silicon Valley, una sorta di Svizzera pacifica e noiosa molto lontana dal divertimento di San Francisco, e attendere... la telefonata della segretaria di Jobs. Dal punto di vista squisitamente tattico si veniva lasciati a cuocere a fuoco lento nel proprio brodo.

Musica, editoria, telecomunicazioni, gaming. Broadcaster e costruttori di computer e smartphone. Pensate a un top manager dell'high tech a caso e potete stare certi che ha subito, almeno una volta nella vita, l'umiliante procedura di accreditamento. Per il lancio dell'iPhone toccò all'allora chief executive officer di Vodafone, Arun Sarin, alla guida del più grande operatore telefonico mondiale presente negli Usa con Verizon. Dovette attendere giorni. L'anticamera era più di un marchio di fabbrica, era una precisa strategia del pirata diventato top manager in jeans.

A Edgar Miles Bronfman, il ceo della Warner Music - al tempo ancora una potenza da far tremare i polsi - era andata anche peggio. Anni prima, per il lancio della piattaforma musicale, aveva tentato di contrattare con il fondatore delle Apple ma per tutta risposta aveva ricevuto il contratto per la cessione di una quota dei diritti musicali delle canzoni che venivano vendute attraverso il bunker iTunes-iPod.

Sotto il documento c'era scritto: prima la firma poi l'incontro. Non sono cose che si raccontano ai giornali. È stata questa la vera innovazione immaginata dal Jobs industriale: un ambiente chiuso, ripetuto con l'App Store-l'iPhone/iPad, dove tutto entra ma nulla esce senza lasciare percentuali che arrivano al 30% di quanto acquistato. Mentre connetteva i propri puntini - l'immagine più famosa della sua lezione alla Stanford - scombinava quelli degli altri.

Tra i pochi che non hanno fatto anticamera c'è un imprenditore italiano: Carlo De Benedetti. A raccontare l'aneddoto è stato lui stesso in una recente puntata di «Correva l'anno» di Rai 3. «Avevamo un laboratorio a Cupertino come Olivetti. Sono andato una sera a visitarlo in un garage. Se avessi messo allora 100 mila dollari, cifra che lui stava cercando, oggi sarei famoso per essere uno degli uomini più ricchi del mondo». Certo, erano altri tempi: era il '76. E quel garage stava iniziando a cambiare la storia dell'industria e del consumo.

 

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