COM’ERAVAMO COMUNISTI - MUGHINI IN GLORIA DI MIRIAM MAFAI: “ERA UNA COMUNISTA TUTTA D’UN PEZZO CHE NON ERA PIÙ COMUNISTA, GIORNALISTA DELLE PIÙ ACUTE AI TEMPI IN CUI LA POLITICA DEI PARTITI ERA UNA COSA SERIA, E DOVEVI SCRIVERE E RAGIONARE DI UGO LA MALFA, DI RICCARDO LOMBARDI, DI ENRICO BERLINGUER, MAGARI DI PIETRO SECCHIA, NON DEL TROTA O DI SCILIPOTI, O DELLA CATERVA DI PARLAMENTARI INQUISITI E SOTTO ACCUSA”…

Giampiero Mughini per "Libero"

A dire di Miriam Mafai, che abitava a Monteverde non lontano da casa mia e che è morta ieri all'età di 86 anni, non so da dove cominciare. Perché Miriam era tante cose, era troppo di tutto. Era un'ebrea e un'italiana e una romana, tre valenze che in lei erano tutte e tre molto spiccate. Era una comunista tutta d'un pezzo che non era più comunista, una donna assieme fortissima e soffice, un'amica leale.

Era innanzitutto una donna che rideva, quel suo riso che a un certo punto della conversazione squillava e si impennava: un riso dov'erano commiste l'intelligenza, l'autoironia, l'esperienza della vita e del suo dolore. Un riso di cui mi ricordo fin dalle prime volte che l'avevo incontrata. A metà degli anni Settanta, io più o meno un giovinastro che debuttava nel mestiere di giornalista a Paese Sera, lei una delle firme di punta di quel grande quotidiano da dove poi passò alla Repubblica fin dalla sua nascita.

NATALI IMPORTANTI
Se vi piace l'arte italiana del Novecento, prima o poi vi imbatterete in una mostra dove spicca la gran testa di marmo di una bambina che sta dormendo. L'aveva scolpita la madre di Miriam, Antonietta Raphaël Mafai, l'ebrea lituana arrivata trentenne nella Roma degli anni Venti ad accendere il talento e il cammino dei giovani pittori della cosiddetta «scuola romana».

Figlia di Antonietta e del pittore Mario Mafai, Miriam è stata una giornalista politica delle più acute e informate ai tempi in cui la politica dei partiti era una cosa seria, e dovevi scrivere e ragionare di Ugo La Malfa, di Riccardo Lombardi, di Enrico Berlinguer, magari di Pietro Secchia, non del Trota o del deputato prima Italia dei valori e poi «responsabile » Domenico Scilipoti, o della caterva di parlamentari inquisiti e sotto accusa. È stata una scrittrice che aveva raccontato superbamente le pene e l'orgoglio del mondo femminile durante la Seconda guerra mondiale in quel suo celeberrimo Pane nero, che Mondadori aveva pubblicato nel 1987.

È stata comunista fin dagli anni in cui i nazi erano sovrani a Roma e lei non aveva ancora vent'anni, una comunista di prima linea tanto nel fare politica che nello scrivere sui giornali (aveva diretto fra l'altro il settimanale Vie nuove), e per giunta la compagna di un comunista di ferro e quanto di più orgoglioso, Giancarlo Pajetta.

Ebbene, di quel mondo e di quell'appartenenza la Mafai s'era come scrostata le durezze e i ghigni di superiorità, quella loro traboccante convinzione di essere in tutto primissimi e «diversi ». Ci posso scommettere sopra, che se passate al microscopio la ricchissima produzione giornalistica della Mafai di questi ultimi trent'anni (è stata un'editorialista della Repubblica sino all'altro ieri), non troverete una sola traccia della rivendicazione di quella «diversità». E difatti un altro dei suoi libri più belli porta il titolo ‘'Botteghe Oscure, addio'', un libro del 1996 che raccontava il «Com'eravamo comunisti », quel che era stato il nocciolo ideale e il canovaccio di una generazione ormai lontana nel tempo.

