“MA QUALE “RABBIA DI BUSI”, ‘’SFOGO DI BUSI”, “BUSI STRILLA AL TELEFONO”, L’ESCLUSIONE DALLA CINQUINA DELLO STREGA PER ME LIBERATORIA E BASTA”

Aldo Busi per La Repubblica

Desidero dissociarmi da certi titoli giornalistici anche on line che, volendo riguardare me, riguardano solo chi li scrive conscio che senza la naturale piega scandalistica del giornalettismo più spinto nessuno ne terrebbe conto: «La rabbia di Busi» (oltretutto per l'esclusione dalla cinquina dello Strega per me liberatoria e basta), «Lo sfogo di Busi», «Busi strilla al telefono» - a me sembrava di aver esultato: dal mio punto di vista era anche un modo cortese di accogliere al cellulare il per me anonimo giornalista e toglierlo da ogni possibile imbarazzo e rituale di presentazione e passare al dunque -,

«La confessione di Busi» non fanno parte in alcun modo del mio interloquire con l'intervistatore del momento, arrivo al massimo ad ammettere che ho la voce stentorea tipica dei sordi e delle persone gentili, che vogliono agevolare una registrazione telefonica per facilitare un lavoro altrui - senza dimenticare che gli sto dando il potere di rovinarmi lo stile, cioè la mia unica e fondamentale reputazione.

Io non strillo né confesso né impreco, se non per senso dell'umorismo o per risvegliare il dormiente o avere conferma da lui che non era caduta la linea, io dico e ripeto e ribadisco e, purtroppo, riformulo, sempre, mi adeguo al linguaggio di chi fa le domande che può dandogli le risposte che voglio però in un linguaggio che vorrei capisse e che so che non può essere il mio e basta, visto che quando lo è non me lo ritrovo comunque nel testo - e perdendo la mia verve si perdono anche "i contenuti", vengono trascritte frasi vuote di tutto; i contenuti, in una forma non mia, sono sempre di chi ha abusato della mia pazienza per intervistare se stesso.

Ho appena fatto una dissertazione, richiestone, sulla narrativa eurocentrica con un aggancio a quella da me tanto detestata del "realismo magico" alla Márquez, focalizzandomi poi sulla letteratura di genere (commerciale) opposta alla terzietà senza poetismi della scrittura (che ammiro) in cui ai personaggi non è permesso essere trasognati o perdenti per partito preso o di volare o di non dare conto del perché possano passare da un colpo di scena all'altro senza mai giustificare da dove prendono i soldi per fare tutto questo, visto che nessuno sembra mai dover lavorare, per arrivare alla funzione del paesaggio nella letteratura, al paesaggio non tanto per riempire la pagina ma come riflesso spesso caratteriale del personaggio che vi è calato o che lo sta vedendo, come da
Visioni di viaggio, di Heine, ai romanzi rurali di Thomas Hardy;

ho poi sottolineato quanto sia perniciosa l'abitudine del non lettore di saltare passaggi stupidamente ritenuti noiosi o superflui; infine, da questo concetto di terzietà all'opera sia nello scrivere che nel leggere e nel giudizio (anche nei propri stessi confronti, almeno come sforzo per rimettere in riga l'emotività) sono passato all'ipotesi che, visto lo scrittore che ero e quanto alieno a ogni clan, potrei essere un giudice come mai si è visto, terzo persino a se stesso, alla sua ideologia, alla sua sessualità, ai suoi affetti, amici e amanti e parenti tutti, ai suoi punti deboli, alle sue manie, ai suoi pregiudizi di classe, alla sua stessa cultura e formazione e inevitabili moralismi, bigottismi, obsoleti vermiciattoli di nostalgia di quando «il mondo era migliore» e «regnava più giustizia»... per forza, se la facevano con le proprie mani, mica c'era il querelificio di adesso per ogni pisciatina di cane che sconfina oltre l'ombra della siepe del vicino... «Un giudice che dovrebbe richiedere una scorta armata anche per respirare», concludo: non vi è rimasta traccia nell'intervista, e sono sicuro di averci dedicato non meno di dieci minuti al telefono, interrotto ogni tanto da un puntuale, «Sì, ma adesso torniamo al Premio», come se stessi divagando io.

