la notte della taranta

L'ESTASI DEL RAGNO BALLERINO - MARINO NIOLA: ‘’QUESTA NOTTE A MELPIGNANO NEL SALENTO SI RINNOVA IL RITO DEL BALLO TERAPEUTICO DELLE DONNE IN PREDA ALLA STRAVAGANZA VELENOSA DELLA TARANTOLA. UNA MUSICOTERAPIA CHE DAL MEDIOEVO COSTITUISCE UN ENIGMA PER MEDICI, LETTERATI E FILOSOFI. NONCHÉ UN PROBLEMA PER LA CHIESA. COSTRETTA A FARE I CONTI CON UNA STORIA NON SUA. FATTA DI DEE VENDICATIVE E DI NUMI TRASGRESSIVI, MORSI E RIMORSI’’ - VIDEO

 

 

MARINO NIOLAMARINO NIOLA

 

Marino Niola per ''La Repubblica''

 

LA NOTTE DELLA TARANTALA NOTTE DELLA TARANTA

 

Questa notte a Melpignano nel Salento si rinnova il rito che ha un' eco già nelle Baccanti di Euripide e in Medea E che ha piegato al mito anche San Paolo trasformandolo nel grande taumaturgo immune a ogni veleno

 

Una menade in estasi danza nella notte. Tamburello nella destra e fiaccola nella sinistra. È una scheggia delle Baccanti di Euripide caduta sotto il tacco d' Italia. E incastonata, come una farfalla nell' ambra, sulla superficie di un vaso greco. Si trova in una sala del bellissimo museo Sigismondo Castromediano di Lecce, appartato foyer del politeismo salentino, dove si cammina piano piano per far perdere le proprie tracce alle ombre del passato che, nell' austera costruzione gesuitica, vivono la loro cattività archeologica.

 

LA NOTTE DELLA TARANTALA NOTTE DELLA TARANTA

In attesa del viaggiatore incantato che le faccia tornare a ballare. Come Agave e le sue sorelle che, nella tragedia euripidea, vengono pizzicate dal pungolo divino, l' oistros, da cui il nostro estro, che scatena epidemie di danza notturna.

 

Un po' come fanno ora le menadi femministe quando ballano la pizzica nella Notte della taranta, che domani, anche in diretta tv, riunirà a Melpignano il popolo del ragno ballerino. Sulle tracce di quel che resta dell' aracne mediterranea e del rito musicale che per secoli ha rappresentato l' antidoto ritmico ai palpiti di una terra in trance.

 

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«Deliquii giocolieri, estri smarriti» diceva il poeta barocco Giacomo Lubrano che nel '600 assistette al ballo terapeutico delle donne in preda alla stravaganza velenosa della tarantola. Una musicoterapia che dal Medioevo costituisce un enigma per medici, letterati e filosofi. Nonché un problema per la Chiesa. Costretta a fare i conti con una storia non sua. Fatta di dee vendicative e di numi trasgressivi, morsi e rimorsi.

 

Come quelli delle contadine che dopo aver subito il primo morso, pativano il cosiddetto rimorso, la recidiva del male che si manifestava una volta all' anno. Le chiamavano le spose di San Paolo perché andavano a ballare vestite di bianco a Galatina, come menadi pizzicate davanti alla statua dell' apostolo. Santu Paulu meu de le tarante, facitene la grazia a tutte quante. Era il loro stralunato Help!

 

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Nel tarantismo salentino s' intrecciano i fili di una vicenda che viene da lontano. Da Dioniso e Medea. All' origine c' è proprio lei, la madre di tutti gli infanticidi che, dopo aver ucciso i figli, li gettò nelle acque di Punta Ristola, all' estremo del "finimondo" di Leuca. I due innocenti si trasformarono nei cosiddetti scogli dannati. «È stata lei la prima a sentire il rimorso », dicono le donne di Soleto, Calimera e Sternatia. Un vaso pugliese del III secolo a.C., ora a Monaco, la raffigura mentre fugge via su un carro guidato da un auriga che si chiama proprio Oistros. Pura coincidenza? Difficile, visto che il mito non lascia nulla al caso.

 

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Platone, nelle Leggi, parla di malattie provocate dagli dei e che si curano con il movimento. Saltellando come cerbiatti al suono di strumenti dionisiaci. Proprio quel che facevano le tarantolate, che zompettavano come ninfe epilettiche. Obbedendo incantate al suono del tamburello e del violino, maneggiati da musicisti sciamani che conoscevano, per esperienza, la scala dei temperamenti, la gamma dei toni, le dissonanze degli umori e le consonanze degli amori.

 

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Era la rivincita degli antichi dei, declassati a demoni dal cristianesimo che li aveva occultati nei simulacri di santi benedicenti e di angeli svolazzanti. Ma, come diceva García Lorca, niente può l' angelo quando sente un ragno, per piccolo che sia, sul suo tenero piede rosato. Niente può e dunque si ritrae, smarrito, esitante.

 

E proprio in questa esitazione si è prodotto il compromesso storico tra pathos pagano ed ethos cristiano. Che ha avvicendato Aracne e Dioniso, patroni dei sussulti mantici e delle esaltazioni coreutiche, con San Paolo. L' intellettuale della Chiesa, campione del logos e vincitore dell' oistros. Perché a Malta aveva neutralizzato il veleno di un serpente diventandone immune. Così, al termine di un morphing secolare, l' apostolo di Tarso diventa il signore delle tarantole, un Dioniso cristiano. Per effetto di quel dispositivo cumulativo della storia, che non scarta ma ricicla.

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Non a caso il Salento è un incrocio di tempi e di culture. Su questo tavolato è passato il mondo: Messapi, Spartani, Romani, Bizantini, Longobardi, Normanni, Svevi, Spagnoli, Turchi, Levantini. Il risultato è il particolare mood salentino. Ragione e arzigogolo, sobrietà e signorilità. Un bizantinismo frugale, che arrotonda gli spigoli del tempo e i caratteri degli uomini. Sovrappone segni, recupera eredità, ricicla identità. Stratifica e giustappone.

 

Al punto da fare di megaliti preistorici come dolmen e menhir, pietrefitte e specchie, matrici di mitologie e leggende. Si dice che ogni menhir custodisca un tesoro. Sotto la Specchia dei mori, a Martano, un paese della Grecia salentina, dove si parla ancora il griko, un dialetto greco giunto nel Medioevo da Bisanzio, sia nascosta una chioccia con dodici pulcini d' oro.

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E a Giurdignano, la Stonehenge italiana, con le sue lastre allineate in asse solstiziale, si trova il menhir di San Paolo. Una bocca da forno ciclopica al cui interno è dipinta un' immagine del santo. Sullo sfondo rosso, una ragnatela con tarantola. Sopra si innalza un dito preistorico che punta l' assoluto. Pare sia l' ultimo rifugio degli adepti del ragno che fa ballare.

 

C' è chi assicura che vi si svolgano sabba della possessione mediterranea. È la fotografia di un sincretismo vivente che fa del Salento un pandemonio mitologico. Un' officina di simboli. Aveva ragione Aldous Huxley, quando diceva che il cristianesimo ha commesso l' errore di desacralizzare la danza, emarginandola dal suo rituale. Come un residuo pagano da obliterare.

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Ma quella pizzica che Paracelso ribattezzò Lasciva Chorea, frenesia sfrenata, oggi torna. E diventa il motore culturale di un revival pagano. Feste, sagre, libri, siti che rimettono insieme frammenti di storie per costruire una nuova mitologia del ragno. Upgradando la rete di Aracne con quella del Web. Per costruire il neotarantismo 2.0.

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