1.‘’MEA VULVA! MEA MAXIMA VULVA’’! QUESTO MERAVIGLIOSO “NYMPHOMANIAC” E’ UN LUNGO VIAGGIO NELLE OSCURITÀ DEL CORPO E DELLA MENTE (“RIEMPI TUTTI I MIEI BUCHI…”) 2. “IL FILM DEVE ESSERE COME UN SASSO IN UNA SCARPA”, HA DETTO LARS VON TRIER. BEH, QUI DI SASSI NE TROVIAMO PARECCHI. E TUTTO SI GIOCA SEMPRE SUL NEGARE E DEVIARE 3. LA STORIA DI UNA NINFOMANE COME PRETESTO PER RECUPERARE UN PO’ DI SADE RIVISTO DA JESUS FRANCO, UN PO’ DI EDGAR ALLAN POE IN VERSIONE ROGER CORMAN, QUALCHE VECCHIO PORNO ANNI ’70. MA SOPRATTUTTO “BORN TO BE WILD” DEGLI STEPPENWOLF, GIÀ COLONNA SONORA DI “EASY RIDER” NEL 1968, E IL “VALZER N.2” DI DMITRI SHOSTAKOVICH, GIÀ USATO DA KUBRICK PER “EYES WIDE SHUT”. E CHIUDETE GLI OCCHI PER DUE MINUTI. A SUO MODO, MALGRADO TUTTE LE SCOPATE E I GRANDI PRIMI PIANI DI GENITALI, “NYMPHOMANIAC” È A TRATTI MOLTO DIVERTENTE, IRONICO, CON SCENE DA ANTOLOGIA (5 VIDEO)

1. VIDEO - "NYMPHOMANIAC" TRAILER NUMERO 1

Nymphomaniac Official Trailer from Zentropa on Vimeo.

 


2. VIDEO - "NYMPHOMANIAC" TRAILER NUMERO 1

Nymphomaniac Trailer #2 from Ira Fundafunda on Vimeo.

 


3. VIDEO - "NYMPHOMANIAC" APPETIZER - CAPITOLO 5

Nymphomaniac appetizer - Chapter 5: The Little Organ School from Zentropa on Vimeo.

 


4. VIDEO - "NYMPHOMANIAC" APPETIZER - CAPITOLO 6

Nymphomaniac appetizer - Chapter 6: The Eastern and the Western Church (The Silent Duck) from Zentropa on Vimeo.

 


5. VIDEO - "NYMPHOMANIAC" APPETIZER - CAPITOLO 7

Nymphomaniac appetizer - Chapter 7: The Mirror from Zentropa on Vimeo.

 


Nymphomaniac I di Lars Von Trier

Marco Giusti per Dagospia

Mea vulva! Mea maxima vulva! Preparatevi. Recuperate le letture del liceo, un po' di Sade rivisto da Jesus Franco, un po' di Edgar Allan Poe, anche "La caduta della casa degli Usher" in versione Roger Corman, "La bellissima Dorothea" di Peter Fleischmann con Anna Henkel, rivedetevi qualche vecchio porno anni '70. Ma soprattutto risentitevi "Born To Be Wild" degli Steppenwolf, già colonna sonora di "Easy Rider" nel 1968, e il "Valzer n.2" di Dmitri Shostakovich, già usato dal defunto Stanley Kubrick per "Eyes Wide Shut".

E documentatevi sull'Orgelbüchlein di Bach, grandiosa opera non finita pensata nel 1717 come guida all'uso dei pedali nell'organo e progetto polifonico. E chiudete gli occhi per due minuti, come ti obbliga, come fosse un film erotico di Joao Cesar Monteiro o la preparazione a un lungo viaggio nelle oscurità del corpo e della mente ("Riempi tutti i miei buchi..."), il grande inizio di questo meraviglioso "Nymphomaniac I", di Lars Von Trier, primo assaggio dell'ultima parte della sua Trilogia della Depressione, iniziata con "Antichrist" e proseguita con il capolavoro "Melancholia". Tutti interpretati da Charlotte Gainsbourg. Ovviamente.

Film duri, sgradevoli, ossessivi, per inciso mai capiti da Paolo Mereghetti e dai nostri critici (certo...), che hanno costruito nel bene e nel male il mito di Lars Von Trier. Che si può permettere di costruire sull'idea della polifonia e su Bach una serie di scopate della sua protagonista, di chiedere a una star come Shia Le Beouf le dimensioni del suo pene per ottenere il ruolo nel film (lui gli ha mandato un video privato dove scopa con la fidanzata), di sostituire Nicole Kidman con Uma Thurman per una delle scene più importanti del film, di farci ridere dove dovremmo essere disturbati, di portarci verso una qualche umanità della sua protagonista e di negarla brutalmente sul più bello, di essere trasparente e impenetrabile al tempo stesso, distante e vicinissimo al suo oggetto di studio, ebreo e non ebreo come il suo protagonista Steligman, ebreo non circonciso, di spostarci continuamente il punto di vista del suo racconto.

Chi guarda? Chi racconta davvero? Qual è la verità? Jo, Charlotte Gainsbourg, sanguinante a terra in un vicolo, viene soccorsa dal più anziano Steligman, Stellan Skarsgard, che la porta a casa e la cura, offrendole del tè e del dolce. In cambio lei gli racconta la sua lunga storia di ninfomane, da quando era piccolissima a oggi. Ma ogni capitolo della storia è come impostato da Steligman seguendo una sorta di percorso da metteur en scene.

