MAVATTELAPIJÀ! – NEL NUOVO, SPASSOSO LIBRO DI FILIPPO CECCARELLI, ‘’COME UN GUFO TRA LE ROVINE’’, NON È PIÙ LA SOLITA REALTÀ CHE SUPERA LA FANTASIA. QUESTA È LA REALTÀ CHE ANTICIPA SE STESSA - NON C’È BISOGNO DI FARE CARICATURE DI MONTI, BASTA IL FRAMMENTO NEL QUALE MONTI FA L’IMITAZIONE DI CROZZA CHE IMITA MONTI - NON SERVONO AUTORI DI GAG PER BERLUSCONI CHE ANDÒ AL PARTY DI NOEMI LETIZIA NEL PIENO DELL’INFLUENZA SUINA, OSPITE DEL PADRE ADDETTO ALLA FOGNE DI NAPOLI…

1 - LE ROVINE DELLA REPUBBLICA, SCENE DA TRAGICOMMEDIA ALL'ITALIANA
Vittorio Zucconi per "la Repubblica"

Filippo Ceccarelli ha la perfidia tranquilla del romano timido, una specie non numerosissima. Non potendo, per natura, per genealogia, per buona educazione sfogare il proprio sbigottimento verso l'Urbe e l'Italia di oggi nella consueta panoplia di
tàccitua, di tepozzino, di mavattelapijà, Filippo con quella sua ingannevole aria sempre un po' stupita si dedica a un'arte molto più crudele dell'invettiva da curva. Inchioda i potenti e i famosi alla più implacabile delle croci: a loro stessi, alle loro azioni e alle loro parole, raccogliendo le bricioline lasciate dai nostri insopportabili Pollicini lungo il loro cammino.

In una nazione di mangiatori di loto come la nostra, dove autorevoli personalità possono impunemente sconfessare al martedì quello che hanno garantito al lunedì e sanno di poter contare sulla complice amnesia di quella televisione che ha il terrore delle proprie videoteche, fare quello che da anni fa, a Panorama, alla Stampa e ora a Repubblica è
il massimo dell'efferatezza.

Si offenderebbe, Filippo, se dicessi che è un giornalista di satira, che vuole farci sorridere, o ridere, anche se ci riesce benissimo, perché satira e umorismo sono impastate di caricatura, fabbricate con la decomposizione e ricomposizione artificiale della realtà, come le barzellette.

Filippo l'Efferato invece semplicemente, e timidamente, raccoglie i frammenti che esistono senza dare giudizi, senza moralismi né morale, perché non servono, perché detraggono e non aggiungono nulla all'orrore. Quando si ha la fortuna (allarme ironia) di vivere in una nazione nella quale il Presidente del Consiglio dei Ministri s'intrattiene nell'intimità dl proprio privé con un polposa minorenne priva di documenti e poi ottiene dalla Camera dei deputati della Repubblica Italiana la certificazione che ella fosse la nipote di un despota nordafricano, farci sopra satira è sacrilegio.

Come cercare di ritoccare lo Sposalizio della Vergine, anche se mi rendo conto che la similitudine non calza del tutto. Ma in questo suo ultimo libro, ‘'Come un gufo tra le rovine'' pubblicato da Feltrinelli, Filippo Franti in Ceccarelli, l'Infame che osa ridere nei banchi in fondo, fa qualcosa di meno, dunque molto di più, di quanto avesse fatto in altri libri che vorrei chiamare di cult, se non fosse anche questa una parola ormai putrefatta, Il Letto e il Potere e Lo Stomaco della Repubblica.

In quelli Ceccarelli aveva sentito l'imperativo dello scrittore qual è di cucire insieme tutte le pezze del potere italiano e costruirci un quilt, una coperta. Credo che volesse, o sperasse, un po' come noi tutti che viviamo la polverizzazione ossessiva del giornalismo ormai
Instant e solubile, che l'insieme desse almeno un senso al nonsenso, una logica alla demenza.

Che ci fosse, per usare Shakespeare, almeno «metodo nella loro follia». Sono libri che osai proporre come testi nei miei corsi per master e dottorato in italiano presso una raffinata università americana, il Middlebury College, sollevando l'indignazione dell'austero rettore tedesco e l'entusiasmo dei giovani. Anzi, dei "ggiovani". Che capirono, grazie a lui, come Mara Carfagna spiegasse l'Italia della prima decade 2000 più di una intera facoltà di sociologia.

Nel Gufo fa di peggio. Con la cura di un operatore ecologico (mi perdoni la correttezza politica) da Central Park di Manhattan o da una Disneyland dopo la chiusura ai turisti, Ceccarelli si muove tra gli «atri muscosi e i fori cadenti» della cronaca italiana contemporanea cercando, perché sospetto che sia buono o almeno così pensa Elena Polidori, sua moglie e collega, di pulire riciclando ‘a monnezza.

Non giudica e non incinera. Differenzia per genere, con lo scrupolo e la diligenza del nonno Giuseppe, in arte "Ceccarius", scrittore e cultore di storie e storia di Roma. Rinuncia a ogni speranza di dare un senso a quei pezzetti di carta, a quei sacchetti vuoti, a quegli stracci che infilza con il bastone a punta. Il minimalismo di questo libro, che mi ha ricordato il delizioso La Foire aux cancres di Jean Charles con gli sfondoni di scolari o lo Scusatemi ho il paté d'animo di Guido Quaranta con gli strafalcioni dei rudi deputati da Prima Repubblica, è micidiale.

