“LO SMARTPHONE PRODUCE EFFETTI PARI ALL’ASSUNZIONE DI COCAINA” – L’EX DIRETTORE DI “REPUBBLICA” E DEL “CORRIERE”, CARLO VERDELLI, DEDICA UN SAGGIO AL NOSTRO RAPPORTO MALATO CON IL TELEFONINO: “LO USIAMO PER ORE SENZA RIFLETTERCI, CI RENDE ANSIOSI DEPRESSI E IROSI. NEL MONDO SI INTRODUCONO LIMITI DI ETÀ, COME PER IL PORNO. FORSE LA CONSAPEVOLEZZA È L’UNICA VIA” – L’ALLARME SUL NUOVO CAPITALISMO DIGITALE CHE AVANZA: “GLI UOMINI PIÙ POTENTI DEL MONDO USANO LA TECNOLOGIA PER DIVENTARE PIÙ RICCHI E INFLUENTI SULLA POLITICA. PETER THIEL, TRA I TEORICI DI QUESTO, SPIEGA CHE LA DEMOCRAZIA RISULTA LENTA E L’INTERMEDIAZIONE NON SERVE” – LA FRECCIATA A JOHN ELKANN...
Estratto dell’articolo di Francesco Rigatelli per “La Stampa”
«Qualcuno sta sbattendo le uova? Mi sembra di sentire il rumore che faceva mia nonna». È inintervistabile Carlo Verdelli, 68 anni, milanese, editorialista del Corriere di cui è stato vicedirettore, ex direttore di Oggi, la Repubblica, La Gazzetta dello Sport e Vanity Fair.
Al telefono risulta un fiume in piena, interrompe le domande e ne fa lui stesso, come tutti i giornalisti abituati più a chiedere che a rispondere, ma con in aggiunta la foga di chi esce da un’immersione nel mondo dello smartphone e desidera riportarne i rischi. Del saggio che ne è frutto, Il diavolo in tasca (Einaudi), racconta in questa intervista che va dai social network alla situazione dei media, con un finale alla Raz Degan.
Lei che potrebbe occuparsi di tutto perché ha scelto proprio lo smartphone?
IL LIBRO DI CARLO VERDELLI - IL DIAVOLO IN TASCA
«Niente ha cambiato la nostra vita in tutto il mondo in poco tempo in un modo così pervasivo. Ho iniziato da me stesso, mi sono guardato attorno e mi è parso evidente che l’età digitale abbia come totem il telefonino. Mancava un libro dedicato e ho voluto raccogliere con pazienza e ostinazione i pezzetti del puzzle per capire il fenomeno che dimensioni avesse».
Lo smartphone modifica il comportamento umano?
«Lo usiamo per ore, ma ci rende ansiosi, depressi e irosi. L’homo curvus ha ormai una postura apposita, scatta selfie, scrolla i post. Lo smartphone è diventato un oggetto centrale della società, ma senza la necessaria riflessione. Non sono contrario, ho solo voluto metterlo sotto inchiesta. A Los Angeles non a caso sono alla sbarra i proprietari di Instagram e YouTube, accusati di creare dipendenza e di essere programmati per farlo».
Quando è successo?
SMARTPHONE- HATERS E INSULTI SOCIAL
«Nel 2010 Apple lanciò l’iPhone 4 con fotocamera e partirono i social. L’Apple Store nello stesso anno propose le app. Lì nacque questo carcere senza sbarre. Durante la pandemia 2020-2023 lo smartphone divenne ancor più centrale. Negli ultimi anni ecco l’Ai generativa offerta a tutti, su cui grandi scienziati mettono in guardia. Oggi ci si rivolge a lei come allo psicologo».
La socialità ne risente?
«È provato che attraverso lo smartphone le relazioni diventino più virtuali. Secondo la Commissione Istruzione della Camera della scorsa legislatura produce effetti pari all’assunzione di cocaina».
Serve una limitazione?