Un tempo le cui mappe politiche erano state travolte, e adesso il dirsi «comunista» non voleva dire più nulla. Valga per tutti un aneddoto che risale a circa 25 anni fa. Una volta in cui Ciriaco De Mita, in quel momento nel pieno del suo fulgore politico, nell'invitare a pranzo un gruppo di giornalisti ci aveva detto che ci sarebbe stata anche Miriam, e subito qualcuno di noi lo aveva sfottuto che anche a pranzo lui si voleva tenere buoni i comunisti. Al che De Mita aveva replicato alla velocità del lampo: «Ma che dici, Miriam non è una comunista! ».

E naturalmente voleva dire non che Miriam rinnegasse un'oncia della sua storia e delle sue idealità di militante comunista degli anni duri e puri, solo che la Miriam di 25 anni fa era tutt'altra cosa rispetto al tempo duro e puro dello scontro frontale tra le ideologie. Perché nel frattempo le ideologie erano divenute dei ferrivecchi, perché il mondo era tutt'altra cosa rispetto ai Cinquanta e ai Sessanta e alle verità che in quegli anni apparivano conclamate. E questo, tanto più se dovevi scrivere di politica e interpretare le mosse dei partiti, o lo capivi o facevi la figura di uno cieco e ottuso. De Mita aveva ragionissima, la giornalista Miriam Mafai di venti e passa fa non era «comunista ».

Era una donna e una giornalista che le portava tutte le stimmate di un tempo drammatico e terribile, ma che sapeva che il tempo che ci trovavamo di fronte sarebbe stato tutt'al - tro. E dire che erano gli anni in cui lei da decenni, nella casa di Monteverde di cui ho detto, divideva la sua vita (gli anni cruciali della sua vita) con un uomo che era a metà un leader politico e a metà un personaggio letterario del Novecento. Giancarlo Pajetta, «il ragazzo rosso» (è morto settantanovenne nel settembre 1990).

Uno che i fascisti lo avevano sbattuto in galera quando era ancora un liceale e che in una cella fascista, a più riprese, c'era rimasto una dozzina d'anni. Uno che in fatto d'orgoglio d'essere comunista non aveva rivali al mondo, uno che trapassava in un secondo dalle forme più smaccate di quell'orgoglio all'autoironia più dissacrante. Ebbene i duetti umani tra lui e Miriam, nella casa di Monteverde, erano letteratura allo stato puro. Ve lo dice uno che giudica la letteratura infinitamente più importante che non la politica, perché nella letteratura c'è più profondità e più verità che non nella politica.

TROPPO SETTARIO
Durante la cena Pajetta parlava e parlava, ed era come ascoltare la voce del Novecento, perché lui del buio e della luce del Novecento sapeva tutto. Lui era stato protagonista e di quella luce e di quel buio. Trapassava in un istante dal settarismo più sconcertante, all'affermazione che le calze di lana che gli passavano i carcerieri fascisti erano le migliori che lui avesse mai avuto nella sua vita. Dall'alto della sua esperienza si poteva permettere di tutto, e per me ascoltarlo era come leggere un romanzo. E anche Miriam lo ascoltava come se stesse leggendo un romanzo, il romanzo scritto dal compagno della sua vita.

E finché a un certo punto Pajetta sparò un'affermazione sul Psi che in fatto di settarismo (o meglio di settarismo finto e recitato da grande interprete) andava oltre ogni umano limite, e a quel punto - lo ricordo come se fosse avvenuto ieri sera, ed è un ricordo la cui emozione in questo momento mi sommerge - Miriam gli mise una mano sul braccio, come a invitarlo a placarsi, a uscire dalla recita, ad accettare il fatto semplice e netto che lui e i comunisti non avessero sempre ragione: e soprattutto che gli altri non avessero sempre torto.

 

 

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