MARIO DE BIASI, IL FOTOGRAFO “PAZZO” CHE IMMORTALÒ L’ITALIA CHE CAMBIAVA

Gianluigi Colin per il "Corriere della Sera"

Il suo legame con la fotografia nasce tra le macerie di Norimberga: è il 1944 e tra quelle pietre, simbolo del dramma che stava dilaniando l'Europa, trova una rudimentale macchina fotografica. È un'àncora di salvezza nel tormento della guerra, il segno di un destino che avrebbe cambiato la sua vita. Quel ragazzo nato nel 1923 si chiamava Mario De Biasi e di guerre ne avrebbe viste tante.

Mario De Biasi, fotoreporter di razza, se n'è andato ieri alle 10 del mattino, nella «sua» amata Milano. Gli mancavano sei giorni per raggiungere i novant'anni. Nella clinica dove era ricoverato, seduto sulla sedia a rotelle, ha lavorato sino all'ultimo, assecondando la sua seconda passione, la pittura: con pennarelli e biro dava vita a intensi quadri astratti, che si rifanno al Movimento dell'Arte Concreta, lo stesso che lo univa all'amico di sempre, Bruno Munari.

Solo due settimane fa, in clinica, consegnò nelle mani del genero Alessandro Ghiglioni una delle sue opere: «Questo è il mio ultimo disegno», gli disse sorridendo. E di fronte alle affettuose ritrosie del genero ribadì con fermezza: «No, è davvero l'ultimo, ora sono stanco».

Il giorno dopo perse conoscenza. Per questo non gli fu possibile essere presente mercoledì scorso all'inaugurazione (alla «Galleria 70») della sua personale milanese. Per lui, che aveva costruito centinaia di mostre con le foto, questa con i suoi dipinti era motivo di speciale orgoglio. Proprio come Henri Cartier-Bresson, anche De Biasi era consapevole che la fotografia non era in grado di raccontare l'intima essenza del mondo.

Forse, la pittura sì. Ma a differenza del grande maestro francese, De Biasi non aveva abbandonato del tutto la fotografia, anzi. Con determinazione ed entusiasmo aveva continuato a fotografare, non più per raccontare la grande Storia, quanto per ricercare un'estetica dalle piccole cose della vita quotidiana o per scoprire nuovi racconti dalle foto del passato. Insomma, proprio come ha condotto tutta la sua vita, era instancabile, non si fermava mai. Lo confermano i più di cento libri che ha realizzato, 18 monografici sulla «sua» Milano.

Per lui che veniva da Sois, un paesino in provincia di Belluno, Milano rappresentava la speranza. Arrivò in città nel 1938. Cominciò a lavorare come telefonista. Nel 1939 trovò un posto alla Magneti Marelli. Poi la parentesi della guerra, drammatica, con la deportazione, ma anche con la «rivelazione» della fotografia rimasta come sospesa.

È solo nel 1946 che Mario De Biasi comincia a dare vita alla sua vera passione. Fotografa tutto, racconta la Milano del dopoguerra, la sua trasformazione, ne trascrive i mutamenti da narratore curioso, determinato, irrefrenabile. Immagini potenti, che tracciano un modo di vedere.

Ma è nel '53 il vero cambiamento: entra a Epoca. È la stagione del racconto per immagini, sul modello del successo di Life. De Biasi è il primo fotografo assunto e diventa subito una delle grandi firme del giornale. Storica la sua testimonianza sulla rivolta in Ungheria del '56. È lì che nasce il suo soprannome: «L'italiano pazzo».

Lo definisce così un giornale clandestino di Budapest, per come sfidava le pallottole e per una scheggia di granata che si era beccato nella spalla. E un po' «pazzo» lo era davvero, sempre, nonostante tutto, fosse nello Zaire infestato dalla malaria, in Vietnam o in Siberia a 50 gradi sotto zero. Ma probabilmente le sue radici di montanaro veneto lo proteggevano e la pelle l'ha sempre portata a casa.

Mario De Biasi era ironico, sorridente, attivissimo, anche consapevole di aver lasciato una traccia importante nella storia della fotografia italiana. Ogni tanto parlava di sé in terza persona e non si capiva bene se faceva sul serio o ti prendeva in giro. In qualche modo se lo poteva permettere. Una delle sue foto più celebri divenne l'immagine simbolo di una mostra storica del 1994, curata da Germano Celant al Guggenheim di New York.

Si trattava di «The Italian Metamorphosis, 1943-1968»: il manifesto ufficiale della manifestazione era l'immagine di spalle di una prosperosa, giovane e sconosciuta Moira Orfei sotto lo sguardo divertito e carico di desiderio di un gruppo di ragazzi. Il titolo aveva un carattere identitario, quasi antropologico: «Gli italiani si voltano», ma benché la foto fosse dichiaratamente costruita, raccontava perfettamente l'Italia di quella stagione con tanta voglia di rinascita. Correva l'anno 1954.

Non è un caso che la sua foto più amata sia proprio questa. Mario De Biasi, anche quando era inviato sui teatri di guerra, aveva un profondo senso estetico, costruiva le immagini dentro i codici di un equilibrio formale sempre molto rigoroso. Il suo amore per la storia dell'arte lo portò a esplorare tecniche personali alla ricerca di colori e nuovi linguaggi, sfiorando con la fotografia anche l'arte informale.

Milano gli rese omaggio conferendogli «L'Ambrogino d'oro». E in effetti pochi come lui hanno raccontato la città dichiarandole, con gli scatti, tutto il suo incondizionato amore. Fu narratore anche del mondo delle dive e dell'arte: bellissimi i suoi ritratti di Marlene Dietrich, di Brigitte Bardot, di Dino Buzzati, di Sophia Loren.

«La macchina fotografica - scrisse l'amico Bruno Munari - fa parte della sua anatomia, come il naso e le orecchie». Era davvero così. Anche poco tempo fa chi lo incontrava alle inaugurazioni delle mostre d'arte o fotografia lo vedeva con la sua macchina al collo. Detestava le cravatte, vestiva con il vezzo dell'artista: camicie a scacchi, gilet, cravattino texano che non abbandonava mai. In fondo, quelle due stringhe, tenute insieme da un prezioso fermaglio d'osso o di metallo intarsiato, sono state solo il simbolo del suo insopprimibile desiderio di restare, nel nome dell'arte e della fotografia, un eterno, gioioso ragazzo. Ma soprattutto un uomo libero.

 

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