Così un capitolo delle sue avventure di ragazzina, interpretata dalla strepitosa Stacy Martin, è costruita sulla pesca con la mosca, la femminilità di mettere accanto a un cornetto una forchetta da dolci fa partire la storia d'amore con Jerome, cioè Shia Le Beouf, l'agonia del padre, Christian Slater, è introdotta dalle pagine del celebre "La caduta della Casa degli Usher" di Edgar Allan Poe, la presa di coscienza del suo non sentire nulla, della sua sordità rispetto al sesso, dei suo rapporti non conclusi, sull'altrettanto non compiuto "Orgelbüchlein" di Bach.

Lars Von Trier costruisce lui stesso delle trappole per i suoi attori e per i suoi spettatori che andranno rispettate per la costruzione del racconto e l'esplosione di sentimenti. L'oggetto del racconto è tutto e il contrario di tutto, il sesso, l'amore, la vita, la morte, la famiglia, i rapporti uomo-donna, la crisi della società occidentale, ma anche il puro divertimento del raccontare seguendo delle regole a sorpresa, come la pesca.

Jo e Steligman non sono solo la narratrice e l'ascoltatore, sono anche i testimoni del viaggio che si sta mettendo in scena, i nostri occhi sul mondo. Il fatto che la Jo che vediamo sullo schermo non sia, almeno nella prima parte del film, la Jo che racconta, ma questa incredibile ragazzina, Stacy Martin, del tutto inedita per lo schermo, più simile a una giovane Jane Birkin che a una giovane Charlotte Gainsbourg, e riesce a trasmetterci una grazia verginale facendo cose terribili, rende ancora di più distante da noi il racconto dai raccontatori.

Ovvio che ci sia un po' di "Decameron" o di "Canterbury Tales" nel film, come se solo ora ci rendessimo conta di cosa abbia voluto dire chiudere un secolo come il ‘900 e i reduci, feriti e solitari, ne raccontassero un po' le malattie (sarà questo il tema anche della versione de "Lo cunto de li cunti" in mano a Matteo Garrone), ma c'è anche, forse casualmente, qualcosa di "Kill Bill".

Un po' perché il film è diviso in capitoli dove Jo deve fare i conti col proprio passato, che sta rimettendo in scena, un po' perché il viaggio verso l'oscurità ha in fondo lo stesso percorso narrativo, la stessa costruzione, che dovrà a un certo punto esplodere e offrire alla sua protagonista una qualche grazia, un qualche rispetto di se stessa.

Jo cerca da Steligman, cattolicamente, il perdono? Si limita alla confessione? Vuole ritrovare un rapporto paterno? O è solo un meccanismo narrativo per incastrare le ossessioni del regista, il suo girare attorno all'odio per la banalità del cinema, della vita, che lo rendono una specie di recluso, di ebreo-non ebreo, di beffardo moralizzatore di qualsiasi ovvietà.

A suo modo, malgrado tutte le scopate e i grandi primi piani di genitali, "Nymphomaniac" è a tratti molto divertente, ironico, anche se tutto si gioca sempre sul negare, deviare dal punto che si è appena indicato. Jo odia la madre e ama il padre? Forse, ma questo non le impedisce di farsi scopare nell'ospedale dove lui sta spirando, di bagnarsi quando lui muore, di negare pure quest'amore.

"Il film deve essere come un sasso in una scarpa", ha detto Lars Von Trier. Beh, qui di sassi ne troviamo parecchi. Non si capisce fino in fondo l'ossessione per le scene di sesso esplicito. Inoltre, come ben sappiamo, non le fanno gli attori, ma degli specialisti, ripresi a parte, che avranno i loro attributi scontornati e applicati digitalmente al posto degli attributi degli attori.

Così il pisello di Shia Le Beouf che vediamo in primo piano non è quello suo, ma di uno specialista del porno. E Stacy Martin non fa nessun pompino sulla scena, come vediamo nel film. Ma l'effetto è come se lo facesse davvero. Questo, magari, crea ancor più distanza fra la Jo che racconta e la Jo che agisce sulla scena, mentre la schermo si riempie davvero come una polifonia.

Quella che vedremo in Italia, come in Francia o in Germania, è la versione presentata al Festival di Berlino di 118 minuti, che ha delle scene hard, ma non è quello estesa e completa che vuole il regista di 145 minuti. Anche la seconda parte, che vedremo sempre in aprile, sarà quella tagliata di un paio d'ore. Solo a maggio, sembra, vedremo in un'unica maratona il film nell'edizione integrale di cinque ore e mezzo, quindi con un'ora e mezzo in più di scene tagliate.

Anche con i tagli la versione che abbiamo visto di "Nymphomaniac I" magari non è all'altezza della grandiosità di "Melancholia", ma è qualcosa di assolutamente imperdibile. E' un film che non riesci a comprendere mai del tutto, ma che ti affascina totalmente, con continui cambi d'umore e di prospettive. La grande scena con Uma Thurman nel ruolo della signora K, la moglie che uno stupido marito ha lasciato perché innamorato di Jo e che si presenta a casa di lei con i tre figlioletti per far loro vedere il letto dove scopava loro padre è da antologia.

Inoltre è l'unica lezione che un adulto impartisce a una Jo totalmente muta, a una Jo che sappiamo aver problemi irrisolti con la madre, che detesta, che gioca a solitario dandole le spalle. Ma tutto questo non diventa mai bassa psicologia da cinema di papà, quella è la prima cosa che Lars Von Trier cerca di evitare, preferendo ovviamente le tecniche dell'hard a quelle del cinema d'autore, preferendo confonderci con i racconti sulla pesca con la mosca alle bassezze del cinema post-bergmaniano. Ne riparleremo.

Non mi resta che segnalare la presenza di Udo Kier come cameriere e l'incredibile scoperta di Stacy Martin come la piccola Jo che ruba la scena a chiunque. Incantevole. E grande uso di "Born To Be Wild" degli Steppenwolf. In sala dal 3 aprile.

 

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