«Non suggerisco nulla, metto solo in fila i fatti poi il lettore o il legislatore si faranno le loro idee. Vedo che nel mondo si introducono limiti di età, come per il porno. Ovviamente i social media non hanno interesse a questo, per esempio a 16 anni. Ma come dice Musil non si può tenere il broncio al proprio tempo.
Valditara ha limitato lo smartphone alle elementari, iniziativa lodevole ma temo non funzionerà. In Cina lo studio dell’Ai dalla prima elementare è un segnale interessante. Forse la consapevolezza è l’unica via. Meloni dice che non siamo preparati alle sfide che i nostri figli digitali ci propongono, e ha ragione».
Ci stancheremo anche di smartphone e social?
«Penso sia l’arma finale con effetti definitivi. Totti, non Kierkegaard, ha spiegato che da quando il telefonino è entrano nello spogliatoio ha ucciso il gruppo».
La sua analisi guarda al capitalismo digitale che c’è dietro?
«Il Presidente Mattarella lancia da tempo allarmi sulla perdita del linguaggio determinato dai social e definisce i giganti digitali come la nuova Compagnia delle Indie. Sono gli uomini più potenti del mondo e usano la tecnologia per diventare più ricchi, potenti e influenti sulla politica. Peter Thiel, tra i teorici di questo, spiega che la democrazia risulta lenta e l’intermediazione non serve».
Come impatta tutto questo sui media?
sede del new york times a manhattan
«Pesa la disabitudine all’attenzione. Montanelli raccontava che per leggere tutto il Corriere ci volevano otto ore e mezza. Un problema ulteriore oltre alla crisi della carta stampata dovuta tra l’altro alla chiusura delle edicole, agli abbonamenti digitali poco profittevoli e a editori deboli».
C’è ancora spazio per case editrici pure?
«Il punto di riferimento è il New York Times con un’informazione di qualità a un costo adeguato, ma vediamo come sia difficile dalla crisi del Washington Post. Tremo all’idea che non ci sia più uno spazio per questo. Certo per gli editori si tratta di trovare la soluzione a un rompicapo, ma tagliare i costi per la diminuzione dei ricavi depaupera solo il prodotto mentre servirebbero investimenti e tempi lunghi».
Come inquadra la situazione dei quotidiani italiani?
«In questo contesto di grande complessità in cui per esempio uno dei principali gruppi editoriali come Gedi viene venduto in pochi anni. L’augurio da cittadino è che chi comprerà la Repubblica e La Stampa lo faccia con quel minimo di passione e di incoscienza necessarie per garantire questi presidi di democrazia».
Delle sue tante esperienze giornalistiche con quale si identifica di più?
«La mia fortuna è stata di passare da un posto a un altro con editori che ci hanno creduto consentendomi di portare delle novità. Il dolore più grande però l’ho provato il 23 aprile 2020 quando sono stato licenziato da la Repubblica nel giorno in cui ero minacciato di morte dai neofascisti e non solo. Se mi avessero avvisato prima mi sarei dimesso».
rappresentanti dei giornalisti di repubblica protestano contro john elkann foto lapresse 5
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Lei è noto per tanti progetti irrealizzati, ce n’è qualcuno raccontabile?
«Volevo fare un grande quotidiano popolare, che poi inglobai nelle pagine Altri mondi a La Gazzetta dello Sport».
Era meglio il Corriere di Mieli o quello di De Bortoli?
«Due giornali diversi e sono grato a entrambi. Mieli mi prese, mi fece crescere e mi affidò Sette. La sua prima direzione fu una grande scuola. Come quella del primo De Bortoli, una portaerei da 800mila copie. Entrambi hanno onorato il giornalismo».
Lei lo dirigerebbe il Corriere?
«Non mi pare tra le ipotesi credibili».
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La sua Milano come la trova?
«Sono nato in periferia, mio padre era operaio e il mio giornalismo nasce da lì con l’intenzione di essere comprensibile e al servizio di tutti. Oggi Milano ha perso la vocazione generosa e si è spaccata in tante città con un fossato largo da attraversare».
Calabresi sindaco?
«Non sono fatti miei».
061 piero colaprico;carlo verdelli;urbano cairo csc6093
peter thiel




