"E' UNA PASQUA DI DIMISSIONE: L’UNICO CHE RESISTE E’ NICOLA COLABIANCHI" – MATTIOLI AL VELENO SUL SOVRINTENDENTE DELLA FENICE, IN QUOTA FRATELLI D'ITALIA, CHE HA NOMINATO BEATRICE VENEZI DIRETTRICE MUSICALE DEL TEATRONE, ED E' STATO RIBATTEZZATO “FENTANYL": “NON VEDE E NON SENTE; PURTROPPO OGNI TANTO PARLA. E’ BERSAGLIO DI UNA CONTESTAZIONE CONTINUA. DOPO IL CONCERTO DEL VENERDI’ SANTO IN CUI IL PUBBLICO HA CHIESTO LE SUE DIMISSIONI, SI È FATTO INTERVISTARE DAL 'GAZZETTINO' AMICO PER DIRE CHE LA MANIFESTAZIONE È “UNA PAGLIACCIATA”, CHE SI TRATTA DI UNA MANOVRA POLITICA, CHE LUI “NON HA ALCUNA INTENZIONE DI DIMETTERSI”. DIMISSIONI SÌ, MA DALLA REALTÀ. I LAVORATORI DEL SUO TEATRO, GLI SPETTATORI, TUTTA LA CITTÀ VOGLIONO CHE SE NE VADA? E LUI RESTA INCOLLATO ALLA SUA POLTRONA VENEZIANA. A QUESTO PUNTO, NON POTENDO CAMBIARE SOVRINTENDENTE, CAMBIATEGLI ALMENO SOPRANNOME: DA FENTANYL A VINAVIL” – VIDEO
Alberto Mattioli per la Stampa - Estratti
Pasqua di Resurrezione e anche di Dimissione. Ultimamente, l'Italia riscopre un istituto antico e desueto, la rinuncia alla poltrona.
E tuttavia, perfino alcuni noti inamovibili si sono dovuti rassegnare a rassegnare le dimissioni, vedi Daniela Santanchè o Gabriele Gravina, rispettivamente recordwoman e recordman di resistenza. Per le strade dei Palazzi dovrebbe comparire un nuovo cartello: attenzione, rotolano teste (che non siano sempre pienissime non fa differenza).
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contestazione a nicola colabianchi la fenice
In tutto questo, è quindi da segnalare l'eccezione che conferma la regola, un caso di attaccamento alla carica contro ogni evidenza e decenza che diventerà sicuramente il luminoso riferimento futuro per tutti i poltronari d'Italia.
Si tratta del sovrintendente e direttore artistico della Fenice di Venezia, Nicola Colabianchi, in quota Fratelli d'Italia. Si sa che uno dei più recenti fardelli d'Italia è la vicenda che lo vede protagonista. È lui che, eseguendo ordini superiori, ha nominato Beatrice Venezi direttrice musicale del glorioso teatrone, una decisione formalmente legittima ma palesemente insensata nel merito e indecente nel metodo. La querelle è ben nota ai nostri lettori.
Da quando è iniziata, Colabianchi è stato sfiduciato dai lavoratori del suo teatro, biasimato da quattro ex sindaci della città, fischiato dai veneziani che sono scesi in piazza, abbandonato da uno dei consiglieri d'amministrazione con rimostranze pesantissime e implicitamente criticato perfino dalla stessa Venezi che ha dichiarato che «la Fenice è in mano ai sindacati». Eppure, resta dov'è.
L'"eroe", come lo definì in una memorabile occasione il suo sponsor, l'ex sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, adotta una tecnica straordinaria, quella di fare finta di nulla. Per questo, in teatro l'hanno ribattezzato "Fentanyl", come l'analgesico ottanta volte più potente della morfina. Non vede e non sente; in compenso, purtroppo ogni tanto parla. E se ne esce con surreali interviste come quella rilasciata proprio a La Stampa dove spiegava serafico che non è lui a doversene andare dalla Fenice, ma tutti gli altri. Del resto, ha 215 mila buone ragioni annue per restare.
Ovvio che, più ancora di Venezi che alla Fenice non si è ancora fatta vedere ed è improbabile che mai si vedrà, sia diventato Colabianchi il bersaglio di una contestazione continua. Non c'è recita o concerto in cui non venga sbeffeggiato. Però mai, a memoria di melomane di lungo corso, si è vista una scena come quella di venerdì (davvero santo) alla Fenice per un concerto di musica sacra.
contestazione a nicola colabianchi la fenice
Già quando sono saliti sul palco Orchestra e Coro con all'occhiello la spilletta gialla simbolo della resistenza (subito diventata l'accessorio più ricercato della stagione 25-26 in tutti i teatri italiani, ne sono già state distribuite 12 mila) si è scatenata un'ovazione del tutto irrituale. Poi, nell'attimo di silenzio che precede l'ingresso del direttore, una voce ha strillato (con proiezione notevole, fra l'altro): «Colabianchi, dimettiti!».
Al che è partito un applauso anche più lungo e intenso, mentre il pubblico, tutto, scandiva in coro ritmato «Di-mis-sio-ni, di-mis-sioni!» e dalle gallerie planavano i volantini del Comitato Fenice Viva. Poi la stessa voce ha urlato: «Viva l'Orchestra, viva il Coro!» ed è stata nuovamente apoteosi, fra grida di «Duri i banchi!» come sulle galee della Serenissima. Sembrava, anzi sembra perché ovviamente il video c'è e impazza in rete, una scena di Senso di Visconti, con i veneziani di ieri che alla vigilia della guerra del 1866 riempiono la Fenice di volantini tricolori, mentre una donna grida: «Fuori lo straniero da Venezia!» centrando un ufficiale austriaco con un bouquet verde, bianco e rosso.
E non si può che ammirare questi veneziani di oggi che, matti e indomiti, difendono il teatro, la storia e la gloria della loro città dalla protervia del potere.
A questo punto, pensano gli ingenui, Colabianchi avrà lasciato. Macché. Si è fatto intervistare dal Gazzettino amico per dire che la manifestazione è «una manfrina», anzi «una pagliacciata», che si tratta di una manovra politica, che lui «non ha alcuna intenzione di dimettersi» e che è «sereno». Dimissioni sì, ma dalla realtà. I lavoratori del suo teatro, gli abbonati, gli spettatori, tutta la città vogliono che se ne vada? E lui resta incollato alla sua poltrona veneziana.
Più che sereno, serenissimo. A questo punto, non potendo cambiare sovrintendente, cambiategli almeno soprannome: da Fentanyl a Vinavil.