Non c'è bisogno di fare caricature di Mario Monti, basta recuperare il ritaglio di giornale, o il frammento ripescato dalla Rete, nel quale Monti fa l'imitazione di Crozza che imita Monti. Lasciate che i vanesi si crocefiggano da soli.

Non servono autori di gag quando si ritrova la notizia che Berlusconi andò alla festicciuola di Noemi Letizia nel pieno dell'influenza suina, ospite del padre addetto alla fogne di Napoli. A che serve uno sceneggiatore da commedia all'italiana anni Sessanta quando le cronache riportano che il sindaco Alemanno, già martello del clandestino, viene tamponato in via Merulana (la via gaddiana del Pasticciaccio brutto). Naturalmente da un'auto pilotata da un immigrato cinese senza documenti. Chi meglio avrebbe potuto riassumere il viaggio del governo insediato nel 2008, già sull'orlo del leggendario precipizio, di quel commentatore del Foglio che lo battezzò così: «Sarà il governo del Buonumore». E infatti sai le risate.

Nei frammenti si leggono condanne e miserie, sgambetti e presagi del destino, come il piccolo incidente che turbò una festa tribale della Lega Nord pochi mesi prima dei Belsito, del Trota, del miserevole "unhappy ending" del Cerchio Magico. Da Repubblica.it (26/6/11): «Tiro alla fune alla festa della Lega, la corda si spezza sul Ticino. Il cavo teso attraverso il fiume ha ceduto facendo cadere tutti i lombardi. Sono una trentina, i contusi e due le sospette fratture fra i militanti leghisti».

Non è più la solita realtà che supera la fantasia, da periodici d'altri tempi. Questa è la realtà che anticipa se stessa. Nella Pompei italiana entro la quale ci è dato vivere, ai piedi di un vulcano che sembra sul punto di eruttare e di inghiottirci (a proposito, dopo il crollo della Casa del gladiatore, che suscita indignazioni benpensanti, puntualmente crolla anche il muro della Casa del moralista, non ce n'è proprio per nessuno) Filippo Ceccarelli scrive un libro che è archeologia del presente, tragicamente spassoso.

È impossibile non sorridere, di loro e dunque di noi, ricordando, come invita a fare la citazione shakespeariana messa in distico all'inizio: «Oh, potesse la memoria, tornando indietro». Ma se ci saranno, come spero, molte edizioni di questo libro, suggerisco a Filippo Ceccarelli un'altra citazione, questa presa dal Macbeth: «There's daggers in men's smiles». Ci sono pugnali nei sorrisi degli uomini.


2 - CHE SPAVENTO QUEL PAGLIACCIO NELLA NOTTE
Brano tratto dal libro di Filippo Ceccarelli "Come un gufo tra le rovine"

Chi passa la vita al tavolino, trafitto dalla lucetta dello schermo, o anche intento a leggere, scrivere, ritagliare e classificare carte, insomma, è possibile che alla lunga diventi un po' strano, e magari gli capitino fra i piedi, letteralmente, carte ancora più strane.

Così una notte d'inverno, uscendo dal giornale e camminando a occhi bassi lungo il percorso che da largo Fochetti mi porta al garage, per l'esattezza in quell'accenno di giardinetti d'oleandri che rasenta la Circonvallazione Ostiense, con atterrita meraviglia ho notato per terra una carta da gioco, e sopra c'era riprodotto un pagliaccio.

Incontro fatale. Avevo appena scritto un articolo sulle possibili relazioni tra la crisi incombente e i maghi, il destino del governo e gli oracoli, la conclusione di un ciclo politico e l'astrologia, e per quanto a quell'ora fossi abbastanza rintronato, e anche discretamente affamato, mi trovavo nella condizione di massima ricettività psico-emotiva dinanzi a quel pagliaccio sgualcito e terrificante.

Da qualche tempo, in realtà, con pensieri, parole, letture e altre curiose indagini stavo appresso ai pagliacci. E ai presagi. O meglio. Per quanto continuassi a guardare alle faccende del potere attraverso le tradizionali categorie d'osservazione del giornalismo di Palazzo, ciò che accadeva in Italia aveva sospinto la mia attenzione verso orizzonti piuttosto misteriosi dell'immaginario.

Era scattato qualcosa nel cuore del potere. Una molla comica e dissennata, un dispositivo disperatamente umoristico dietro cui si indovinava una premonizione, e nemmeno delle più spensierate. I leader politici, a cominciare dal più importante, mi sembravano impazziti dalla voglia di fare i buffoni. Ridevano, magnavano, cantavano, ballavano, si accompagnavano alle peggiori compagnie, insomma non perdevano un colpo per strappare qualche risata...

Avevo anche il sospetto di esserne toccato io per primo: ogni volta che si passava il limite ero colto da una specie di eccitazione ridanciana, ma in essa avvertivo il senso della fine, e anche qualcosa di peggio. Un frullo d'ali perturbante, due grandi occhi gialli, immobili, di fuoco. Il gufo, d'altra parte, gufa. Ma se i clown non avvertono l'arrivo del cataclisma, e anzi lo favoriscono, non è certo colpa di questa bestiola.

 

COPERTINA DEL LIBRO DI FILIPPO CECCARELLI _COME UN GUFO TRA LE ROVINEFILIPPO CECCARELLI Mara Carfagna Le foto di Roberta e Noemi a Villa Certosa gianni alemanno MARIO MONTI LEGGE RESTART ITALIA crozza-berlusconicrozza lib28 elena polidori filippo ceccarelli ezio mauro

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