Se intervistato, sono costretto a prendere alla lettera qualsiasi domanda, ma la gente fa anche domande senza essersele prima meritate con il dovuto studio che affina la sensibilità tanto da renderla atta a comprenderne le risposte, fa domande per fare bella figura sicché delle mie risposte non tiene tanto conto, e nemmeno potrebbe, e alla fine abbiamo «arrabbiarsi », «strillare», «sfogarsi», «confessare » e mai la mera e meravigliosa semplicità del dire possibile solo a chi ha molto, molto ascoltato e grato del suo proficuo silenzio.

Non c'era molto da aggiungere a una trisavola che nella stalla ti raccontava... quanto per vie traverse, quanto per sottintesi per tenerci sulle spine... che il suo primo amore era stato un garibaldino, un amore illibato, si scopriva alla fine, visto che si era trattato non di un moroso, ma di suo padre, morto nel '15 per una granata lanciata nel fienile, e trovato ancora con la sua camicia rossa indosso sotto il camicione, intatta, scolorita e a brandelli non per via della granata.

Perché lei voleva inculcarti l'amore, non sempre facile, per i genitori, e senza saperlo ti metteva al corrente di un secolo di storia. Poi ci sarebbe da aprire tutto un capitolo su chi intervista uno scrittore su un suo romanzo senza aver mai letto né quello né altri e tutto quello che vuole sapere è la variazione del pettegolezzo del momento e se intende partecipare col suo El esperimentalista de Figueras anche al Viareggio.

Fornisco anche il pettegolezzo, non sia mai detto, il coltello per il manico non ce l'ho io e il rifiutarsi a lungo andare diventa una manfrina quanto il concedersi, ci sto e mi adeguo imperterrito anche quando... di solito dopo sessanta secondi... so che ho a che fare con un velleitario da due soldi (quelli che prende, sempre troppi, ma sono solidale lo stesso, e poi non mi permetto pregiudizi, magari mi sto sbagliando: deciderò quando lo leggerò nero su bianco, fino a quel momento non mi permetto censure, persino il fatto di non aver palesemente letto niente di quanto vuole discutere è per me un ostacolo sufficiente a far scattare la mia sufficienza, non diffido per principio, mi do in pieno, fingendo un fiume in piena allorché i miei argini sono ben più alti, e s-ciao, sono un uomo pubblico e la macinatrice dei media mi conviene comunque, vada come vada, non posso fare troppo il delicato e nemmeno sostentare un avvocato di troppo, talvolta mi va da dio e non manco mai di ringraziare e riconoscere un lavoro ben fatto, certo che se uno che l'ha fatto alla carlona vuole anche sapere poi come mi è parso...).

E pensare che sarebbe così semplice attenersi a una regola elementare: chiedersi da dove proviene il termine "cultura" e quindi tutti noi che di cultura viviamo, io alla grande, grazie a generazioni e generazioni di umani piegati e piagati dalla coltura di beni di cui godevano lo stretto necessario per sopravvivere.

Se intervisti uno scrittore o un coltivatore di asparagi devi aver letto e studiato moltissimo dai Greci a Busi per intervistare il secondo e sapere almeno che è meglio preferire radici di due o tre anni e un terreno di buon drenaggio e liberato da disinfestanti per intervistare il primo. Altrimenti fa' come tutti, intervista i parlamentari o gli autori di libri di ricette o il finanziere o l'imprenditore o il pentito o la mamma orbata e in genere chi deve far sapere qualcosa di indicibile e di cifrato attraverso una testata, attieniti al chiacchiericcio politico o giudiziario o televisivo che più di tanto non richiede e che, anzi, privilegia chi ha saputo indefessamente negli anni custodire la sua ignoranza incontaminata e pertanto giustamente premiata e ambita sia nel pubblico che nel privato che nei salotti di nonna Speranza.

 

 

ALDO BUSIALDO BUSI AL FESTIVAL DEL LIBRO ALL AUDITORIUMDA OGGI ALDO BUSI DA OGGI ALDO BUSI cover busi El specialista de Barcelona

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