QUANDO LA RAI AVEVA STILE – DA MINA ALLE TUTINE DELLA CARRÀ, 60 ANNI DI MODA IN TV - BERNABEI: ‘L’ELEGANZA È DIVERTIMENTO MA ANCHE EDUCAZIONE’ – ARBORE IN GILET: ‘MI PIACEVANO VARIOPINTI, SBERLUCCICANTI’

1 - STILE DA SOUBRETTE 60 ANNI DI MODA IN TV
Laura Laurenzi per "la Repubblica"

L'impresa era titanica: condensare in un libro 60 anni di moda & Rai. Fare un viaggio all'indietro nel tempo fra archivi, sartorie, collezioni a caccia degli abiti, in certi casi dei costumi, indossati dalle nostre star ma anche da anonime ballerine di fila. Dal bianco e nero al colore, da Carosello a Studio Uno, da Fantastico al Festival di Sanremo:

l'ombelico nudo per il Tuca tuca di Raffaella Carrà e i pagliaccetti di pannolenci delle Ragazze Coccodè, le calze spesse e nere con cui furono censurate le gambe delle Kessler e i legging in technicolor per le spaccate di Heather Parisi. Come la vesto? Cosa le metto? Costumisti, sarti, registi raccontano gli abiti, le pruderie, l'audacia, i lustrini della tivù di Stato attraverso foto rare, disegni d'autore, bozzetti e ricordi di primissima mano.

Si intitola "La TV alla moda, stile e star nella storia della Rai" (Eri) il libro-feticcio cui Fabiana Giacomotti ha lavorato per oltre due anni andando a bussare a molte porte, in primis a quella di Franca Valeri, che firma l'introduzione, e a quella di Ettore Bernabei, direttore generale fra il ‘61 al ‘74, grosso modo dall'anno di Giardino d'inverno a quello di Milleluci.

Archiviato il Dadaumpa, Bernabei riassume: "L'eleganza è divertimento. Ma anche educazione". Si comincia dagli albori, dal pre-boom, da Bianca Maria Piccinino e da Vetrine, da Fernanda Gattinoni che precorre i tempi e veste la valletta di Lascia o Raddoppia Edy Campagnoli, dagli abiti del marchese Emilio Pucci presentati in studio dal conte Nuvoletti, da Jole Veneziani che abbiglia una molto sexy Franca Rame.

Ma è con l'affermarsi del made in Italy che le dive del piccolo schermo cercano un contatto diretto con i sarti. Mina ha una capacità rabdomantica nell'individuare nuovi stili che la valorizzino: la scelta cade su Marucelli, Sarli, Ken Scott, Krizia, Schön. La Vanoni si orienta su Albini, poi su Versace, Patty Pravo su Ysl e Valentino. Indossa un Valentino anche la Cinquetti la sera in cui vince Canzonissima.

Negli anni 80 la moda ha bisogno della tivù e viceversa. Gli stilisti vanno a Domenica in
e diventano opinionisti; Pippo Baudo li celebra a Serata d'onore; il kolossal Donna sotto le stelle è la sfilata da non perdere. Nasce la moda spettacolo, che finirà per autodivorarsi.

Ma i veri protagonisti di questo libro sono i grandi costumisti che hanno lavorato per la Rai, è l'interscambio fra ciascuno di loro e gli stilisti del made in Italy. Il più grande, Corrado Colabucci, che costruì la prima immagine della Carrà, di Loretta Goggi, di Lola Falana.

E poi Piero Gherardi, due volte premio Oscar e costumista di Fellini, autore degli abiti stupefacenti e arditi indossati da Mina nei Caroselli della pasta Barilla, annata 1967. La sperimentatrice inquieta Gianna Sgarbossa, costumista del controverso e scandaloso Stryx: nei bozzetti si ispirò al Giardino delle Delizie di Bosch. E almeno altri dieci costumisti, ognuno dei quali ha lasciato con la sua firma un'impronta speciale.

2 - RENZO ARBORE: "CHE RIVOLUZIONE I MIEI GILET SBERLUCCICANTI"
Silvia Luperini per "la Repubblica"

I completi da sartoria, la divisa da ammiraglio, il drappo a stelle e strisce delle Sorelle Bandiera, Mario Marenco con fiocco e grembiulino, le tenute-scultura delle ragazze Coccodé: la tv firmata Renzo Arbore ha lasciato un segno nella storia del costume italiano. «Con Gabriella Pera, abbiamo inventato uno stile originale», si entusiasma il conduttore, al telefono dal Festival di Sanremo.

«Nel talk show che conducevo nel '69, Speciale per voi, in piena contestazione, mi ero fatto preparare da Osvaldo Testa abiti eleganti che indossavo con camicia e cravatta. Ho scoperto poi che uno degli stilisti nella bottega dei fratelli Testa era un giovane Giorgio Armani».

Fin dagli esordi, quando il costume era pensato quasi esclusivamente per le donne, e lungo tutta la sua carriera, Arbore ha saputo crearsi un genere ben definito.

Negli anni 70, per L'altra domenica, adotta per la prima volta un'aria casual, con il collo di camicie colorate e bizzarre che spunta fuori dal pullover: «Me le portava Stefano Casiraghi.

All'epoca aveva un'azienda tessile ed era fidanzato con una valletta di Corrado». Dopo la serata di celebrazione per i Sessant'anni della radio con doppiopetto bianco déco in una scenografia a tinte forti ispirata al gruppo Memphis di Ettore Sottsass, in Quelli della notte,
Arbore fa trionfare un capo in disuso: il gilet: «Mi piacevano variopinti, curiosi, sberluccicanti", sempre diversi e sorprendenti. Me li mandavano anche i fan e quello con la mezza luna lo conservo ancora. Ne ho persino ricevuto uno in regalo dalla Camera della moda con i bottoni in diamanti: il loro modo di ringraziarmi per aver rilanciato il gilet».

Fino all'apoteosi, all'invenzione, al gioco e all'ironia di Indietro tutta (1987-1988) condotto in divisa da ammiraglio: «Oggi gli abiti delle Ragazze Coccodè sono esposti nei musei, è stata una delle trovate più preziose della storia della televisione. Quelle mise non erano volgari, ironizzavano sullo sfruttamento delle donne nella nuova logica della tv commerciale.

E poi c'erano le giacche di Nino Frassica, parodia del presentatore. Mi chiamò un grande come Umberto Tirelli e mi disse: "Ma chi è quel genio che ha creato quei capi meravigliosi? Sono divini". E io: "Ma no, maestro...", poi gli feci conoscere Gabriella Pera e legarono».

Indietro Tutta, è stata la prima vera trasmissione in costume. Poi la tv non è più stata la stessa. E quell'ironia è diventata cliché.

 

 

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